Vox Romanica
vox
0042-899X
2941-0916
Francke Verlag Tübingen
10.2357/VOX-2020-004
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2020
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Kristol De StefaniDas Seilziehen um Zahlen
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2020
Renata Coray
Alexandre Duchêne
Statisticas da linguas èn impurtantas per la scienza e la politica. Ellas valan sco fatgs neutrals e decisivs. Ma lur producziun e recepziun stattan en relaziun stretga cun la (re-)
producziun da noss savair e dad ideologias linguisticas. Dumbraziuns dal pievel defineschan tge lingua che «quinta» ed ellas registreschan l’existenza ed il svilup da linguas minoritaras e da lur pledaders e pledadras. Pervia da quai èn statisticas in element impurtant da la retorica
d’experts ed expertas per linguas periclitadas. Statisticas daventan er adina puspè in champ da
battaglia dad activists ed activistas da lingua che cumbattan per ina represchentanza e finanziaziun adequata. La producziun e las discussiuns da statisticas da linguas en Svizra pon valair sco emblematicas: regularmain datti plants pervia da midadas e svilups da la statistica pertutgant il rumantsch, la lingua naziunala la pli pitschna. Las reacziuns dad activists ed activistas da lingua demussan ina tscherta tradiziun da critica, narraziuns da crisa e strategias da cuntradumbraziuns – e pli generalmain, la nunpussaivladad da producir ils "buns" dumbers. Quest cas singul po contribuir ad ina chapientscha pli vasta per la valur dal cumbat per e cun dumbers che duain gidar ils activists e las activistas da lingua en lur lutga per dapli renconuschientscha e sustegn.
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Cambiamenti morfo-sintattici nel dialetto trentino di Piracicaba 53 Vox Romanica 79 (2020): 41-59 DOI 10.2357/ VOX-2020-003 ter . Tuttavia, è necessario precisare che la portata del contatto nei due gruppi d’età è diversa. I parlanti più anziani selezionano avér solo con i verbi proposti nel questionario, cioè con quelle classi di verbi che in diacronia mostrano variazione nella selezione dell’ausiliare. I parlanti meno anziani, invece, mostrano la tendenza a un uso non selettivo di avér , che viene esteso a tutti i contesti nei quali il portoghese impiega ter , anche con verbi tipicamente inaccusativi, come nar ‘andare’ 30 . 4.2 Il clitico partitivo Il secondo fenomeno indagato riguarda la realizzazione del clitico partitivo ne . Nel questionario sono state proposte a tutti i parlanti tre frasi (vii, viii, ix) con un oggetto pronominale quantificato, che nel dialetto trentino - come in italiano, ma non in portoghese - richiedono la realizzazione del pronome clitico 31 . I quantificatori presenti nelle frasi sono numerali. Si sono evitate le frasi con quantificatori indefiniti come tanti e pochi , che potrebbero essere rese con costruzioni senza partitivo, dove il quantificatore diventa parte di un sintagma preposizionale ( in tanti , in pochi ). Le risposte ottenute sono presentate di seguito nell’ordine adottato nel paragrafo precedente: per ogni frase proposta si riportano per prime le risposte del gruppo AT (parlanti trentini di oltre 70 anni), poi quelle del gruppo BT (parlanti trentini di età compresa tra i 50 e i 69 anni), quindi del gruppo AB (parlanti brasiliani più anziani) e infine del gruppo BB (parlanti brasiliani con meno di 70 anni) 32 . vii. Il cane ha quattro zampe. Il pulcino ne ha solo due. Gruppo AT (25) El cagn el g’ha quatro zate. El pulcino el ghe n’ha sól dói. Gruppo BT (26) El cagn el g’ha quatro zate. El poiàt el ghe n’ha sól dói. 30 Lo confermano gli esempi che i tre parlanti meno anziani producono nel dialetto trentino come risposta alla frase stimolo Mario tinha ido à escola ‘Mario era andato a scuola’: BB a. El Mario l’avéva nà a scòla. b. El Mario el *gavév*… el Mario l’èra nà a scòla. c. El Mario el gavéva nà a la scòla. Nelle stesse frasi i parlanti più anziani usano sempre l’ausiliare essere : AB a. El Mario l’èra bèl che nà a scöla. Si noti che l’esempio prodotto dal parlante più anziano subito prima del participio passato presenta il sintagma bèl che lett. ‘bello che’ come elemento aspettuale che enfatizza la compiutezza dell’evento. 31 Lo stesso clitico compare anche con i soggetti pronominali quantificati dei verbi inaccusativi. Nel questionario, tuttavia, questo tipo di frase non è stato proposto ai parlanti. 32 Anche in questo paragrafo, come nel precedente, nei casi in cui tutti e tre i parlanti del gruppo abbiano prodotto una frase identica si riporta un solo esempio. Patrizia Cordin / Leonardo Degasperi 54 Vox Romanica 79 (2020): 41-59 DOI 10.2357/ VOX-2020-003 O cachorro tem quatro patas. O pintinho tem só duas. Gruppo AB (27) El cagn el g’ha quatro gambe. El poiàt el ghe n’ha sól dói. Gruppo BB (28) a. El cagn el g’ha quatro gambe. El poiatèl el g’ha sól dói. b. El cagn el g’ha quatro gambe. El poiatèl el g’ha sól dói . c. El cagn el g’ha quatro pate. El poiàt el g’ha sól dói. viii. Luigi compra tre cani. Io ne compro solo uno. Gruppo AT (29) El Luigi el cómpra tre cagni. Mi ‘n cómpro sól uno. Gruppo BT (30) Luigi el cómpra tre cagni. Mi ‘n cómpro sól uno. Luigi compra três cachorros. Eu compro só um. Gruppo AB (omogeneo) (31) (El) 33 Luigi el cómpra tre cagni. E mi ‘n cómpro sól un. Gruppo BB (32) a. El Luigi el cómpra tre cagni e mi cómpro sól un. b. Luigi el cómpra tre cagni. Mi ho comprà sól uno. c. Luigi el cómpra tre cagni. Mi cómpro sól uno. ix. Mia madre e mio padre hanno tre figli. I miei nonni ne hanno avuto dieci. Gruppo AT (33) Me mama e me papà i g’ha trè fiòi. Me nòni i ghe n’ha avù dése. Gruppo BT (34) Me mama e me papà i g’ha trè fiòi. I me nòni i ghe n’ha avù dése. 33 Un parlante non usa l’articolo davanti al nome proprio. Cambiamenti morfo-sintattici nel dialetto trentino di Piracicaba 55 Vox Romanica 79 (2020): 41-59 DOI 10.2357/ VOX-2020-003 A minha m-e teve só um filho. Meus avós tiveram dez. Gruppo AB (35) La me mare l’ha abù sól en fiöl. Me nòni i n’ha abù dése. Gruppo BB (36) a. La me mare l’ha abù sól en fiòl. I me nòni i ha abù dése. b. La me mare la g’ha abù sól un fiòl. I me nòni i l’ha gabù dése. c. La me mare la gavé sól un fiöl. Me avo i g’ha avù dése. Entrambi i gruppi trentini presentano il clitico ne (o la sua variante ‘n ), correttamente collocato prima del verbo finito, e dopo il clitico soggetto e dativo, qualora questi pronomi siano presenti. I parlanti brasiliani, in particolare nel gruppo dei meno anziani, presentano, come già osservato per le frasi esaminate in § 4.1, qualche elemento di distrazione, riconoscibile per esempio nel cambiamento del tempo da presente a passato prossimo ( compro > ho comprà (31b)), insieme a qualche segnale di una competenza ridotta, come l’uso dell’articolo davanti al nome mare preceduto dal possessivo, diversamente da quanto succede nel dialetto trentino (35 e 36), l’assenza dell’articolo davanti al nome proprio, che invece è richiesto nel dialetto trentino (31 e 32b, c), una forma verbale non corrispondente al passato prossimo della frase proposta, come la gavé (36c), e un accordo mancato tra il soggetto (singolare) e il verbo (plurale), come me avo i g ’ ha avù (36c). Per quanto riguarda l’uso del clitico partitivo si evidenzia una differenza netta fra i due gruppi AB e BB: i più anziani lo usano e lo collocano correttamente nella frase, mentre i parlanti del gruppo BB non lo realizzano mai. Poiché in portoghese il clitico partitivo non si esprime, i dati sembrano suggerire che la mancanza del clitico partitivo nelle frasi dei parlanti che hanno meno di 70 anni sia dovuta a una perdita di competenza del dialetto nativo, che porta alla ristrutturazione delle frasi proposte sul modello del portoghese, dunque alla cancellazione del pronome. Il sistema dei pronomi clitici rappresenta un punto fragile in situazioni di contatto linguistico specialmente con un bilinguismo molto sbilanciato, com’è quello dei parlanti del gruppo BB. All’origine di tale fragilità possiamo riconoscere la scarsa salienza fonetica di questi elementi, l’ordine variabile dei clitici rispetto al verbo, l’ordine inverso nella sequenza di clitici rispetto all’ordine che regola la sequenza di oggetti nominali 34 . Confermano la fragilità del sistema dei clitici - e precisamente dei clitici non soggetto - anche altri enunciati prodotti in diverse regioni brasiliane in numerosi 34 Fragilità, salienza e instabilità dei tratti grammaticali in situazioni di contatto tra un dialetto e una lingua nazionale sono discusse in p arry 2006 e in r iCCa 2008. Entrambi gli autori portano esempi tratti dal piemontese. Patrizia Cordin / Leonardo Degasperi 56 Vox Romanica 79 (2020): 41-59 DOI 10.2357/ VOX-2020-003 testi parlati e scritti da discendenti degli immigrati trentini. A mo’ di esempio, si riporta di seguito una frase, tratta dall’adattamento per il pubblico di origini trentine di Nova Trento di una commedia scritta nella seconda metà del Novecento nel dialetto roveretano 35 . L’esempio (37a), che corrisponde alla resa in trentino-brasiliano della frase roveretana (37b), illustra la sistematica omissione del clitico pronominale quando questo sia adiacente a un altro clitico (qui al clitico soggetto). (37) a. Zà che non te fermi. b. Zà che non te te fermi. ‘Poiché non ti fermi.’ A differenza degli scriventi roveretani, che realizzano due volte il clitico te (prima come clitico soggetto, e poi come clitico pronominale del verbo fermarse ‘fermarsi’), gli scriventi brasiliani realizzano solo uno dei due clitici. Si può ipotizzare che resti inespresso il clitico pronominale, per l’influsso del portoghese, che nella stessa frase usa un verbo non pronominale ( parar ). Il processo che in quest’esempio - e in molti altri simili - porta alla cancellazione di un elemento pronominale atono è un processo di rimozione di un elemento foneticamente poco saliente, e dunque analogo a quello che porta alla cancellazione del clitico partitivo ne negli esempi (28a-c), (32ac) e (36a-c). 5. Note conclusive I dati presentati nei §§ 4.1 e 4.2 evidenziano una netta linea di demarcazione tra i parlanti del dialetto trentino a Piracicaba: i soggetti con più di 70 anni, scarsa istruzione e l’abitudine a un uso quotidiano del dialetto mantengono intatta la struttura morfo-sintattica più conservativa, come indica la scelta sistematica dell’ausiliare avér , simile a quella dei soggetti trentini più anziani; i soggetti con meno di 70 anni, un’istruzione più alta e la scarsa abitudine all’uso attivo del dialetto - che pure hanno praticato in famiglia sin da bambini - mostrano di possedere un bilinguismo nettamente sbilanciato a favore della lingua portoghese, e introducono nelle strutture morfo-sintattiche del trentino importanti cambiamenti. Le cause di tali cambiamenti sono da ricondurre a due processi interconnessi tipici delle heritage languages : l’erosione linguistica e il contatto con la lingua del paese d’immigrazione 36 . Il ruolo del contatto con il portoghese per il gruppo dei parlanti di età inferiore ai 70 anni è evidente nella realizzazione delle frasi con oggetto pronominale quantificato, nelle quali non viene espresso alcun clitico partitivo. La can- 35 n ardelli 2014-15. 36 Per un’approfondita discussione dell’erosione linguistica ( language attrition ) nelle heritage languages si rinvia a B enaMMoun / M ontrul / p olinsky 2013. Cambiamenti morfo-sintattici nel dialetto trentino di Piracicaba 57 Vox Romanica 79 (2020): 41-59 DOI 10.2357/ VOX-2020-003 cellazione del ne avvicina il dialetto trentino al portoghese e - nello stesso tempo - comporta una semplificazione grammaticale. Anche la selezione di un unico ausiliare ( avér ) per i soggetti brasiliani con meno di 70 anni, diversamente da quanto osservato per i parlanti più anziani, sembra l’esito del contatto linguistico con il portoghese, piuttosto che la realizzazione di un tratto conservativo. Il fatto che il portoghese, sebbene non esprima alcun ausiliare nelle frasi del questionario, in altre costruzioni con un tempo composto usi sempre l’ausiliare ter apre la possibilità all’adozione nel dialetto di un unico ausiliare. Un’ultima osservazione riguarda il ruolo del contatto linguistico nelle frasi prodotte dai parlanti trentini residenti a Sardagna. Anche in questo caso una linea di demarcazione netta separa i parlanti più anziani dagli altri: se nel primo gruppo si registra l’uniformità nella realizzazione del clitico partitivo, e la tendenza all’uso di avér per la terza persona nei tempi composti dei verbi proposti nel questionario, il gruppo meno anziano presenta per la selezione dell’ausiliare esiti diversi e in particolare la tendenza ad espandere l’uso di èsser con i verbi che in italiano richiedono quest’ausiliare. La presenza di varianti morfosintattiche nei parlanti con meno di 70 anni segnala un cambiamento in atto nel dialetto per effetto del contatto con la lingua nazionale in un’area della grammatica fortemente soggetta alla variabilità per effetto di fattori morfologici e semantici. Bibliografia altr 2005 = C ordin , p. (ed.): Archivio lessicale dei dialetti trentini , Trento B aGna , C. 2011: «Brasile», in: M. V edoVelli (ed.), Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo , Roma: 327-40 B attisti , C. 1971: «La distribuzione dei dialetti trentini», Archivio per l’Alto Adige 66: 3-59 B enaMMoun , e./ M ontrul , s./ p olinsky , M. 2013: «Heritage languages and their speakers: Opportunities and challenges for linguistics», Theoretical Linguistics 39: 129-81 B onardelli , e. 1916: Lo stato di S. Paolo del Brasile e l’emigrazione italiana , Torino B onFadini , G. 2001: «Conservazione e innovazione nel Trentino centrale: i dati dell’ALD», in: AA. 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G raFFi (ed.), Ethnicity and Language Community . An interdisciplinary and methodological comparison, Udine C unha , C./ C intra , l. 2001: Nova gramática do português contemporâneo , 3ª edizione, Rio de Janeiro Patrizia Cordin / Leonardo Degasperi 58 Vox Romanica 79 (2020): 41-59 DOI 10.2357/ VOX-2020-003 F rasson , a. 2020: «The Brasilian Venetan subject clitics». URL: www.researchgate.net/ publication/ 342702520_The_Brazilian_Venetan_subject_clitics G oria , e. 2015: «Il piemontese di Argentina: considerazioni generali e analisi di un caso», Rivista Italiana di Dialettologia 39: 127-58 G rosselli , r. M. 1991: Da schiavi bianchi a coloni. Un progetto per le fazendas. Contadini trentini (veneti e lombardi) nelle foreste brasiliane. S-o Paulo 1875-1914, Trento G rosselli , r. M. 1998: L’emigrazione dal Trentino . Dal Medioevo alla Prima Guerra Mondiale, San Michele all’Adige l eMe , M. l. 1994: A linguagem da comunidade tirolesa-trentina da cidade de Piracicaba, S-o Paulo . 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To collect the relevant data, a questionnaire was administered to six speakers in Trentino and six speakers in Brazil. The results show a clear distinction between the sentences produced by Brazilian speakers older than 70 years who still use the original dialectal structures, and the sentences produced by Brazilian speakers younger than 70 years, in which both attrition and contact with the Portuguese language lead to simplified structures. Keywords: Trentino dialect, Linguistic contact, Heritage speakers, Italian immigration, Brazilian Portuguese, Partitive clitics, Auxiliary selection Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 Das Seilziehen um Zahlen Schweizer Volkszählungen und das Bündnerromanische Renata Coray (Universität Freiburg i. Ü.) Alexandre Duchêne (Universität Freiburg i. Ü.) Resumaziun: Statisticas da linguas èn impurtantas per la scienza e la politica. Ellas valan sco fatgs neutrals e decisivs. Ma lur producziun e recepziun stattan en relaziun stretga cun la (re-) producziun da noss savair e dad ideologias linguisticas. Dumbraziuns dal pievel defineschan tge lingua che «quinta» ed ellas registreschan l’existenza ed il svilup da linguas minoritaras e da lur pledaders e pledadras. Pervia da quai èn statisticas in element impurtant da la retorica d’experts ed expertas per linguas periclitadas. Statisticas daventan er adina puspè in champ da battaglia dad activists ed activistas da lingua che cumbattan per ina represchentanza e finanziaziun adequata. La producziun e las discussiuns da statisticas da linguas en Svizra pon valair sco emblematicas: regularmain datti plants pervia da midadas e svilups da la statistica pertutgant il rumantsch, la lingua naziunala la pli pitschna. Las reacziuns dad activists ed activistas da lingua demussan ina tscherta tradiziun da critica, narraziuns da crisa e strategias da cuntradumbraziuns - e pli generalmain, la nunpussaivladad da producir ils "buns" dumbers. Quest cas singul po contribuir ad ina chapientscha pli vasta per la valur dal cumbat per e cun dumbers che duain gidar ils activists e las activistas da lingua en lur lutga per dapli renconuschientscha e sustegn. Keywords: Sprachenstatistiken, Schweizer Volkszählung, Bündnerromanisch, Sprachgefährdungsrhetorik, Gegenzählungen, Zahlenlogik 1. Einleitung Die Abendnachrichten des öffentlich-rechtlichen Fernsehens der Schweiz präsentierten im Herbst 2016 in einem Beitrag mit dem Titel «Die Schweizer Bevölkerung ist mehrsprachig» die Resultate der jüngsten thematischen Erhebung zu Sprachen in der Schweiz. Die Grafik «Hauptsprachen der Bevölkerung» illustrierte die Anteile von Deutsch/ Schweizerdeutsch, Französisch, Italienisch und als vierte Kolonne den Anteil der Kategorie «andere Sprachen». Dieser Beitrag löste Entrüstung bei der bündnerromanischen Dachorganisation Lia Rumantscha aus. Die Unterlassung, die Anteile für das Rätoromanische zu erwähnen und damit für die kleinste, seit 1938 in der eidgenössischen Bundesverfassung verankerte Landessprache, sorgte für Unmut und Empörung. Die Lia Rumantscha reichte eine schriftliche Klage bei der Aufsichtsbehörde der Schweizerischen Radio- und Fernsehgesellschaft (SRG) ein. In der Antwort Renata Coray / Alexandre Duchêne 62 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 auf diese Klage ist nachzulesen, dass die unterlassene Erwähnung und Visualisierung des Anteils von Romanisch als Hauptsprache ein «psychologischer Faux-Pas und eine Ritzung des Sachgerechtigkeitsgebots» gewesen sei. Dass das Rätoromanische übergangen wurde, sei zwar «von der statistischen Relevanz her verständlich, aber aus Gründen des Respekts gegenüber der vierten Landessprache ein Fehler» 1 . Dieses Beispiel verdeutlicht, dass Sprachenstatistiken 2 wichtig sind für Sprachaktivisten und -aktivistinnen in ihrem Kampf um Erhalt von Minderheitensprachen (h ill 2002, M oore et al. 2010, u rla 1993) 3 . Solche Statistiken sind integraler Bestandteil von sprachlichen Gefährdungs- und Krisendiskursen, denn abnehmende Zahlen lösen in sprachpolitischen und -aktivistischen Kreisen Besorgnis und Ängste aus und sind regelmässig Gegenstand von öffentlichen Debatten (d uChêne / h eller 2007). Die in der Regel kleinen Zahlen bei Regional- und Minderheitensprachen laufen darüber hinaus Gefahr, sowohl in der Produktion von Sprachenstatistiken als auch in der Öffentlichkeit unterzugehen. Solche Ausblendungen tragen zu einer weiteren Marginalisierung bei, was immer wieder zu Kritik aus sprachaktivistischen Kreisen Anlass gibt, wie obiges Beispiel zu illustrieren vermag. Die Schweiz, welche offiziell vier Landessprachen anerkennt, produziert schon seit Mitte des 19. Jahrhunderts amtliche Sprachenstatistiken. Die zahlenmässige Entwicklung der Sprachgruppen wird in Politik und Wissenschaft mit einiger Aufmerksamkeit verfolgt und führt regelmässig zu Auseinandersetzungen um die Angemessenheit der ermittelten Zahlen. Im vorliegenden Artikel befassen wir uns mit der Produktion, Diffusion und Rezeption von Sprachenstatistiken in der Schweiz. Dabei konzentrieren wir uns darauf, wie die Sprache der rätoromanischen Minderheit in diesen Statistiken erhoben und behandelt wird und was diese Statistiken für rätoromanische Sprachaktivisten und -aktivistinnen bedeuten. Zu diesem Zweck nehmen wir eine historische und soziolinguistische Analyse der Erhebungsmethoden, der publizierten Resultate und v. a. der Debatten und Massnahmen vor, welche die offi- 1 Der Schlussbericht der Aufsichtsbehörde (inkl. Beanstandung der Lia Rumantscha ) ist einsehbar unter: www.srgd.ch/ de/ aktuelles/ news/ 2016/ 11/ 11/ tagesschau-beitrag-uber-die-vielsprachigkeitder-schweizer-bevolkerung-beanstandet/ [20.6.2020]. 2 Zur Abgrenzung zwischen Sprach en statistik (als Statistik zu Sprachen, Sprechenden und Sprachgebieten) und Sprachstatistik (als Instrument der quantitativen Linguistik zur Analyse sprachlicher Strukturen), cf. h aarMann 1979: 7. 3 Mit «Sprachaktivisten und -aktivistinnen» (synonym dazu verwenden wir auch Sprachadvokat oder Fürsprecher) bezeichnen wir Akteure, welche sich politisch, beruflich und/ oder institutionell für Erhalt, Pflege und Unterstützung einer als bedroht geltenden Kleinsprache einsetzen. Darunter finden sich auch immer wieder sprachwissenschaftliche Experten und Expertinnen, z. B. (Sozio-)Linguisten oder Sprachanthropologen (h ill 2002: 119). Bezüglich der Anzahl Sprecher und Sprecherinnen lässt sich keine einheitliche Obergrenze ausmachen, ab welcher eine Sprache als gefährdet eingestuft wird. Im UNESCO-Atlas der gefährdeten Sprachen wird der Bedrohungsbzw. Vitalitätsgrad nicht nur anhand statistischer Daten zur Sprecherzahl ermittelt, sondern auch anhand von soziolinguistischen Kriterien wie Weitergabe zwischen den Generationen, Verwendungsdomänen oder Spracheinstellungen (cf. www.unesco.org/ new/ en/ culture/ themes/ endangered-languages/ language-vitality/ [20.6.2020]). Das Seilziehen um Zahlen 63 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 ziellen Sprachenstatistiken ausgelöst haben. Anhand dieses Beispiels wollen wir letztlich zu verstehen versuchen, wie und warum Sprachenstatistiken, insbesondere Statistiken zu rezessiven Klein- und Minderheitensprachen, immer wieder zum Gegenstand von Kritik und zu einem wichtigen Terrain für sprachpolitische, repräsentationspolitische und sprachaktivistische Auseinandersetzungen werden. In den Kapiteln 2 und 3 skizzieren wir den theoretischen und methodologischen Hintergrund und gehen auf die Bedeutung von Sprachenstatistiken allgemein und für sprachliche Minderheiten im Speziellen ein. In Kapitel 4 fassen wir die wichtigsten historischen Phasen der Produktion und Rezeption der offiziellen Sprachenstatistik in der Schweiz seit dem 19. Jahrhundert zusammen, in welchen wir schon erste Auseinandersetzungen bezüglich der Zahlen zum Rätoromanischen finden. Der Schwerpunkt der Kapitel 5 und 6 liegt auf den Veränderungen in der eidgenössischen Volkszählung seit den 1980er-Jahren, v. a. auf den Interessen und Diskursen der involvierten Akteure. Kapitel 5 beleuchtet die zunehmende Nachfrage aus soziolinguistischen Kreisen nach detaillierteren Sprachenstatistiken und die (enttäuschten) Hoffnungen von romanischen Sprachaktivisten und -aktivistinnen auf bessere Zahlen, welche zu Krisendiskursen und Gegenzählungen führten. Im Zentrum von Kapitel 6 stehen die fundamentalen Veränderungen der eidgenössischen Volkszählung seit 2010, welche zu zahlenmässigen Verunsicherungen und erneuten Krisendiskursen und Gegenzählungen geführt haben. Im abschliessenden Kapitel 7 diskutieren wir die Bedeutung des Seilziehens um (verlässliche) Zahlen für sprachliche Minderheiten. Dieses verdeutlicht, dass den Sprachenstatistiken eine wichtige Rolle in den Bemühungen um materielle und immaterielle Unterstützung zukommt und dass eine Zahlenlogik typisch für sprachliche Gefährdungs- und Revitalisierungsdiskurse ist, weshalb jede Statistik, unabhängig von ihrer Qualität, zum Gegenstand von Kritik und Auseinandersetzungen werden kann 4 . 2. Statistiken, Sprachenstatistiken und sprachliche Minderheiten Seit ein paar Jahrzehnten können wir ein zunehmendes historisches und soziologisches Interesse für die Bedeutung von Zahlen und Statistiken beobachten. Davon zeugen Titel einflussreicher Werke wie The Politics of Numbers (a lonso / s tarr 1987), La politique des grands nombres (d esrosières 1993), Gouverner par les nombres (i d . 2008) oder The Seductions of Quantification (M erry 2016). Spätestens seit F ouCault 2004 [1978] werden Statistiken auch als Macht- und Regierungsinstrument untersucht, welche zur Produktion und Reproduktion von Wissen, Normen und Wahrheiten beitragen. Mächtige Akteure verwenden Zahlen und Statistiken, um sich 4 An dieser Stelle bedanken wir uns bei den Herausgebern und den anonymen Begutachtern und Begutachterinnen für ihre wertvollen und konstruktiv-kritischen Rückmeldungen, welche wichtige Impulse zu Präzisierungen und Verbesserungen des Artikels gegeben haben. Renata Coray / Alexandre Duchêne 64 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 mehr Legitimität und wissenschaftliche Glaubwürdigkeit zu verschaffen, weshalb Statistiken auch als «technologies of truth production» (u rla 1993: 819, cf. auch i d . 2012: 111) bezeichnet werden. Ihre Produktion wird sowohl von sozialen, politischen und wirtschaftlichen Interessen als auch von methodologischen Entscheidungen und Kategorisierungs- und Standardisierungsprozessen beeinflusst. Folglich sind Statistiken kein neutraler oder objektiver Spiegel der Realität, sondern eher ein performativer «reality-enacting apparatus» (l aw 2009: 248) oder «lenses through which we form images of our society» (a lonso / s tarr 1987: 3). Periodische Volkszählungen waren und sind heute noch ein wichtiges Regierungsinstrument von Nationalstaaten. Sie wurden in verschiedenen europäischen Staaten und in den von ihnen kolonialisierten Ländern im Laufe des 19. Jahrhunderts eingeführt (d esrosières 2008, k ertzer / a rel 2002). Dank regelmässiger Volkszählungen konnten nationale Zugehörigkeit und Einheit (re)produziert und gefestigt werden, denn sie lieferten Zahlen und Karten zur Verteilung der Bevölkerung und ihrer Eigenheiten innerhalb eines bestimmten Staatsgebietes. Politische und statistische Autoritäten definierten und selektionierten die zu zählenden sozialen Kategorien - z. B. Nationalität, Herkunft, Aufenthaltsstatus, Religion, Sprache etc. - und gestalteten damit auch die öffentliche Wahrnehmung und das Bild einer Nation (a nderson 1996 [ 1 1983], k ertzer / a rel 2002, l eeMan 2017, s urdez 1995). Aus diesem Grunde war und ist Zensuspolitik eng verknüpft mit Identitätspolitik und mit Kämpfen um Anerkennung und Zugang zu symbolischen und materiellen Ressourcen: Identity politics is a numbers game, or more precisely a battle over relative proportions, both within the state and within particular territories of the larger state. Groups fear a change of proportion disadvantageous to themselves, as this often directly affects how political and economic power are allocated. (k ertzer / a rel 2002: 30) In einer staatlichen Volkszählung erfasst zu werden, bedeutet auch, wahrgenommen und im besten Fall auch berücksichtigt und anerkannt zu werden, was oft einhergeht mit materieller und immaterieller Unterstützung. Dies ist insbesondere für Sprecher und Sprecherinnen von (gefährdeten) Minderheitensprachen wichtig (d uChêne / h el ler 2007, l orenz 2019, u rla 1993, 2012), wo eine Interdependenz zwischen Sprache und Staat besteht und eine enge Verbindung zwischen Zensus, politischer Kontrolle und Monitoring sowie kollektiver Identitätskonstruktion zu beobachten ist (k ertzer / a rel 2002). Die wichtige Rolle der Quantifizierung zwecks Anerkennung und Berücksichtigung bei der Verteilung von finanziellen und personellen Ressourcen verdeutlichen auch Fürsprecher sprachlicher Minderheiten, welche Sprachenstatistiken als rhetorisches Mittel einsetzen, alternative Zählungen bzw. Gegenzählungen vornehmen und/ oder unterschiedliche Auswertungsperspektiven einnehmen (h ill 2002, M oore et al. 2010, M uehlMann 2012, p réVost 2011). Es gibt folglich ein nicht zu unterschätzendes staats- und minderheitenpolitisches Interesse an Sprachenstatistiken. Eine Sprachenfrage wurde signifikanterweise erstmals in der Volkszählung von mehrsprachigen Staaten wie Belgien und der Schweiz Das Seilziehen um Zahlen 65 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 eingeführt (a rel 2002, E xtra / Y ağmur 2011, h uMBert et al. 2018). Je nach Land, Epoche und Zielsetzung werden dabei unterschiedliche Sprachkategorien und Definitionen verwendet, wobei drei Haupttypen von Sprachenfragen auszumachen sind (a rel 2002, d e V ries 2005, l ieBerson 1966): Fragen zur zuerst erlernten Sprache oder Muttersprache, Fragen zur derzeit am häufigsten verwendeten Sprache (zu Hause) und Fragen zu den bekannten Sprachen. a rel 2002 hebt dabei auch die zeitliche Perspektive hervor, wenn er zwischen «backward-» und «forward-looking» -Kategorien differenziert, d. h. zwischen Fragen, welche auf die zuerst erlernte, zu Hause und von den Eltern oder Ahnen gesprochene Sprache abzielen, und solchen, welche nach der heute am häufigsten und künftig am ehesten gesprochenen Sprache fragen. In einigen Ländern verzichtete man auf eine Sprachenfrage (z. B. in Belgien seit 1960, cf. l éVy 1964: 256), in anderen bevorzugte man Fragen nach der Ethnie, der Rasse, dem Geburtsort oder der Nationalität anstelle von Sprachenfragen (l eeMan 2004, 2018a). In der Schweiz wird eine regelmässige Bestandesaufnahme des kulturellen Pluralismus und der sprachlichen Zusammensetzung als sehr wichtig eingestuft, da eine stabile linguistische Balance als Garant für ein stabiles und harmonisches Zusammenleben der verschiedenen Sprachgemeinschaften gilt (cf. z. B. M ayer 1951: 158, 162s.). Dieses soll auch mit dem sogenannten Territorialitätsprinzip erhalten werden, das die Schweiz in verschiedene Sprachregionen einteilt, in welchen «die herkömmliche sprachliche Zusammensetzung der Gebiete» geachtet und «Rücksicht auf die angestammten sprachlichen Minderheiten» genommen wird (Artikel 70 Absatz 2 der Schweizerischen Bundesverfassung). Dies bedeutet auch, dass die Kantone und Gemeinden in der Regel die Landessprache(n) der Mehrheit als Amts- und Schulsprache(n) verwenden 5 . Deshalb erstaunt es kaum, dass wir schon seit dem frühen 19. Jahrhundert statistische Schätzungen zur Bevölkerung und ihrer Sprache finden (F ransCini 1827, p iCot 1819) und dass amtliche Sprachenstatistiken schon in den ersten Jahren nach der Gründung des neuen Bundesstaates von 1848 produziert worden sind. Die für die offizielle Datenerhebung zuständige Institution, das Eidgenössische Statistische Bureau , heute Bundesamt für Statistik (BFS), wurde 1860 gegründet. Das BFS publiziert seither regelmässig statistische Daten und Analysen, seit 1891 das Statistische Jahrbuch der Schweiz 6 und heute auch eine Web-Publikation mit dem Titel Die Schweiz (er)zählen 7 . Die Geschichte der Schweizer Volkszählung und des zuständigen BFS ist in einigen historiografischen Publikationen präsentiert wor- 5 Zum Territorialitätsprinzip (auch: Sprachgebietsprinzip), zu seiner rechtshistorischen Entwicklung in der Schweiz und seiner Ausgestaltung im offiziell dreisprachigen Kanton Graubünden, cf. z. B. G rünert 2015: 62-69, r iChter 2005: 145-207, V iletta 1978: 90-94, 309-57, w idMer et al. 2004: 351-55. Zur Bedeutung der Sprachenstatistik bei der Festlegung des heutigen rätoromanischen Sprachgebiets im Kanton Graubünden, siehe auch Kapitel 6.1. 6 Alle Ausgaben des Statistischen Jahrbuchs der Schweiz sind abrufbar unter: www.bfs.admin.ch/ bfs/ de/ home/ statistiken/ kataloge-datenbanken/ publikationen/ uebersichtsdarstellungen/ statistisches-jahrbuch.html [20.6.2020]. 7 Dort wird eine zahlenbasierte Schweizer Geschichte anhand von Datenreihen aus den Volkszählungen ab 1850 präsentiert und illustriert, und zwar zu den Merkmalen Alter und Geschlecht, Renata Coray / Alexandre Duchêne 66 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 den (B usset 1993, B usset et al. 1995, j ost 1995, 2016). Eine vertiefte Geschichte der Produktion der amtlichen Sprachenstatistiken steht aber noch aus. Wertvolle Hinweise dazu finden wir in einer juristischen Publikation (V iletta 1978) und in mehreren soziolinguistischen Statistikanalysen (z. B. B ianConi / B orioli 2004, F urer 1996, 2005, h auG 1998, l üdi et al. 1997, l üdi / w erlen 2005, M eli 1962, p andolFi et al. 2016). Zusammenfassend kann gesagt werden, dass Sprachenstatistiken bei sprach-, repräsentations- und minderheitenpolitischen Auseinandersetzungen eine wichtige Rolle spielen, weshalb deren Produktion und Rezeption von grossem Interesse für die Soziolinguistik sind. Die Quantifizierung von Sprachen und Sprechenden trägt dazu bei, ein (statistisches und kartografisches) Bild des Staates und seiner Bevölkerung zu fixieren und - v. a. in offiziell mehrsprachigen Ländern - möglichst stabile Verhältnisse zu belegen. Sprachlichen Minderheiten dienen Statistiken als Mittel im Kampf um Anerkennung und Unterstützung. Die Schweiz stellt folglich ein privilegiertes Forschungsterrain dar, um die Produktion und Rezeption von Sprachenstatistiken und das Seilziehen von Sprachaktivisten und -aktivistinnen rund um angemessene Zahlen zu untersuchen. 3. Schweizer Sprachenstatistik unter der Lupe Ausgehend von der oben erwähnten Fachliteratur und vom spezifischen Interesse an der eidgenössischen Sprachenstatistik haben wir ein soziolinguistisches Forschungsprojekt zu sprachstatistischen Erhebungen in der Schweiz durchgeführt 8 . In diesem Projekt haben wir die eidgenössischen Volkszählungen seit 1850 untersucht, d. h. die Modalitäten der Produktion, Präsentation und Interpretation von statistischen Kategorien und Daten zu Sprachen, und die Art und Weise, wie die amtlichen Sprachenstatistiken in Politik, Wissenschaft und Massenmedien verwendet und diskutiert worden sind (C oray 2017a, 2017b, d uChêne / h uMBert 2018, d uChêne et al. 2018, 2019, h uMBert 2018, h uMBert et al. 2018). Der vorliegende Artikel basiert auf Daten aus diesem Projekt und fokussiert die Zahlen und Diskussionen zum Rätoromanischen. Dabei handelt es sich um eine Kleinsprache (M arti 1990: 10), welcher in der offiziell viersprachigen Schweiz der Status einer Landes- und Teilamtssprache zukommt und deren Sprecher und Sprecherinnen heute fast alle über sehr gute Deutschkompetenzen verfügen (müssen). ausländische Bevölkerung, Religionslandschaft und Sprache. Cf. www.census1850.bfs.admin.ch/ de/ [20.6.2020]. 8 Das Projekt wurde im Rahmen des Arbeitsprogramms des Wissenschaftlichen Kompetenzzentrums für Mehrsprachigkeit der Universität und Pädagogischen Hochschule Fribourg/ Freiburg von 2016 bis 2018 durchgeführt und finanziert (cf. www.zentrum-mehrsprachigkeit.ch/ de/ content/ hinterden-kulissen-der-quantifizierung-von-sprachen [20.6.2020]). An dieser Stelle sei unserem ehemaligen wissenschaftlichen Mitarbeiter Philippe N. Humbert gedankt für seine stets wertvolle Unterstützung und bereichernden Impulse, die auch dem vorliegenden Artikel zugutegekommen sind. Das Seilziehen um Zahlen 67 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 Sie wird von der Landesregierung als gefährdete Sprache eingestuft und geniesst besondere Schutzmassnahmen (B isaz / G laser 2015). Der interaktive Atlas of the World’s Languages in Danger der UNESCO vermerkt für das Bündnerromanische (Romansh) nur gerade 35.095 Sprecher und Sprecherinnen (gemäss eidgenössischer Volkszählung von 2000) und beurteilt die Vitalität dieser Sprache als «definitely endangered» 9 . Derart tiefe Zahlen werden von Vertretern der romanischen Sprachbewegung jedoch immer wieder relativiert. Solche Auseinandersetzungen um zutreffende Zahlen sind typische Elemente von Gefährdungsdiskursen und stehen im Zentrum unseres Beitrages. Dieser geht folgenden Fragen nach: - Wie ist das Rätoromanische in den eidgenössischen Volkszählungen und amtlichen Statistiken seit 1850 berücksichtigt worden? - Wie reagieren Fürsprecher aus der Wissenschaft, Politik und rätoromanischen Sprachbewegung auf diese Zahlen? - Welche Auseinandersetzungen um zutreffende Zahlen sind zu beobachten? Unser Versuch, diese Fragen zu beantworten, soll letztlich zu einem besseren Verständnis der Bedeutung von Zahlen im Kampf von Sprachaktivisten um Anerkennung und Unterstützung beitragen und dafür sensibilisieren, dass diese Zahlen quasi immer Gegenstand von Auseinandersetzungen und Kritiken sind (und bleiben). Das analysierte Korpus umfasst Texte und Diskurse aus den für die offizielle Sprachenstatistik massgeblichen gesellschaftlichen Handlungsfeldern Politik, Verwaltung, Wissenschaft und Massenmedien. Es besteht aus schriftlichen Dokumenten der eidgenössischen Regierung und Verwaltung zur Volkszählung und Sprachenstatistik, aus wissenschaftlichen Analysen und Präsentationen zur amtlichen Sprachenstatistik und aus Medienbeiträgen zu diesen Statistiken 10 . Im Zentrum der vorliegenden Analyse stehen Texte und Diskurse, welche sich zum Bündnerromanischen äussern. Dieses Korpus erlaubt die Untersuchung der Art und Weise der Berücksichtigung, Thematisierung und Problematisierung der Statistiken zu dieser kleinsten Landessprache im öffentlichen Diskurs und insbesondere auch des Ringens um angemessene Zahlen. Diese administrativen, politischen, wissenschaftlichen und massenmedialen Texte und Diskurse haben wir aus soziolinguistischer Perspektive analysiert, wobei wir uns an der kritischen Soziolinguistik und Diskursanalyse orientiert haben. Diese verstehen Sprache und Diskurse als historisch situierte soziale Praktiken, welche von Macht- und Interessenkonstellationen sowie von Ideologien geprägt werden und selbst zur Wissensproduktion beitragen (B loMMaert 2005, d uChêne 2008, h eller 2002, w odak / M eyer 2009). Folglich sind auch Sprachenstatistiken und Debatten rund um diese Zahlen als soziale Praktiken zu verstehen, welche in ihrem spezifischen 9 Cf. www.unesco.org/ languages-atlas/ index.php? hl=en&page=atlasmap [20.6.2020]. Cf. auch Fussnote 3. 10 Mehr Informationen zum untersuchten Korpus finden sich in d uChêne et al. 2019: 63s. Renata Coray / Alexandre Duchêne 68 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 soziohistorischen Kontext und unter Berücksichtigung der jeweiligen Produktionszusammenhänge und Interessen und Vorstellungen der involvierten Akteure zu analysieren sind. Letztlich bedeutet dies, dass wir Sprachenstatistiken im Folgenden nicht als technisches oder methodologisches, sondern als primär soziales Phänomen untersuchen. Zwar spielen methodologische Entscheidungen eine wichtige Rolle für das jeweilige Resultat einer Sprachenerhebung, so z. B. die Formulierung der Sprachenfrage im Zensus (V eltMan 1986), die genaue Bezeichnung und Definition der erfragten Sprache(n) (k ertzer / a rel 2002), die Sprache der mit der Zählung beauftragten Person und Institution und der auszufüllenden Formulare (l eeMan 2018b, z aVala -r ojas 2018) oder die zwecks Datenevaluation geschaffenen und fokussierten Kategorien (B erthele 2016, B usCh 2015, 2016). Aber unser Fokus liegt weniger auf diesen methodologischen Aspekten, sondern v. a. darauf, wann, wie und warum solche methodologischen Aspekte diskursiv von Bedeutung werden und in den Fokus der Kritik geraten und Sprachenstatistiken allgemein zum Gegenstand öffentlicher Auseinandersetzungen werden. Die Analyse der divergierenden Zählstrategien und Interpretationen, der dominierenden Begriffe und Narrationen bei den bündnerromanischen Sprachaktivisten soll exemplarisch die wichtige rhetorische und praktische Funktion von Sprachenstatistiken in Diskursen von sprachlichen Minderheiten und ihren Fürsprechern verdeutlichen (d uChêne / h eller 2007, h ill 2002, M oore et al. 2010, M uehlMann 2012, p réVost 2011, u rla 1993). Kurz, die im Folgenden präsentierte Analyse kombiniert historische, soziolinguistische und diskursanalytische Methoden und untersucht die Entwicklung der Produktion und Präsentation der Sprachenstatistiken und die öffentlichen Reaktionen, insbesondere von bündnerromanischen Sprachaktivisten und -aktivistinnen, ausgehend von der Analyse politischer, administrativer, wissenschaftlicher und massenmedialer Diskurse. Damit wollen wir zu einem besseren Verständnis der rekurrenten Auseinandersetzungen zu Sprachenstatistiken und ihrer wichtigen gesellschaftlichen Rolle beitragen. Diesen Statistiken kommt nicht nur eine abbildende, sondern auch performative Kraft zu (l aw 2009), denn sie können die (Re)Produktion verbreiteter Vorstellungen zu Sprache und die Verteilung materieller und immaterieller Ressourcen (z. B. Subventionen oder politische Ämter) beeinflussen. 4. Bemühungen um angemessene Zahlen: ein historischer Kampf Bemühungen und Auseinandersetzungen rund um angemessene Zahlen sind keine neuen Phänomene. Der schweizerische Bundesstaat kann auf eine lange Tradition der Erhebung von Bevölkerungsstatistiken zurückblicken (j ost 2016). Das quantifizierte Wissen zur Zusammensetzung und zu den Eigenheiten der Einwohnerinnen und Einwohner galt schon früh als wichtiges Regierungsinstrument, das eine ausgewogene Berücksichtigung der föderalistischen Interessen und damit den Erhalt Das Seilziehen um Zahlen 69 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 der politischen Stabilität und nationalen Kohäsion erlauben sollte. Statistiken wurden für politische, militärische, finanzielle, infrastrukturelle, bildungspolitische und andere Zwecke benötigt, z. B. für die Berechnung der Vertretung der Kantone im eidgenössischen Parlament, der Grösse der Armee, der Erhebung und Verteilung der Steuern, der Notwendigkeit von öffentlichen Bauten wie Strassen und Schulhäusern, des Umfangs von Sprachgebieten oder des Bedarfs an Übersetzungen. Die auf dem schweizerischen Staatsgebiet gesprochenen Landessprachen waren schon von Anfang an Teil dieser offiziellen Zählungen. Bereits in der ersten Statistik des neuen Bundesstaates aus dem Jahr 1850 finden wir Zahlen zu den Sprachen, d. h. zu Deutsch, Französisch, Italienisch und Romanisch (edi 1851: VI. Tableau). Obwohl in der Bundesverfassung bis 1938 nur von drei Nationalsprachen die Rede war, wurde das Rätoromanische von Beginn weg in die nationale Sprachenstatistik mitaufgenommen und galt als eine der «vier heimischen Sprachen» (B Bl 11.6.1870: 557). Auch einige Zensusformulare wurden damals schon in alle vier Sprachen übersetzt und verteilt (B undesrat 1860: 315). Die Berücksichtigung dieser vier als heimisch definierten Sprachen verweist nicht nur auf ihre praktisch-administrative, sondern auch symbolische Bedeutung für das nationale Selbstverständnis und Bild einer mehrsprachigen Schweiz, das dadurch sowohl gegen Innen als auch gegen Aussen manifestiert und visualisiert werden konnte. Die Erhebungsmethoden der eidgenössischen Volkszählung wurden regelmässig angepasst, was sich auch auf die Sprachenstatistik auswirkte: Die ersten Zahlen zu Sprachen im neuen Bundesstaat wurden gemeindeweise erhoben (1850), d. h. sie wurden anhand der Einwohnerzahlen der als deutsch-, französisch-, italienisch- oder romanischsprachig geltenden Gemeinden errechnet. Die Zählungen von 1870 und 1880 erfassten die Haushaltungssprachen, d. h. dass der damalige Zählungsbeamte die dominierende Sprache des Haushaltes zu notieren hatte, falls diese von der lokalen Amtssprache abwich. Diese Erhebungsmethoden (ausgehend von einer einzigen Sprache pro Gemeinde bzw. Haushaltung) hatten zur Folge, dass eine selbst vom zuständigen Eidgenössischen Statistischen Bureau bzw. Bundesamt für Statistik (BFS) bezweifelte sehr geringe Anzahl an «fremden Sprachen» erfasst worden war (cf. B Bl 22.7.1871: 1056). Dadurch tendierte die Statistik zur sprachlichen Homogenisierung und zur Unterschätzung der migrationsbedingten Präsenz auch anderer Sprachen in Gemeinden und Haushaltungen (und damit auch zur Ausblendung der Existenz von zwei- und mehrsprachigen Personen). Als Beispiele für eine solche Unterschätzung führte das BFs bereits damals rätoromanisch- und italienischsprachige Studenten, Lehrlinge, Dienstboten und Fabrikarbeiter an, die als Einzelpersonen in deutschsprachigen Haushaltungen (z. B. im Kanton SG oder ZH) wohnten und nicht erfasst worden waren (BFs 1892: 73). Seit 1880 schliesslich wird in der Volkszählung nach der individuellen «Muttersprache» gefragt - damals noch ohne jegliche Definition dieses Begriffs (d uChêne et al. 2018) -, um die Datenqualität zu verbessern. Diese neue Zählmethode ab 1880 hat beträchtliche Auswirkungen auf die Sprachenstatistik einiger Gemeinden in Sprachkontaktzonen, wie das Beispiel von zwei Renata Coray / Alexandre Duchêne 70 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 Gemeinden aus Graubünden eindrücklich belegt: In Marmorera und Bivio (die zwei Orte gehören heute, nach einem Gemeindezusammenschluss, zur Gemeinde Surses in der Region Albula), hatte sich der Anteil des Italienischen und Romanischen quasi ins Gegenteil verkehrt, d. h. die gemäss Volkszählungen von 1860 und 1870 italienischsprachigen Gemeinden wurden zu romanischsprachigen Gemeinden gemäss Zählung von 1880. Ein damaliger hoher Beamte im BFS, der Rätoromane Flurin Berther (M aissen 1995), machte dafür sprachliche Kategorisierungsprobleme geltend, da der dort gesprochene Dialekt sowohl dem Romanischen als auch dem Italienischen zugezählt werden könne (B erther 1898: 65, 73). Diese sprachliche Eigenheit bestand jedoch schon in den vorangegangenen Zählungen, weshalb sie nicht ausreicht, den sprunghaften Anstieg des Rätoromanischen zwischen 1870 und 1880 zu erklären. Plausibler ist ein Einfluss der neuen Erhebungsmethode: In diesen beiden Gemeinden wurde damals Italienisch als Amts- und Schriftsprache verwendet (F urer 1996: 22 N1, k ristol 1980, 1984: 28 N30). Deshalb kann davon ausgegangen werden, dass die Haushaltungen mit italienischen Formularen bedient worden waren und dass die in den Jahren 1860 und 1870 für die Erfassung der Haushaltungssprache verantwortlichen Volkszählungsbeamten in den meisten Fällen die italienische Schriftsprache als auschlaggebend erachtet hatten. Mit der neuen, individuell erfragten «Muttersprache» ab 1880 bestätigte sich die Beobachtung eines anderen Zeitgenossen zu Bivio, gemäss welchem die italienische Schriftsprache für die Bevölkerung immer eine Fremdsprache geblieben sei (C andrian 1900, zitiert in: k ristol 1980: 106, 1984: 35). 4.1 Pessimistische Prognosen und Gegenbewegungen Auch das BFS beurteilte diese neue Erhebungsmethode als Fortschritt, da erst die für jede Person separat erhobene «Muttersprache» erlaube, «einen richtigen Begriff von der Sprachmischung» zu erhalten (BFs 1881: XLVIII). Diese (territoriale) «Sprachmischung» bzw. das Nebeneinander verschiedener Nationalsprachen wird - in Abgrenzung zu den damaligen sprachnationalistischen Entwicklungen - als Zeichen für die unauflöslichen Bande zwischen den verschiedensprachigen Eidgenossen gewertet. Die neu möglichen statistischen Berechnungen der Verteilung von Sprechenden ausserhalb ihres eigenen Sprachgebietes veranlassten jedoch bereits damals zu eher pessimistischen Einschätzungen der Situation des Rätoromanischen: Das BFS bezeichnet die ausserhalb ihres Sprachgebietes lebenden «Sprachgenossen» als «ohne Zweifel ein weniger gesicherter Bestandtheil ihrer bisherigen Sprachgemeinschaft» (BFs 1892: 74) und zählt deutlich mehr Romanischsprachige als Sprechende anderer Landessprachen ausserhalb ihres Sprachgebietes (dies auch wegen des sehr kleinen und rural geprägten romanischen Sprachgebietes, das viele zur Emigration zwingt). Einige Jahre später fällt der Kommentar zum weiter abnehmenden Anteil an Romanischsprachigen in den romanischen Gebieten erneut ernüchternd aus: Diese seien «mit dem Anschluss an die grossen Verkehrslinien nach und nach der Das Seilziehen um Zahlen 71 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 Germanisierung verfallen» (BFs 1915: 76). Solche statistischen Negativtrends wurden vereinzelt aber auch begrüsst, so z. B. durch den deutschen Nationalökonomen s artorius 1900: 419s., der in seiner volkswirtschaftlichen und nationalpolitischen Studie zur «Germanisierung der Rätoromanen in der Schweiz» diese Entwicklung als Voraussetzung und Ausdruck des politischen und wirtschaftlichen Fortschritts des Kantons Graubünden interpretierte. Die gegen Ende des 19. Jahrhunderts verstärkten Bemühungen um das Rätoromanische und die Gründung von romanischen Sprachpflegevereinen sind auch in Zusammenhang mit solchen negativen Trends und Szenarien zu verstehen, die ausgehend von sprachstatistischen Entwicklungen entworfen worden waren (C oray 2008, l eChMann 2005, V alär 2013). Eine weitere uns bekannte kritische Auseinandersetzung mit der als zu klein beurteilten Zahl für das Rätoromanische in der offiziellen Sprachenstatistik finden wir Ende der 1930er-Jahre: Andri Augustin, ein Romanist und «apostel da la soncha chosa rumantscha» (p ult 1939: 142), der sich bis zu seinem Tod für die Erhaltung des Rätoromanischen in stark germanisierten Gegenden, v. a. in Mittelbünden, eingesetzt hatte, bemängelte die Definition von «Muttersprache», welche damals die Umgangssprache in der Familie erfasste. Dies habe negative Folgen für die Anzahl Romanen in den sprachlich gemischten Übergangszonen, wo insbesondere die ältere Generation mit Kindern und Enkeln (d. h. also in der Familie) vermehrt deutsch spreche, aber mit ihren Altersgenossen ihre Erstsprache Romanisch verwende (a u - Gustin 1939: 197). Seine eigene statistische Erhebung in einer stark germanisierten romanischen Region (im Domleschg) ermittelt denn auch eine viel höhere Anzahl Romanischsprachiger als in der Volkszählung von 1930 ausgewiesen worden war. 4.2 Verfassungsrechtliche Anerkennung trotz kleiner Zahl In der ersten Hälfte des 20. Jahrhunderts ist Rätoromanisch jedoch weniger ein Thema in Zusammenhang mit seiner statistischen Entwicklung - die vom BFS von 1910 bis 1941 publizierten Zahlen weisen einen gleichbleibenden Anteil von 1,1% und steigende absolute Zahlen für die Schweiz aus. Vielmehr steht die Kleinsprache im Fokus internationaler Spannungen angesichts der auch linguistisch begründeten territorialen Annexionsgelüste Italiens, weshalb in der Folge eine verfassungsrechtliche Anerkennung des Romanischen als Schweizer Landessprache vorangetrieben wird (l iVer 2010, V alär 2013, w idMer et al. 2004). In der diesbezüglichen Botschaft des Bundesrates und den anschliessenden parlamentarischen Debatten Ende der 1930er-Jahre wird in der Regel die (kleine) Anzahl Romanischsprachiger bloss deshalb beziffert, um in der Folge umso mehr den beeindruckenden Kampf dieses «Volkes der Berge» für seine Sprache und die Notwendigkeit der geistigen Landesverteidigung zu betonen: Der Umstand, dass nur 44.000 Schweizer, also kaum ein Hundertstel unserer Gesamtbevölkerung, der rätoromanischen Sprache angehören, darf uns nicht daran hindern, dieser Sprache Renata Coray / Alexandre Duchêne 72 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 das von ihr geförderte [sic] Recht der verfassungsmässigen Anerkennung zu gewähren. Für uns kann nur die Tatsache massgebend sein, dass ein eidgenössischer Volksstamm das Rätoromanische als seine Muttersprache spricht und dass diese seine Muttersprache mit einem Stück schweizerischer Erde wurzelstark verbunden ist. (von Bundesrat Philipp Etter verfasste Botschaft vom 1. Juni 1937, in: B undesBlatt 2.6.1937: 21) Gerade die Tatsache, dass wir für das Recht und die Freiheit der Sprache einstehen, die dieses Volk, dieser Hundertstel der gesamten Bevölkerung unseres Landes spricht, beweist, dass in der Demokratie letzten Endes nicht die Zahl und nicht die Masse König sind, nicht die Mehrheit, sondern der Geist, der die Zahl und die Mass beseelt und bestimmt. (Bundesrat Philipp Etter, in: a MtliChes B ulletin , Nationalrat, 7.12.1937: 730) Vor diesem Hintergrund der kleinen Zahl erscheint die Schweizer Demokratie in umso hellerem Licht, die sprachliche Gleichberechtigung eines «eidgenössischen Volksstammes» eine umso grössere Verpflichtung. Nicht Grössenverhältnisse, sondern politisch-demokratische Grundsätze werden in Abwehr irredentistischer Bedrohungen ins Zentrum gerückt. 1938 wird die Abstimmungsvorlage, welche das Rätoromanische in den Stand einer verfassungsrechtlich anerkannten Nationalsprache hebt, mit einem historischen Anteil von rund 92% Ja-Stimmen angenommen. 5. Erweiterte Sprachenfrage, neue Zahlen und Kritiken (1990/ 2000) Nach dem Zweiten Weltkrieg nehmen die vom Bundesamt für Statistik (BFS) publizierten Prozentzahlen zum Rätoromanischen zwar erstmals nach vier Jahrzehnten wieder ab, die absoluten Zahlen nehmen aber weiterhin zu. Die Sprachenstatistiken werden in dieser Phase der Hochkonjunktur kaum zum Gegenstand von öffentlichen Debatten. Erst ab den 1970er-Jahren, im Zuge der steigenden Aufmerksamkeit für Anliegen von Minderheiten verschiedenster Art, rücken auch sprachliche Minderheiten stärker in den öffentlichen Fokus. Insbesondere ab den 1980er-Jahren lässt sich eine zunehmende Unzufriedenheit mit den in der eidgenössischen Volkszählung seit Jahrzehnten erhobenen Daten zur «Muttersprache» beobachten. Unzufrieden sind einerseits romanischsprachige Kreise angesichts der in den vergangenen Jahrzehnten sich verschlechternden Zahlen für die vierte Landessprache und der als «demographisch-statistische Diskriminierung» kritisierten Definition des romanischen Sprachgebiets durch das BFS (V iletta 1984: 152s.). Unzufrieden sind aber auch einige soziolinguistische Experten und Expertinnen, welche sich von der Volkszählung mehr Angaben zu den bisher nicht erfassten mehrsprachigen Praktiken wünschen. Diese wachsende Unzufriedenheit spiegelt sich auch in vermehrten und besorgten sprachpolitischen Vorstössen und Publikationen (w idMer et al. 2004: 254s., 503-05). Gleichzeitig steigt der politische Druck im Parlament, die Volkszählung von 1990 zu vereinfachen und den Fragebogen zu kürzen (p olasek / s Chuler 1996: 21-23, 42-45). Das Seilziehen um Zahlen 73 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 In der Vernehmlassung zum revidierten Fragebogen für die Volkszählung von 1990 wurde die altbekannte «Muttersprachenfrage» quasi ohne Veränderung integriert (edi 1987: 45s., s Chuler 1987: 26). In ihrer Stellungnahme regte die romanische Dachorganisation dazu an, eine Frage zur Ermittlung der Sprachkompetenzen in den Landessprachen aufzunehmen. Damit sollten alle Personen mit Romanischkompetenzen erfasst werden und nicht nur diejenigen mit muttersprachlichen Kenntnissen. Einige Soziolinguisten ihrerseits bemängelten die monolinguale Perspektive der traditionellen Sprachenfrage und regten ebenfalls die Erhebung von mehrsprachigen Kompetenzen an sowie eine Differenzierung zwischen Hochsprache und Dialekt (z. B. k ristol 1984: 71s., l üdi 1981: 128-30). Entgegen dem politischen Druck, einen kürzeren Fragebogen vorzulegen, wurde auf einige dieser Anliegen eingegangen und die Sprachenfrage verändert, ja sogar erweitert. Bei der Ausarbeitung der neuen Sprachenfrage sowie bei den Auswertungen der damit erhobenen Daten hat das zuständige BFS eng mit Soziolinguisten und -linguistinnen aus allen Sprachregionen zusammengearbeitet (F ranCesChini 1993: 100 N18, l üdi et al. 1997: 22). Mit der modifizierten Sprachenfrage in der Volkszählung von 1990 beginnt eine neue Ära der Erhebung von Sprachendaten in der Schweiz: Neu wird nach der «Sprache» und nicht mehr nach der «Muttersprache» gefragt (wobei die seit 1950 geltende Definition als Sprache, in der man denkt und die man am besten beherrscht, beibehalten und in den Auswertungen der Begriff der «Hauptsprache» verwendet wird). Beibehalten wird auch die Begrenzung der Antwortmöglichkeit auf nur eine Sprache. Zusätzlich werden neu zwei Fragen zu den regelmässig gesprochenen Sprachen zu Hause und an der Arbeit bzw. in der Ausbildung gestellt (in der Auswertung: «Umgangssprachen»), wobei mehr als eine Sprache angekreuzt werden kann und in den Antwortkategorien je auch die dialektale Varietät der drei grösseren Landessprachen zu finden ist. Die neuen Zahlen zu den Umgangssprachen erlauben erstmals Auswertungen zur individuellen Mehrsprachigkeit und Dialektverwendung. Die Beibehaltung der seit 1950 geltenden Definition der «Hauptsprache» (bis 1980: «Muttersprache») und die Beibehaltung der Begrenzung auf eine Hauptsprache sollten eine gewisse Kontinuität und Vergleichbarkeit der neuen und alten Daten gewährleisten. Die erweiterte Sprachenfrage weckte insbesondere bei romanischen Sprachaktivisten einige Hoffnung, angemessenere Daten für das Rätoromanische zu erhalten. Sie hofften durch die Erhebung auch der Umgangssprachen, ein realistischeres Bild der Verbreitung des Rätoromanischen zu erhalten, das in der Regel Teil eines mehrsprachigen Repertoires ist. Diese neuen Zahlen für das Rätoromanische sollten die (bisher als unterschätzt erachtete) Grösse richtigstellen und damit auch die durchaus noch vorhandene Vitalität der Sprachgruppe belegen und ihr weiterhin eine angemessene Wertschätzung und Unterstützung sichern. Ein statistischer Umschwung, d. h. ein Ende des stetigen Abwärtstrends würde auch den grossen personellen und finanziellen Einsatz zugunsten dieser Sprache als sinnvoll und erfolgreich ausweisen. Renata Coray / Alexandre Duchêne 74 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 5.1 Neue Zahlen, Kritiken und Krisendiskurse Die neuen Sprachenstatistiken, basierend auf den Volkszählungen von 1990 und 2000, bringen jedoch eine herbe Enttäuschung für die Rätoromanen. Die erweiterte Sprachenfrage hat nicht zu besseren, sondern eher schlechteren Zahlen geführt: In der öffentlichen Kommunikation des BFS wird ein weiterer «Rückgang des Rätoromanischen» bzw. eine «Erosion» und eine immer stärkere Gefährdung dieser Sprache vermeldet 11 . Die Zahlen für Rätoromanisch als Muttersprache bzw. Hauptsprache haben deutlich abgenommen (von 51.000 bzw. 0,8% im Jahr 1980 auf 39.600 bzw. 0,6% im Jahr 1990 und 35.100 bzw. 0,5% im Jahr 2000). Die neuen Statistiken zu Rätoromanisch als Umgangssprache (1990: 66.100 bzw. 0,9%; 2000: 60.600 bzw. 0,8%) fallen hingegen positiver aus, werden in der Öffentlichkeit jedoch kaum zur Kenntnis genommen. Die von Soziolinguisten und -linguistinnen begrüssten neuen Zahlen zur individuellen Mehrsprachigkeit belegen zwar eine stark überdurchschnittliche Mehrsprachigkeit von Romanischsprachigen, diese Zahlen vermögen die romanischen Sprachaktivisten jedoch kaum zu trösten. Ihre im Folgenden präsentierten Reaktionen auf diese neuen Sprachenstatistiken fallen vehement aus. Sie beinhalten erneut methodologische Kritiken, aber auch typische rhetorische Elemente von Krisen- und Gefährdungsdiskursen sprachlicher Minderheiten, insbesondere Krisen- Narrative, alarmierende Statistiken und «Countdowns» (h ill 2002, M oore et al. 2010, M uehlMann 2012, p réVost 2011). Im Fokus der methodologischen Kritik stehen die neu verwendeten Konzepte, die Begrenzung auf eine einzige Hauptsprache, die Begrenzung der Umgangssprachen auf zwei von vielen möglichen Gebrauchsdomänen und die Publikationspolitik des BFS: Die durchwegs zweisprachigen Rätoromanen hätten bei der bis 1980 gestellten gefühlsbetonteren Frage nach der «Muttersprache» noch eher Romanisch angekreuzt als bei der rationaleren Frage nach der «Hauptsprache» bzw. nach der Sprache, welche sie am besten beherrschten 12 . Dieser terminologische und konzeptuelle Wandel trage dazu bei, nicht mehr die Herkunft und (ehemalige) Familiensprache, sondern die bestbeherrschte Sprache in den Vordergrund zu rücken; diese sei angesichts der deutschsprachigen weiterführenden Schulen, der Dominanz von Deutsch im beruflichen Alltag und der zahlreichen in die Deutschschweiz ausgewanderten Rätoromanen eher die deutsche Sprache. Einige Kritiker fordern deshalb sehr dezidiert die Rückkehr zur Frage nach der «Muttersprache». Andere wünschen die Möglichkeit, mehr als nur eine Hauptsprache angeben zu können, was für zweisprachige Befragte angemessenere Resultate ergebe 13 . 11 Cf. die Medienmitteilungen des BFS vom Mai 1993, 19.12.2002 und 12.4.2005. 12 Schon l ieBerson 1966: 67 und auch t andeFelt / F innäs 2007: 45 haben die statistisch vorteilhafte Wirkung der Frage nach der Muttersprache (anstelle der Frage nach der Hauptsprache) auf die Nennungshäufigkeit bei Minderheitensprachen erwähnt. 13 Beispiele solcher methodologischen Reflexionen und Kritiken von soziolinguistischen Fachleuten und/ oder rätoromanischen Interessenvertretern finden sich z. B. in C athoMas 1995, F ranCesChini 1993, F urer 1995, 1996: 18s., 23s., 1997: 255s., 2005: 59, 135-38, l üdi et al. 1997: 90. Die Forderung Das Seilziehen um Zahlen 75 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 Die Publikationspolitik des BFS wird kritisiert, da sie die Statistiken zu den Hauptsprachen in den Vordergrund rücke. Die Lia Rumantscha relativiert die in der Presse als «dramatischen Einbruch des Romanischen» bezeichnete Entwicklung, indem sie in einer Agenturmeldung mit dem Titel «Neue Hoffnung bei den Romanen: Vierte Landessprache stärker verbreitet als angenommen» (sda 27.2.1993) die in der Öffentlichkeit kaum wahrgenommenen Zahlen zur romanischen Umgangssprache hervorhebt. Zehn Jahre später kritisiert sie das BFS massiv in einem offenen Brief an die Adresse der Schweizer Regierung, da das BFS zuerst nur die Hauptsprachenstatistik der Volkszählung von 2000 publiziert hatte (lQ 16.1.2003): Bei einer zwangsläufig zweisprachigen Minderheit wie den Rätoromanen vermittle die Veröffentlichung von Zahlen nur zur Hauptsprache ein falsches Bild, was eine «Diskriminierung» und auch ein psychologisches Problem darstelle, da es die Rumantschia kleiner mache, als sie sei, wodurch ihr Schaden zugefügt werde. Immer wieder wird betont, dass die für die Rätoromanen ausschlaggebenden und identitätsbildenden Zahlen weniger diejenigen zur Hauptsprache, sondern v. a. diejenigen zu den regelmässig gesprochenen Sprachen seien. Wiederholt (und bis heute, cf. lQ 1.2.2018) wird auf das «falsche Bild» und die «verfälschten Schlussfolgerungen» verwiesen, welche die Beachtung nur der Angaben zur ersten Sprachenfrage mit sich bringe. Die Medienberichterstattung aus Graubünden bedient sich regelmässig eines Krisenvokabulars in Zusammenhang mit der statistischen Entwicklung des Rätoromanischen. Es ist die Rede von «Schock», «alarmierender Situation» und «Erosion», von «Resignation» und möglicherweise «definitiver Auflösung» des Romanischen. Besorgt wegen der neuen Zahlen, die eine Halbierung der Romanischsprachigen in Graubünden seit der Volkszählung von 1950 zeigten, wird sogar ein nahender «Countdown» heraufbeschworen, d. h. das definitive Aussterben dieser Sprache in 40 bis 50 Jahren errechnet, ausgehend von der bisherigen statistischen Entwicklung. . Solche Todesprophezeiungen finden sich immer wieder im romanischen Metadiskurs, und zwar schon seit dem 19. Jahrhundert (C oray 2008, d arMs 2014). Höhepunkt dieses Gefährdungs- und Krisendiskurses ist die Lancierung und Einreichung eines «Manifests zur Lage des Rätoromanischen» für die Rettung der vierten Landessprache im Jahr 2002, kurz nach der Veröffentlichung der ersten Resultate der neuen Volkszählungsdaten: Insgesamt rund 2.700 Personen, darunter zahlreiche Persönlichkeiten aus Politik und Wissenschaft, beurteilen die Situation des Rätoromanischen als alarmierend und fordern verstärkte Unterstützungsmassnahmen, insbesondere auch gesetzlicher Art 14 . nach Rückkehr zur Muttersprachenfrage wurde wiederholt vom damaligen Chefredaktor des «Bündner Tagblatts», Claudio Willi, formuliert, z. B. in: Bt 2.2.2002, Bt 29.7.2002, Bt 20.12.2002 und so 2.1.2007. 14 Exemplarisch für den Krisendiskurs ist ein Beitrag in lQ 24.1.2002, wo insgesamt fünfmal von «alarmierend» die Rede ist. Cf. auch Bt 18.2.2002, Bt 4.4.2002, Bt 20.12.2002, lQ 20.12.2002 etc. Cf. zum Manifest z. B. nzz 5.3.2002, swi 21.3.2002. Renata Coray / Alexandre Duchêne 76 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 5.2 «Countercountings» Wie schon in den 1930er-Jahren beobachten wir erneut eine für Minderheiten typische Strategie der Gegenzählung bzw. des «Countercounting» (M uehlMann 2012: 342), d. h. der Produktion und Mobilisierung von angemesseneren, d. h. höheren Zahlen. Quasi als Gegengewicht zu Krisendiskursen und negativen statistischen Trends werden andere, für das Rätoromanische höher ausfallende Statistiken angeführt: Mit Verweis auf andere Erhebungen wird betont, dass schon früher eine Differenz zwischen tatsächlichen Romanischsprechern und denjenigen auszumachen war, welche die Sprache in der Volkszählung angegeben hätten (l üdi et al. 1997: 96 N1). Insbesondere die seit den 1990er-Jahren von der Rätoromanischen Radio- und Fernsehgesellschaft (RTR) veranlassten regelmässigen Erhebungen zur Anzahl Personen, welche Romanisch verstehen bzw. romanisches Radio und TV hören, fallen viel positiver aus. In der Presse wird immer wieder auf diese höheren Zahlen verwiesen, wobei mehrheitlich von rund 100.000 Personen die Rede ist. Bemerkenswerterweise nimmt auch die offizielle, vom BFS mandatierte detaillierte Auswertung der Volkszählungsdaten von 2000 (F urer 2005) die statistischen Daten der RTR-Erhebung von 2003 auf, welche aufgrund der unterschiedlichen Fragestellung deutlich mehr Personen zählt. Seither finden wir in der Öffentlichkeit immer wieder unterschiedliche Angaben zur Grösse der romanischen Sprachgruppe, wobei diese in der Regel bei 35.000, 60.000 oder 100.000 liegen. Auch bei der Ermittlung und Definition des rätoromanischen Sprachgebiets bemüht sich der vom BFS mandatierte Experte und Sprachadvokat Jean-Jacques Furer um eine neue Zählmethode. Er erweitert und relativiert die rein statistische Definition des BFS (wonach eine Gemeinde je nach Hauptsprache der Mehrheit der einen oder anderen Sprachregion zugezählt wird) mit einer historischen Zählweise: Ausgehend von den sprachstatistischen Daten aus der Volkszählung vom 19. Jahrhundert hat er die Kategorie des traditionell romanischsprachigen Gebiets (TR) geschaffen, welche nicht nur ein schrumpfendes statistisches, sondern auch ein stabiles historisches Sprachgebiet ins Bewusstsein rücken soll (F urer 1996: 35, 2005: 135). Dieses TR umfasste im Jahr 2000 120 Gemeinden und somit wesentlich mehr als die in der Volkszählung von 2000 gezählten 66 romanischen Gemeinden nach rein statistischem Mehrheitsprinzip. 6. Neue Erhebungsmethoden und Komplexifizierung der Sprachenstatistik (ab 2010) Nach der Jahrtausendwende nimmt der politische und wirtschaftliche Druck zu, öffentliche Statistiken mit weniger aufwändigen und flexibleren Methoden zu erheben und in kürzeren Abständen vorzulegen. Die Umstellung von einer zehnjähr- Das Seilziehen um Zahlen 77 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 lichen Vollerhebung zu einer jährlichen Registererhebung und Strukturerhebung, ergänzt durch fünfjährliche thematische Stichprobenerhebungen, erfolgt im Jahr 2010 15 . Die seit der Volkszählung von 1990 erweiterte Sprachenfrage wird auch in der neuen Volkszählung ab 2010 beibehalten. Neu wird sie im Rahmen der jährlichen Strukturerhebung bei einer Stichprobe von rund 200.000 Personen ab 15 Jahren gestellt, und neu kann mehr als eine Hauptsprache angegeben werden. Dieser grundlegende Systemwechsel wurde in romanischen Kreisen kaum öffentlich thematisiert, und dies obwohl er grosse Auswirkungen auf die seither zur Verfügung stehenden Sprachenstatistiken hat und eine Revision der Sprachengesetzgebung in Graubünden notwendig machte. Erst in jüngerer Zeit, mit der zunehmenden Verunsicherung bezüglich der effektiven Grösse der romanischen Sprachgemeinschaft, werden vereinzelt Stimmen laut, welche wieder eine Vollerhebung, zumindest im Kanton Graubünden, fordern oder erneut Gegenzählungen vornehmen. Die im Folgenden präsentierten Diskurse und Praktiken verweisen darauf, dass es den romanischen Interessenvertretern auch darum geht, die Unterstützung für diese Kleinsprache nicht von (den als nicht wirklich angemessen eingestuften) Zahlen abhängig werden zu lassen, den offiziellen Statistiken angemessenere, d. h. höhere Zahlen entgegenzuhalten und eine Unterschreitung der Zahlen aus dem Jahr 2000 zu vermeiden oder zumindest hinauszuzögern. 6.1 Seilziehen um die angemessene Berechnungsmethode des romanischen Sprachgebiets Erneute Auseinandersetzungen rund um die angemessene Zählweise treten anlässlich der Erarbeitung der neuen Sprachengesetzgebung des offiziell dreisprachigen Kantons Graubünden zutage (B erther 2016, C oray 2017a, e tter 2016, G rünert 2015). Nach intensiven politischen und öffentlichen Debatten sind im Jahr 2008 ein kantonales Sprachengesetz und eine entsprechende Verordnung in Kraft getreten. Darin finden wir ein sogenanntes dynamisches Sprachgebietsprinzip, d. h. - vereinfacht und für das Rätoromanische zusammengefasst - genaue statistische Angaben, ab welchem Prozentsatz an Romanischsprachigen (definiert ausgehend von Romanisch als Hauptund/ oder Umgangssprache in der eidgenössischen Volkszählung) eine Gemeinde als einsprachig romanisch, zweisprachig romanisch-deutsch oder einsprachig deutsch zu gelten und entsprechende Amts- und Schulsprachen zu verwenden hat. Da Gemeinden in Graubünden bisweilen sehr wenige Einwohner und Einwohnerinnen zählen, sind die mit dem neuen Volkszählungssystem bzw. aufgrund von Stichproben erhobenen Sprachendaten mit grossen Vertrauensintervallen versehen (B undesrat 2017: 12s., BFs 2017: 5, 37s.). Deshalb wurde diese kantonale 15 Ausführliche Informationen zur eidgenössischen Volkszählung und zum Systemwechsel finden sich unter: www.bfs.admin.ch/ bfs/ de/ home/ statistiken/ bevoelkerung/ erhebungen/ volkszaehlung. html [20.6.2020]. Renata Coray / Alexandre Duchêne 78 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 Sprachengesetzgebung im Jahr 2015 dahingehend angepasst, dass unter bestimmten Umständen eine Gemeinde eine neue Vollerhebung verlangen und je nach Resultat ein verändertes Amts- und Schulsprachenregime einführen könnte. Die Kosten einer solchen kommunalen Vollerhebung müssen je zur Hälfte vom Kanton und der Gemeinde getragen werden. Dieser Kostenschlüssel und die relativ hohen Hürden, d. h. die strengen Vorgaben, welche für eine kommunale sprachstatistische Vollerhebung gelten, haben dazu geführt, dass solche bisher kaum durchgeführt worden sind. Dies hat auch eine Wahrung des Status quo zur Folge, d. h. den Erhalt des (statistischen) romanischen Sprachgebiets im Umfang der in der letzten Vollerhebung im Jahr 2000 ermittelten Zahlen 16 . 6.2 Mehr Zahlen und Verunsicherung Während auf kantonaler und kommunaler Ebene der Status quo erhalten und neue Zählungen eher vermieden werden, publiziert die Bundesverwaltung, im Rahmen des neuen Volkszählungssystems bzw. der Strukturerhebung, jährlich Sprachenstatistiken auch zum Rätoromanischen. Diese können zwar aufgrund der zu kleinen Zahl nicht immer, wie bisher, analog zu den drei anderen Landessprachen ausgewertet werden, kumulierte Daten erlauben aber auch Aussagen zum Rätoromanischen (F reire / F reyMond 2016). Die neue thematische Erhebung zur Sprache, Religion und Kultur (ESRK) ermittelt zudem neue Daten zu verschiedenen sprachlichen Praktiken, die z. T. auch für das Romanische auswertbar sind (d e F lauGerGues 2016, r oth 2019). Mit der jährlichen Publikation der Strukturerhebungsresultate scheinen Sprachenstatistiken an Neuigkeitswert für die Medien zu verlieren. Sie werden in Graubünden nur sehr punktuell zur Kenntnis genommen. 2012 und 2013 hebt die rätoromanische Tageszeitung in kurzen Beiträgen v. a. die Stabilität der Zahlen für das Romanische als Hauptsprache hervor. Die Strukturerhebung von 2016 ermittelt jedoch einen starken Rückgang von Romanisch als Hauptsprache, was erneut als Verfälschung angesichts der nicht gleichzeitig publizierten (höheren) Zahlen zu den Umgangssprachen bezeichnet wird 17 . In den Medien sind weiterhin unterschiedliche Daten im Umlauf, und rätoromanische Interessenvertreter kritisieren zunehmend, dass es an verlässlichen Zahlen fehle. Diese statistische Unsicherheit ruft unterschiedliche Reaktionen hervor: Einige halten präzise Zahlen für unerlässlich, um mehr Unterstützung und Subventionen 16 Die bisher (d. h. bis Mitte 2020) einzige kommunale Vollerhebung wurde im Jahr 2016 in der zweisprachigen Gemeinde Bergün/ Bravuogn durchgeführt, und zwar im Vorfeld der Fusion mit der deutschsprachigen Gemeinde Filisur. Gemäss dieser neuen Zählung ist der Anteil des Rätoromanischen seit der letzten Vollerhebung in der Volkszählung von 2000 leicht, aber nicht unter die massgebliche Grenze von 20% gesunken (cf. a Mt Für w irtsChaFt und t ourisMus G rauBünden 3.10.2016). Mehr zum Sprachenproblem bei Gemeindefusionen in Graubünden findet sich z. B. in e tter 2016 (zu Ilanz/ Glion) und G laser 2014 (zu Albula/ Alvra und Surses). 17 Cf. z. B. lQ 20.6.2012, lQ 6.3.2013, lQ 1.2.2018. Das Seilziehen um Zahlen 79 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 für das Romanische zu erhalten; umgekehrt werden Zahlen aber auch als sekundär eingestuft, da Subventionen nicht an die Anzahl Romanischsprachiger gekoppelt seien; andere geben die ohnehin nur begrenzte Aussagekraft von Statistiken für die Vitalität des Romanischen zu bedenken; wiederum andere betonen den dringenden Handlungsbedarf, unabhängig von unsicheren Statistiken; in jüngerer Zeit wurde von einem Soziolinguisten und ehemaligen Generalsekretär der Lia Rumantscha die Notwendigkeit betont, vom BFS eine detaillierte Zählung und Analyse mit angemessener Methode einzufordern 18 . 6.3 Neue Gegenzählungen Auf diese sprachstatistischen Unsicherheiten reagieren rätoromanische Sprachaktivisten erneut mit einer Gegenzählung: Die Lia Rumantscha hat eine eigene Zählung lanciert, welche alle Personen, die sich als Romanen «fühlen», zur Registrierung aufruft. Diese von 2015 bis 2019 dauernde Aktion war ursprünglich als Massnahme zur Generierung von «repräsentativen Angaben» angekündigt worden (LR Medienmitteilung 15.5.2015). Es haben sich aber weitaus weniger Personen registriert, als dies aufgrund der offiziellen Zahlen zu erwarten gewesen wäre. Trotz eines emanzipatorischen Ansatzes, d. h. der Inklusion aller, die sich als Rätoromanen und Rätoromaninnen fühlen und sich zur romanischen Sprache bekennen, scheinen Widerstände gegen diese symbolische Aktion und Abwehrhaltungen gegenüber sprachlichen und ethnischen Autokategorisierungen überwogen zu haben (die per Definition subjektiv sind, multiple Zugehörigkeiten ausblenden und negative historische Erinnerungen wecken können; cf. e xtra 2010: 112). In der Folge ist diese «Romanenzählung» als (spielerische) Sensibilisierungskampagne konzipiert worden, die letztlich rund 10.000 Personen zur Eintragung veranlassen konnte (lQ 9.12.2019). Der jüngste Versuch, angemessene statistische Angaben für das Rätoromanische zu ermitteln, stammt wiederum vom Experten und Sprachadvokaten Jean- Jacques Furer (in: lQ 9.8.2019). Seine Analysen und Interpretationen der für das Rätoromanische vorhandenen Statistiken des BFS führen zu den seit Langem höchsten, in der Öffentlichkeit kursierenden Zahlen für das Romanische: Mit seinen Berechnungen (basierend auf Hochrechnungen von Zahlen aus der ESRK 2014) ermittelt er die stattliche Anzahl von 110.400 bis 140.200 Personen insgesamt, die Romanisch als Hauptsprache oder als bekannte (d. h. mehr oder weniger gut gekonnte) Sprache haben. Das BFS selbst hatte anhand der ESRK 2014 rund 104.100 Personen ab 15 Jahren mit Romanisch als Hauptsprache oder als bekannte Sprache errechnet, d. h. 1,5% dieser befragten Population, wobei lediglich etwas mehr als die Hälfte von ihnen (55% von diesen 1,5%) angegeben hatte, diese Sprache noch zu verwenden (r oth 2019: 8s.). 18 Cf. z. B. lQ 21.1.2003, lQ 19.1.2011, Bt 11.3.2014, Bt 10.8.2019, lQ 8.1.2019. Renata Coray / Alexandre Duchêne 80 Vox Romanica 79 (2020): 61-88 DOI 10.2357/ VOX-2020-004 7. Schlussfolgerungen Quantifizierungen im Allgemeinen und Sprachenstatistiken im Speziellen sind ein wichtiges Instrument der Wissensproduktion (a lonso / s tarr 1987, d esrosières 2008, F ouCault 1981 [ 1 1969], k ertzer / a rel 2002, u rla 1993). Zahlen haben nicht nur eine propositive, abbildende Kapazität, sondern auch eine performative, wirklichkeitskonstituierende Wirkung; d. h. dass verschiedene Statistiken verschiedene Realitäten hervorbringen können (l aw 2009): Sprachenstatistiken und ihre Entwicklung beeinflussen die Wahrnehmung, Diskussionen und Handlungen in Bezug auf Sprachen, insbesondere in Bezug auf Klein- und Minderheitensprachen. Am paradigmatischen Beispiel der Statistiken zum Rätoromanischen in der Schweiz und der diesbezüglichen Auseinandersetzungen haben wir gesehen, welch wichtige Rolle die Quantifizierung und die Zählung möglichst vieler Sprecher und Sprecherinnen für eine rezessive Kleinsprache spielen. Ihre Quantifizierung wird von zahlreichen politischen und methodologischen Entscheidungs- und Selektionsprozessen geprägt. Und das Resultat kann von Sprachaktivisten und -aktivistinnen unterschiedlich interpretiert und eingesetzt werden. Das «Motiv der Zahl» und die für die Selbstvergewisserung relevante Frage «Wie viele sind wir (noch)? » (l orenz 2019: 77) spielen eine wichtige Rolle in allen Krisen- und Gefährdungsdiskursen, wobei eine möglichst hoch ausfallende Zahl als Ausdruck der Vitalität gilt. Unsere Analysen der eidgenössischen Volkszählungen und der dabei generierten Sprachenstatistiken seit Mitte des 19. Jahrhunderts verdeutlichen, dass das Rätoromanische von Anfang an mitberücksichtigt wurde und dass Erhebungsmethoden, Definitionen, Terminologie, Fragen und Auswertungsmodalitäten sukzessive angepasst wurden. Das zuständige Bundesamt für Statistik (BFS) trug dabei sowohl gesellschaftlichen Entwicklungen als auch politischen und wissenschaftlichen Anforderungen Rechnung. Trotzdem gerieten und geraten die offiziellen Sprachenstatistiken immer wieder in die Schlagzeilen. Insbesondere rätoromanische Sprachaktivisten üben regelmässig Kritik und machen methodologische und terminologische Probleme geltend, welche ihrer Ansicht nach dazu führen, dass ihre Sprache nicht angemessen gezählt und deren Sprecherzahl zu tief veranschlagt werde. Insbesondere seit den 1980er-Jahren kommt es anlässlich von Publikationen von öffentlichen Statistiken vermehrt zu Krisen-Narrativen und zu einem «Countdown» (h ill 2002, M oore et al. 2010, M uehlMann 2012), zu symbolischen Hilferufen in Form von offenen Briefen, Klagen und Manifesten zuhanden der Behörden, Regierungsstellen und interessierten Öffentlichkeit. Regelmässig finden wir auch alternative Zählungen, welche als Gegenzählungen die offiziellen Zahlen relativieren und eine andere Realität zeigen, die Lage entdramatisieren und eine Resignation oder gar Untergangsstimmung eindämmen sollen. Der massive Rückgang, wie ihn die offizielle Statistik ausweist, wird von Sprachaktivisten und engagierten Experten auch als «heilsamer Schock» bezeichnet, um die Romanen und die Behörden aufzurütteln und zu verstärkter (finanzieller und sprachpolitischer) Unterstützung aufzurufen. Gleichzeitig
