eJournals Vox Romanica 77/1

Vox Romanica
vox
0042-899X
2941-0916
Francke Verlag Tübingen
10.2357/VOX-2018-022
Es handelt sich um einen Open-Access-Artikel, der unter den Bedingungen der Lizenz CC by 4.0 veröffentlicht wurde.http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/121
2018
771 Kristol De Stefani

Ian Short (ed.), The Oxford Psalter (Bodleian MS Douce 320), Oxford (Anglo-Norman Text Society) 2015, xvi+236 p.

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Margherita  Lecco https://orcid.org/0000-0001-8828-1940
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321 Besprechungen - Comptes rendus Vox Romanica 77 (2018): 321-323 DOI 10.2357/ VOX-2018-022 langues et dialectes de France» (170) n’est pas recevable sous cette forme exclusive: outre que les caractéristiques de la variété linguistique importée et les modalités d’importation doivent être prises en compte (par exemple, les Romains ont exporté un latin qui n’était pas celui de Cicéron et l’ont fait par différentes voies de communication), une variété linguistique régionale a sa vitalité propre et se caractérise non seulement par des emprunts (et des calques) aux substrats et aux adstrats, mais aussi par des innovations 3 . Les phénomènes relevés par MPM traversent la phonologie, la morphologie, la syntaxe et le lexique. Voici quelques remarques. - «Manque de distinction entre les phonèmes / œ/ et / y/ » (173). Le français a en fait deux phonèmes vocaliques antérieurs labialisés de moyenne aperture, à savoir /  / et /  / qui manquent tous les deux en occitan. - «Confusion des phonèmes / e/ , / ε / et / ǝ / » (174). Au lieu d’affirmer simplement qu’«On ne s’étonne pas du fait que les Basques, avec les Français du Midi en général, puissent confondre d’autres phonèmes vocaliques du français», on aurait pu préciser que, pour ce qui est de l’oc., l’absence du phonème /  / est propre au gascon oriental (Landes), dans lequel ce phonème se réalise / œ/ et que c’est tout le domaine de l’oc. qui méconnaît le phonème / ǝ / 4 . Maxime Cario https: / / orcid.org/ 0000-0002-3801-4120 Simon Gabay https: / / orcid.org/ 0000-0001-9094-4475 ★ Ian Short (ed.), The Oxford Psalter (Bodleian MS Douce 320), Oxford (Anglo-Norman Text Society) 2015, xvi+236 p. Preceduto da alcuni notevoli studi di I.S., talora in collaborazione (B. Woledge/ I. Short, «Liste provisoire de manuscrits du XII e siècle contenant des textes en langue française», R 102 (1981): 1-17; M. Careri/ T. Nixon/ C. Ruby/ I. Short, avec la collab. de P. Stirnemann, Catalogue illustré des manuscrits de la littérature française et occitane. Le XII e siècle, Roma 2011, N60; I. Short/ M. Careri/ C. Ruby, «Les Psautiers d’Oxford et de Saint Albans: liens de parenté», R. 102 (2010): 29-45), e del resto frutto di una pluridecennale intensa applicazione sui testi anglo-normanni, esce adesso una nuova edizione del Salterio contenuto nel manoscritto Oxford Bodleian Library Douce 320. Testo e manoscritto erano stati editi per la prima volta nel XIX secolo da Francisque Michel (Libri Psalmorum Versio antiqua gallica et cod. ms. in Bibl. Bodleiana asservato, Oxonii 1860, e Le Livre des Psaumes, ancienne traduction française publ. pour la première fois d’après les manuscrits de Cambridge et de Paris, Paris 1876): troppo lontani, ormai, e con troppo lavorio, di edizione e di teoria ecdotico-ermeneutica, intercorso nel tempo per non richiedere in ogni caso un intervento su questo testo per più aspetti notevole. L’Oxford Psalter è infatti la prima traduzione di un salterio (= raccolta dei Salmi) che si conosca - o sia rimasta - in anglo-normanno (dunque in francese), e lo stesso Douce 320 è tra i più antichi manoscritti della letteratura francese del XII secolo che siano giunti all’età 3 Voir, par exemple, A. Kristol, «Une francophonie polycentrique: lexicographie différentielle et légitimité des français régionaux», in: Y. Greub/ A. Thibault (ed.), Dialectologie et étymologie galloromanes. Mélanges en l’honneur de l’éméritat de Jean-Paul Chauveau, Strasbourg 2014: 275-90. 4 P. Bec, Manuel pratique de philologie romane, vol. 2, Paris 1971: 451. 321 323 022 322 Besprechungen - Comptes rendus Vox Romanica 77 (2018): 321-323 DOI 10.8357/ VOX-2018-022 moderna. Esso costituisce anche il solo salterio monolingue dell’epoca, vale a dire non accompagnato dal corrispettivo testo latino, come attestano numerosi omologhi del XII secolo anglonormanno (cf. R. J. Dean/ M. B. Boulton, Anglo-Norman Literature, N446-48 e lo stesso Short/ Careri/ Ruby 2010: 30, N2). Da questi lavori preparatori, Short affronta adesso l’edizione del Salterio. In sette capitoli (più due Appendici), sono esaminati manoscritto, trasmissione del testo, fonti, riconoscimento di autori e committenti, e soprattutto la componente linguistica, osservata attraverso ortografia, declinazione e coniugazione, sostrato latino, traduzione. L’esame è estremamente accurato, denso di informazioni, ecdotiche, letterarie, linguistiche: l’edizione riproduce con cura le pagine del manoscritto, ritornando sull’edizione Michel di cui completa il regesto degli errori, che aggiunge a quelli annotati da J. H. Meister nella sua revisione del 1877 (J. H. Meister, Die Flexion im Oxforder Psalter. Grammatikalische Untersuchung, Halle). Ma, in un certo senso, non è questo il maggior pregio del lavoro. Che si ritrova invece, pienamente, nella vera e propria inchiesta condotta per valutare se davvero e come il Salterio oxoniense possa ritenersi primo salterio in anglo-normanno, e se vi si possa prospettare la discendenza da uno dei maggiori Salteri medievali, il Salterio di Saint Albans, del modo con cui ad esso si rapporti, e da chi e per chi, eventualmente, possa essere stato prodotto. Nel ms. della Bodleian Library Douce 320, il Salterio è infatti testo pressoché unico (preceduto da una traduzione anglo-normanna della Regola di san Benedetto, seguito dai Cantici di Ezechiele ed altri profeti, sempre in anglo-normanno): la redazione è condotta secondo la versio cosiddetta gallicana (la meno antica, risalente agli anni 386-391, rispetto a quella romana compilata da san Gerolamo nel 384, seconda revisione compiuta dal santo su una delle quattro traduzioni greche dell’Hexapla del III secolo), redatta appunto in anglo-normanno. Non si trovano, accanto ad esso, tracce di un supporto latino, né indicazioni di una traduzione preesistente. L’editore si chiede allora se questa condizione segnali un fatto casuale o non faccia piuttosto intendere un progetto innovatore, essendo all’epoca di presumibile composizione - primo terzo del XII secolo - ancora raro l’uso del volgare per le opere (specie religiose) di ambito anglo-normanno. L’ipotesi è cioè che il testo di Oxford possa essere non la copia di un testo preso da un esemplare bilingue oggi perduto, ma l’elaborazione di una versione autonoma. Fonte della quale sarebbe la versione contenuta nel celebre Salterio di Saint Albans: manoscritto, questo, di alto valore testimoniale, notevole sia per qualità letteraria e linguistica (vi si trova anche la più antica copia conosciuta della Chanson de saint Alexis), sia iconografica (essendo completato da un’ampia serie di miniature e iniziali istoriate), ritenuto di grande rilievo già nel proprio tempo. La serrata analisi che l’editore premette al testo è dunque, insieme al lavoro di edizione, anche la ricerca degli indizi che possano certificare questa discendenza e la posizione di Douce 320 rispetto ad essa. A ciascuna delle possibili prove è dedicata la scansione dei singoli capitoli. Si inizia (cap. 1) con una presentazione dell’opera, messa a confronto con la copiosa serie dei Salteri anglo-normanni, specie con l’Eadwine Psalter compilato al Christ Church di Canterbury tra 1155 e 1160, per poi passare (cap. 2) alla sua storia testuale, che indica nell’erudito francese Gervais de la Rue (XVIII sec.) il primo studioso a porre attenzione a manoscritto e testo, e fermarsi (cap. 3) alla descrizione del manoscritto, che, a causa di un ex libris proveniente dall’abbazia benedettina di Montebourg in Normandia, è spesso erroneamente indicato con questo nome. La descrizione del Salterio è assai accurata, evidenziando una scrittura su 323 Besprechungen - Comptes rendus Vox Romanica 77 (2018): 321-323 DOI 10.2357/ VOX-2018-022 una sola colonna, di circa 40 righe per foglio, l’indicazione di ogni nuovo salmo esaltata mediante l’uso di letterine in blu e verde, unico fattore ornamentale. Il cap. 4 indaga le possibili fonti: ed è qui che interviene propriamente il discorso sul Salterio di Saint Albans e sul rapporto che Douce 320 intrattiene con esso: viene messa in luce la presenza in Saint Albans di un copista, il copista B, la cui mano sembra di potersi riconoscere anche per Oxford (forma delle iniziali, loro disposizione); copista di cui si evidenziano le lezioni che sembrano ritrovarsi in Douce 320, sia per i casi di forme corrette, sia per quelle errate. Mostrando talora una serie di alterazioni che sembrano procedere nell’ordine di una semplificazione di dettato (per es. in certe rasure: «there appears to be a campaign to erase the final t of certain verbal forms and other final dentals (71.4, 73.4, 87.3, etc.)» (6-7). Il cap. 5 concerne l’autore. Individuato dapprima e negativo, come non appartenente ad una comunità di monaci, i quali non avrebbero avuto necessità di una traduzione dei Salmi. Il fatto però che il copista si riveli operante in Saint Albans, che, proprio negli anni tra 1130 e 1160, era in relazione con l’anacoreta Christina di Markyate e con il suo priorato, potrebbe far pensare che il manoscritto oxfordiano sia stato approntato per questa stessa religiosa, indirizzandosi a lei direttamente, oppure mediatamente per qualcuno (o qualcuna) di coloro che si raccoglievano intorno a lei. In questa direzione spingono i vari dati enunciati anche in precedenza, la tendenza semplificante ad esempio, opportuna in un ambiente meno rigoroso e dotto di quello strettamente monastico. Il cap. 7, come annunciato, è il più denso di dati. Delle varie sezioni, pare molto interessante quella che indaga il «Latin substratum» (31-37). Pervasivo, sostanziale dovunque, ad iniziare dall’ortografia, sovente amplificata con il mantenimento di sillabe che riflettono «Latin equivalents», come tribuler 12.5, che si alterna con tribler 3.1, substance 38.7 con sustance 138.14, palpebres 131.4 con palpres 10.5, etc., o ritengono «Latin terminations» (specie con a, gelada 77.52, gutta 44.10, etc.), uso di congiunzioni, costruzioni sintattiche, dove si notano «examples of non-standard word-order», e si constata una generale tendenza a non alterare, o comunque cancellare, l’ordine del dettato originario. I criteri di edizione completano questa parte introduttiva. A seguito del testo, due Appendici affrontano il repertorio dei segni diacritici usati dal copista, e le correzioni da questo apportate; ricche note e un Glossario completano l’edizione. Il giudizio che si impone, alla fine della consultazione dell’edizione, non può che essere positivo. Al di là dell’accuratezza e finezza editoriale, si apprezza la riproposizione di un testimone molto peculiare per antichità e per autorevolezza, che si segnala all’interno di una quasi esclusiva «insular proliferation of vernacular psalters», da mettere forse in relazione «to the Anglo-Saxon tradition of using vernacular prose for didactic purposes, and for psalters in Old English in particular» (2). Nell’articolo pubblicato su R 102, erano forse più approfondite talune relazioni tra la possibile dipendenza di Douce 320 dal Salterio di Saint Albans, così come l’eventualità che, poi, da Douce 320 potesse derivare la gran parte dei Salteri d’ambiente inglese. In questa edizione si pone maggiore attenzione al cerchio ben delimitato delle componenti testuali, all’individuazione della sua solidità testuale. In tempi di sempre più rarefatta cura ecdotica, una proposizione oggi ormai rara. Margherita Lecco https: / / orcid.org/ 0000-0001-8828-1940 ★