eJournals Italienisch46/91

Italienisch
ita
0171-4996
2941-0800
Narr Verlag Tübingen
10.24053/Ital-2024-0006
ita4691/ita4691.pdf1215
2025
4691 Fesenmeier Föcking Krefeld Ott

«La femmina è la vittima sacrificale della nostra società»: A colloquio con Anna Giurickovic Dato

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2025
Lilly Fuß
Simon Prahl
Il 18 ottobre 2024, presso la Deutsch-Italienische Vereinigung Frankfurt, si è tenuta una lettura bilingue con Anna Giurickovic Dato, con la moderazione di Eva-Tabea Meineke e Christine Ott. Successivamente, Lilly Fuß e Simon Prahl, con il supporto di Gloria Putrone e Isabella Terán, hanno intervistato l’autrice. Il suo romanzo La figlia femmina (2017), oggetto dell’intervista, è apparso nel 2018 in traduzione tedesca a cura di Annette Kopetzki per l’editore Piper. L’opera affronta il tema dell’abuso sessuale perpetrato dal padre nei confronti della figlia minorenne. La madre, voce narrante del romanzo, intreccia ricordi di un apparente idillio familiare con la propria condizione presente e riflette sulla convivenza attuale con la figlia. Il testo apre la possibilità di interrogarsi sulla rappresentazione del corpo femminile, nonché sulle narrazioni e sulle dinamiche di dipendenza all’interno del matrimonio. Dal dialogo con Anna Giurickovic Dato, che oltre alla sua attività letteraria esercita anche la professione di giurista, è emerso come per la giovane autrice italiana sia di particolare importanza scrivere di temi complessi e traumatici, quali l’abuso sui minori e i disturbi alimentari, elaborandoli in forma letteraria all’interno dei propri romanzi.
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«La femmina è la vittima sacrificale della nostra società»: A colloquio con Anna Giurickovic Dato A cura di Lilly Fuß e Simon Prahl Il 18 ottobre 2024, presso la Deutsch-Italienische Vereinigung Frankfurt, si è tenuta una lettura bilingue con Anna Giurickovic Dato, con la moderazione di Eva-Tabea Meineke e Christine Ott. Successivamente, Lilly Fuß e Simon Prahl, con il supporto di Gloria Putrone e Isabella Terán, hanno intervistato l’autrice. Il suo romanzo La figlia femmina (2017), oggetto dell’intervista, è apparso nel 2018 in traduzione tedesca a cura di Annette Kopetzki per l’editore Piper. L’opera affronta il tema dell’abuso sessuale perpetrato dal padre nei confronti della figlia minorenne. La madre, voce narrante del romanzo, intreccia ricordi di un apparente idillio familiare con la propria condizione presente e riflette sulla convivenza attuale con la figlia. Il testo apre la possibilità di interrogarsi sulla rappresentazione del corpo femminile, nonché sulle narrazioni e sulle dinamiche di dipendenza all’interno del matrimonio. Dal dialogo con Anna Giurickovic Dato, che oltre alla sua attività letteraria esercita anche la professione di giurista, è emerso come per la giovane autrice italiana sia di particolare importanza scrivere di temi complessi e traumatici, quali l’abuso sui minori e i disturbi alimentari, elaborandoli in forma letteraria all’interno dei propri romanzi. Simon Prahl Il primo brano del Suo libro La figlia femmina inizia con la descrizione di una scena a Rabat, in Marocco. Lei descrive profumi, colori, suoni, persone e la bellezza della città. Ma il libro parla dello stupro di una bambina da parte del padre. Mi chiedo, in primo luogo, in che misura Lei abbia dei riferimenti personali al Marocco (amici, viaggi, libri) e, in secondo luogo, come l’immagine quasi fiabesca del paese si relazioni alla storia schietta e crudele del destino di Maria. In poche parole: L’immagine del Marocco che Lei ha caratterizzato, con tutta la sua ricchezza di colori, è il Suo tentativo di fare da contrappeso alla storia incredibilmente crudele di Maria e della sua famiglia? DOI 10.24053/ Ital-2024-0006 Anna Giurickovic Dato Bellissima domanda, perché è vero, insomma, ha individuato sicuramente una tecnica che è quella del contrappeso, quella di creare un contrasto con rispetto a ciò che è crudo. Il morboso e il disturbante - che sono i temi di cui io mi nutro da scrittrice e da lettrice - hanno bisogno di un contraltare molto dolce, tenue, allegro. E in questo il Marocco - paese dove io non sono mai stata - è veramente ricco, è ricco come io lo immagino. Perché proprio il Marocco e non uno dei tanti posti dove sono stata? La ragione è biografica: mi sono sempre sentita apolide (anche se non lo sono «tecnicamente»). Sono nata in Sicilia, ho origini serbe, quindi ho un cognome slavo, Giurickovic, sono cresciuta a Milano e poi a Roma e nessuno mi ha mai riconosciuto come una del proprio luogo. Ho partecipato a tanti traslochi. Per questo in tutti i miei libri compare il doppio, la doppia città, l’elemento del trasloco: lo noto a posteriori, non è mai stata una scelta narrativa lucida. Non volevo essere autobiografica - la storia che narro è molto pesante, avevo bisogno di distanza - e ho scelto il Marocco perché è il paese dove aveva vissuto per un certo tempo una mia cara amica. Ripensandoci, forse, non le ho fatto un regalo, anche se quella era la mia intenzione: l’avevo nei pensieri. Il Marocco l’ho ricostruito, innanzitutto, attraverso le letture. Tra gli altri, cito Elias Canetti che ne Le voci di Marrakech - anche se non è Rabat - dà proprio il senso del mercato, delle stuoie, delle stoffe, delle spezie, degli odori, delle vie, del suq. E poi Google, il santo Google chiaramente, ma soprattutto il santo Google Maps: quando descrivevo le vie, dove i personaggi abitavano, dove andavano, andavo a cercare vie esistenti. Siccome sono un po’ ossessiva, non volevo inventarmi neanche un numero civico. Lilly Fuß I Suoi testi trasmettono in modo molto intenso lo sguardo della società sui corpi femminili, la loro incessante sessualizzazione, la loro valutazione che inizia già nell’infanzia. L’abuso sessuale di bambine è un tema centrale nei Suoi testi pubblicati. Nel romanzo La figlia femmina, questa esperienza traumatica porta la tredicenne Maria a comportarsi come una Lolita. A tavola seduce il nuovo compagno della madre. Nel racconto La divoratrice, invece, la protagonista soffre di un disturbo alimentare a causa di un abuso subito nella sua infanzia. Che cosa La spinge a scrivere della violenza sessuale e del corpo femminile? Il tema ha un ruolo altrettanto importante nei Suoi testi ancora inediti? DOI 10.24053/ Ital-2024-0006 92 A cura di Lilly Fuß e Simon Prahl Anna Giurickovic Dato È un’ossessione anche questa, quella dell’abuso. Io non l’ho mai detto, non mi andava di parlare di questioni autobiografiche, ho sempre negato che ne La figlia femmina vi fosse una base autobiografica. Non so perché lo dico oggi, ma l’ossessione nasce da un abuso che ho subito in famiglia. La persona abusante era un parente di mio padre, per questo io, fino a che lui era in vita, non ne ho mai parlato con nessuno. Proteggevo il mio abusante e tutti i maschi della famiglia. Mio padre per me era una vittima che non doveva sapere che nella sua famiglia c’era il carnefice. Ho sempre voluto proteggerlo, non ho mai immaginato di avere diritto a protezione. A un certo punto la gente si chiede perché io insista col tema, quindi è giusto anche dirlo. Al di là di quel che è giusto o meno, comunque, non è del politicamente corretto che mi interessa, non di certo a livello artistico. Quello che mi preme è scoperchiare il tabù, squarciare il velo, rimuovere lo stigma. I carnefici non hanno le sembianze dei mostri, le vittime non hanno dipinto in faccia il loro vittimismo. L’abusato si sente stigmatizzato, si sente in colpa, si vergogna e protegge gli altri, perché è corpo sacrificale. Le protagoniste di La figlia femmina e di La divoratrice hanno in comune questo: sono entrambe vittime sacrificali. Perché anche la bulimia è un classico esempio di farsi corpo del sacrificio. La femmina, e dico scientemente femmina e non donna, è la vittima sacrificale della nostra società. È quel corpo che vuole essere soggetto ma è sempre oggetto, poiché lo sguardo maschile è lo sguardo che filtra la donna. Persino lo sguardo della donna è uno sguardo maschile sulle altre donne, perché anche noi donne siamo figlie del patriarcato. Si tratta di un sistema, non di una lotta tra i sessi. Un sistema dove, al di là delle violenze sessuali, la donna è sempre sessualizzata, è sempre esposta a micro-abusi. Anche l’idea della magrezza è un abuso: è il grande scopo della vita, sintomo di efficienza. Vogliamo essere belle e magre, vogliamo essere una più bella dell’altra: siamo, in sostanza, corpi sacrificali. Infatti, René Girard, quando parla di anoressia e bulimia, racconta come questo sistema riporti la nostra società all’antica società che aveva il sacrificio come minimo comune denominatore. A partire da questo concetto di sacrificio io trovo che il tema dell’abuso sessuale e quello della bulimia siano molto legati tra loro. Lilly Fuß A Rabat, conosciamo Silvia come una casalinga che dipende finanziariamente, socialmente ed emotivamente dal marito, un ricco diplomatico. I momenti in cui deve gestire da sola la sua vita quotidiana suscitano una profonda sensazione di debolezza: DOI 10.24053/ Ital-2024-0006 A colloquio con Anna Giurickovic Dato 93 1 Giurickovic Dato 2017: 22. 2 Atwood 1985. Le volte che mio marito partiva, in me montava l’angoscia. Era come se d’un tratto fosse tutto troppo pesante per le mie spalle, anche le piccole cose: accompagnare mia figlia a scuola, preparare la cena. Mi sentivo stanca, timorosa che potesse accadere qualcosa che non avevo previsto. […] Da sola non mi addormentavo. Spesso correvo in stanza da Maria con la paura che l’avessero presa […] 1 . Silvia non ha quasi nessun contatto sociale. Solo le visite della suocera Adele rallegrano le ore di solitudine nella «villa vuota e fredda» (39): «Io ero spesso sola, e quando c’era Adele la casa era tutta una festa» (21). Qualche anno dopo, a Roma, incontriamo una versione diversa di Silvia. Cosa cambia per Silvia quando rimane vedova? È una liberazione per lei? Anna Giurickovic Dato Silvia è una donna con una dipendenza affettiva molto forte, molto evidente, che ricorda in qualche modo quella che era la regola delle donne di un’altra epoca, cioè le donne che non lavoravano, che dipendevano dallo stipendio del marito. Ma anche oggi, seppure lavoriamo, guadagniamo, seppure siamo socialmente indipendenti, continuiamo a essere culturalmente dipendenti: la donna è dipendente dall’uomo in quanto è sottomessa allo sguardo dell’uomo. Per esempio, ora io ho 35 anni, non ho un compagno, e la domanda che chiunque mi pone, senza pensarci, è: Come mai non sei sposata? Come mai non hai figli? Come se fosse una stranezza. Cosa che all’uomo non si chiede mai. Perché non sei stata scelta, non sei stata selezionata? Questo mi ricorda molto The Handmaid’s Tale, il racconto dell’ancella: 2 la selezione della femmina fertile che deve abitare la casa del maschio. Silvia si inserisce insomma in questa dipendenza culturale e affettiva che la porta, addirittura, alla connivenza, rispetto al reato commesso dal marito che abusa della loro figlia. Lei è così dipendente da accettare, inconsciamente, quel che succede, perché lei lo sa, anche se non sa di saperlo. Non è di certo d’accordo con il marito/ padre abusante, ma è tuttavia una donna che non fa accedere alla coscienza ciò che sa nell’inconscio, perché non le conviene. Simon Prahl Lo spazio nei testi di finzione si manifesta su due livelli testuali molto diversi: come spazio concreto dell’azione e della realtà, svolge un ruolo importante nel fissare il luogo e fornisce un quadro iniziale per le azioni dei personaggi all’interno del testo. D’altra parte, lo spazio agisce anche, secondo W. Hallet e DOI 10.24053/ Ital-2024-0006 94 A cura di Lilly Fuß e Simon Prahl 3 Hallet/ Neumann 2009: 11 (traduzione S.P.). B. Neumann, come «portatore di significato culturale» 3 , in cui norme, valori e idee collettive sono rappresentati in uno spazio (immaginativo) di possibilità. Se vogliamo esaminare lo spazio nelle narrazioni, la rete triadica di figura (typos), tempo (chronos) e spazio (topos) gioca un ruolo essenziale. Mi sembra che Lei utilizzi questo campo polivalente dello spazio in modo interessante, perché non si limita a descrivere uno spazio abitativo concreto, ma estende la spazialità a un secondo livello e crea così spazi emotivi, atmosferici e simbolici. Soprattutto, però, a differenza dei grandi spazi del passato di Rabat, nel Suo romanzo lo spazio rimane confinato al presente, poiché i personaggi Maria e Silvia si muovono solo tra le quattro mura del loro appartamento romano. Questo restringimento dello spazio può essere letto in termini di contenuto e di sviluppo dei personaggi? Lo spazio di Maria e Silvia diventa così ristretto dopo le azioni crudeli del padre perché si suppone che sia uno spazio protettivo per madre e figlia in cui nessun altro «intruso» può trovare posto? In altre parole: Che significato ha la costrizione dello spazio in cui si muovono i personaggi? Anna Giurickovic Dato Sicuramente lo spazio, la scenografia, ha una funzione simbolica. Nella narra‐ zione è proprio in Marocco che ha luogo la violenza del padre nei confronti della figlia, e lì lo spazio è arioso, colorato, pieno di suq, di vie d’uscita; proprio lì dove c’è la prigionia vera - perché questa figlia è prigioniera del padre - la scenografia libera e allegra fa da contraltare. Il contrasto, a mio parere, rinforza la crudezza della violenza. A Roma, invece, il padre non c’è più, la prigionia non c’è più, però c’è una prigionia interiore di queste due donne, madre e figlia, che non sono più uscite dal loro labirinto traumatico e familiare. Non hanno mai più trovato la porta. Proprio a Roma, dove sarebbero potenzialmente libere, la scenografia le chiude in due stanze; lo spazio ristretto serve a creare un senso di cecità, di claustrofobia, più che di protezione, ma forse anche una protezione illusoria. Le quattro mura sono le mura del trauma, perché il trauma è la più grande prigione che abbiamo. Il trauma è circoscritto nel tempo - è quel passaggio all’atto che si compie un determinato giorno, in un determinato momento, o in questo caso più volte - ma poi germoglia di veleno, avvelena il futuro di Maria. E lì diventa nevrosi o psicosi, a seconda dei casi. Lilly Fuß Il romanzo si conclude con Silvia che butta fuori dall’appartamento il proprio compagno. Descrive la reazione di Maria come segue: «Mi cerca con occhi improvvisamente buoni, che chiedono scusa. Sono quelli di chi finalmente ha DOI 10.24053/ Ital-2024-0006 A colloquio con Anna Giurickovic Dato 95 deciso di fare la pace» (183). Se si immagina il futuro di Maria e Silvia, è una vita senza uomini o compagni? Ci saranno uomini che supereranno il test di Maria e si dimostreranno degni di fiducia? Anna Giurickovic Dato Io penso che le possibilità di Maria di fare la pace con gli uomini non ci siano più. Non perché non ci siano uomini, diciamo, con una morale piena. Per fortuna gli uomini ‘immorali’ sono una minima parte. Il problema è che la fiducia è un investimento molto personale e quindi io non credo che Maria abbia la possibilità di scucirsi totalmente dal velo negativo che ha sugli occhi quando guarda al maschio. Dico «credo», perché i personaggi fanno quel che vogliono. Mentre la frase che ha citato, che è la frase finale del libro, effettivamente lascia un segno positivo, un segno di speranza, che riguarda il rapporto tra la madre e la figlia. Questa madre connivente, agli occhi della figlia, si può salvare. E questo proprio perché non amo costruire impalcature narrative dove vi siano personaggi cattivi e personaggi buoni, carnefici e vittime. Il mio intento, quando scrivo, è far sì che il lettore a un certo punto si chieda: Ma io da che parte sto? E magari si trovi anche dalla parte in cui non si vuole trovare. Dica: ma com’è possibile che io sto dalla parte di questa persona che è disgustosa? Per un attimo, per un momento. Perché la realtà è così, la realtà non è netta. Certo, la madre è connivente, ha delle responsabilità gravissime, addirittura descrive la propria figlia come un mostro, non riconoscendole lo status di vittima, che è una delle cose più dolorose per un abusato. Però, nel momento in cui la figlia si prende la propria vendetta, riequilibra lo squilibrio che c’è tra sé e Silvia, la coppia madrefiglia si presta alla possibilità di ripartire da zero, dalla fiducia. Ecco, con la madre riesci a recuperare la fiducia, con gli uomini io non credo. Simon Prahl Per il Suo romanzo Lei ha scelto un’interessante alternanza tra focalizzazione esterna e interna. In termini di teoria narrativa, questa alternanza è il Suo modo di prendere le distanze dagli eventi che circondano Maria (focalizzazione esterna) e di lasciare che il lettore viva in prima persona il processo di cognizione, senza anticipare chi è il colpevole e chi la vittima? E in secondo luogo, la percezione degli eventi attraverso lo sguardo di Silvia (focalizzazione interna), non è allo stesso tempo un tentativo letterario di illustrare il conflitto interiore della madre la cui figlia è stata violentata dal marito? In breve, come si conciliano queste due strategie narrative? Anna Giurickovic Dato Io non vedo perché devo rinunciare alla possibilità di avere un narratore interno e un narratore onnisciente quando esistono entrambe le tecniche che mi offrono DOI 10.24053/ Ital-2024-0006 96 A cura di Lilly Fuß e Simon Prahl spunti completamente diversi. Ho l’esigenza di guardare a tutto tondo e non ho saputo farlo solo con un narratore. Certo, il narratore onnisciente mi avrebbe permesso di guardare tutto il tempo, tutta la sfera - ma non mi avrebbe dato quella sfumatura, per me è fondamentale, della prima persona che si guarda dentro in tutte le vibrazioni, in tutte le problematiche. Tra l’altro, ne La figlia femmina c’è una prima persona imperfetta, nel senso che tecnicamente è una prima persona ma, in realtà, è uno sguardo terzo, perché è la madre che racconta di quello che vede. Non è la prima persona di Maria, la protagonista non coincide con la prima persona. Questa è una scelta narrativa ponderata, che viene da alcune sperimentazioni: la prima volta che ho scritto La figlia femmina ho usato la voce di Maria, poi l’ho riscritto con un narratore onnisciente e alla fine ho pensato di fare un altro tentativo, di utilizzare la voce della madre. Alla fine ho fatto una mediazione tra la seconda e la terza soluzione: le ho usate entrambe. Il narratore onnisciente mi permette di vedere delle fotografie. Infatti, i capitoli dove c’è un narratore onnisciente sono molto brevi, molto estetici, molto fotografici e sono cose che naturalmente la madre non potrebbe vedere. In tutti i miei libri - anche ne Il grande me, il mio secondo romanzo - c’è questa alternanza. Un capitolo scritto in un modo e un capitolo scritto in un altro. Un capitolo che vede e sa tutto e un capitolo che ha uno sguardo parziale, interiore. Bibliografia Giurickovic Dato, Anna: La figlia femmina. Roma: Fazi Editore 2017. (Das reife Mädchen. Aus dem Italienischen von Annette Kopetzki. München: Piper 2018.) Giurickovic Dato, Anna: Il grande me. Roma: Fazi Editore 2020. Giurickovic Dato, Anna: La divoratrice. Torino: Einaudi 2023. Opere citate Atwood, Margaret: The Handmaid’s Tale. Toronto 1985. Hallet, Wolfgang/ Neumann, Birgit: «Raum und Bewegung in der Literatur: Zur Einfüh‐ rung.» In: Wolfgang Hallet/ Birgit Neumann (Hrsg.): Raum und Bewegung in der Literatur. Die Literaturwissenschaften und der Spatial Turn, Bielefeld: Transcript 2009: 11-32. DOI 10.24053/ Ital-2024-0006 A colloquio con Anna Giurickovic Dato 97