Vox Romanica
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0042-899X
2941-0916
Francke Verlag Tübingen
10.24053/VOX-2025-001
vox841/vox841.pdf0216
2026
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Kristol De StefaniIl volgare cancelleresco della Napoli aragonese. Bilanci e prospettive
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Andrea Maggihttps://orcid.org/0000-0002-9522-2161
El artículo se centra en la lengua vernácula de la Cancillería aragonesa de Nápoles. La primera sección ofrece una breve descripción general del estado de la cuestión sobre las lenguas utilizadas en las cancillerías italianas del siglo XV. A continuación, se lleva a cabo un análisis histórico-lingüístico de diversas fuentes napolitanas, relacionando el uso del lenguaje con aspectos socioculturales y burocrático-administrativos. La siguiente sección incluye la publicación de un despacho de la Cancillería napolitana, junto con un comentario lingüístico. Por último, se examina la relación entre koiné y scripta en el Sur de Italia haciendo referencia a la obra del humanista Giovanni Brancati, que tradujo la Naturalis Historia de Plinio el Viejo del latín al romance.
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DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 Il volgare cancelleresco della Napoli aragonese. Bilanci e prospettive* Andrea Maggi (Scuola Superiore Meridionale, Napoli) https: / / orcid.org/ 0000-0002-9522-2161 Resumen: El artículo se centra en la lengua vernácula de la Cancillería aragonesa de Nápoles. La primera sección ofrece una breve descripción general del estado de la cuestión sobre las lenguas utilizadas en las cancillerías italianas del siglo XV. A continuación, se lleva a cabo un análisis histórico-lingüístico de diversas fuentes napolitanas, relacionando el uso del lenguaje con aspectos socioculturales y burocrático-administrativos. La siguiente sección incluye la publicación de un despacho de la Cancillería napolitana, junto con un comentario lingüístico. Por último, se examina la relación entre koiné y scripta en el Sur de Italia haciendo referencia a la obra del humanista Giovanni Brancati, que tradujo la Naturalis Historia de Plinio el Viejo del latín al romance. Parole chiave: Regno di Napoli, Età aragonese, Volgari cancellereschi, koinè e scripta, Giovanni Brancati, Filologia italiana, Linguistica storica 1. Introduzione Insieme a quello delle corti, il mondo delle cancellerie costituì un aspetto preponderante della cultura italiana del Quattrocento, fungendo da canale preferenziale per la diffusione del volgare e di koinài cancelleresche di uso veicolare, impasti linguistici ibridi relativamente omogeneizzati su scala sovramunicipale o sovraregionale 1 . Queste lingue erano di norma orientate verso i tre poli rappresentati dalla base locale, dal modello latino di stampo giuridico-amministrativo e dal modello toscano di ascendenza letteraria (di volta in volta coincidenti due contro uno), la cui variabile combinazione poteva determinare un differente grado di smunicipalizzazione. L’allontanamento dai tratti più diatopicamente marcati e l’adeguamento al modello toscaneggiante oscillavano nei diversi volgari cancellereschi, ma la «tendenza al con- * Desidero ringraziare Francesco Montuori, Francesco Senatore, Lorenzo Tomasin e Marcello Barbato per le loro preziose e puntuali osservazioni a una precedente versione di questo saggio, del quale resto l’unico responsabile. 1 Per quadri d’insieme sulle lingue cancelleresche del sec. XV, cf. Tavoni (1992: 47-55, 215-18, 227- 30), Tesi (2001: 149-55), Antonelli (2002), M. Palermo, cancellerie, lingua delle , in E nc IT , s.; Lubello (2014: 233-40), Felici (2020). 2 Andrea Maggi DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 guaglio linguistico» (Tavoni 1992: 47) assicurava comunque una certa uniformità, rispondendo bene a esigenze di reciproca comprensione all’interno della comunicazione scritta interregionale 2 . Per tali motivi le lingue cancelleresche sono state interpretate come delle costruzioni artificiali prive di un effettivo rapporto con le varietà parlate abitualmente (cf. Antonelli 2002: 425, Lubello 2014: 234). Le cancellerie moltiplicarono le occasioni di scrittura, favorendo la formazione di varietà d’uso che disponessero di un serbatoio il più possibile condiviso di titolature, formule, lessico e accorgimenti stilistici. Le occasioni di scrittura che si realizzavano al loro interno rientravano fondamentalmente in due ambiti: quello della memoria, con la prassi della registrazione e della conseguente archiviazione; e quello dell’azione, con l’elaborazione legata a una situazione contingente o a un’azione imminente 3 . L’utilizzo sempre più dirompente del volgare in ambito cancelleresco e amministrativo (per corrispondenze diplomatiche interne ed estere, registri, verbali, inventari, registrazioni contabili, mostre di gente d’arme, ecc.) finì per sottrarre spazio al latino. Restarono prerogativa del latino una parte della produzione legislativa e i documenti più formalizzati e solenni (rogiti notarili, dichiarazioni di guerra, trattati internazionali, lettere di congratulazioni o di condoglianze, salvacondotti) 4 . In questa sede ci concentreremo sulla lingua cancelleresca della Napoli aragonese, più precisamente sulla lingua di una produzione scritta a carattere politico, giuridico e amministrativo. Si tratta di una varietà «parzialmente tecnificata e certamente composita, sebbene in parte modellata sul latino, ma che probabilmente non ha mai fatto in tempo a codificare un modello condiviso» (Montuori 2018: 464). Il nostro 2 Cf. Ghinassi (2006 [ 1 1976]: 153), Senatore (1998: 194 e 203, 2009: 255-56). 3 Cf. Senatore (2003: 128-29), che rimanda a lavori di «etnografia della scrittura». 4 Cf. Senatore (1998: 191, 2003: 127). Non di rado l’interesse linguistico per gli ambienti di scrittura cortigiani e cancellereschi è stato rivolto a singoli scriventi illustri, ognuno testimone di tradizioni scrittorie e usi linguistici riconducibili a quelli di determinate cancellerie italiane tra secondo Quattrocento e primo Cinquecento. Si pensi a Boiardo e alla cultura cancelleresca padano-ferrarese del Quattrocento. Di questo autore, Mengaldo (1962: 173-321) ha pubblicato la corrispondenza epistolare cancelleresca e privata. Secondo lo studioso, «evidentemente ogni studio linguistico che si basi sul folto e interessantissimo materiale di queste Lettere sarà in gran parte, almeno per il settore fono-morfologico, studio di strutture linguistiche istituzionali della cancelleria estense o di particolari sezioni geografico-amministrative del territorio emiliano, piuttosto che della personale lingua di base del Boiardo» (Mengaldo 1962: 451). Una situazione in parte analoga si ha per Venezia col patrizio veneziano Marin Sanudo, autore dei Diarii , un testo monumentale a cavallo tra cronaca, memorie private e zibaldone, steso tra il 1496 e il 1533 e definito il «punto culminante di una tradizione cancelleresca radicata nel volgare cittadino ma depurata nei suoi tratti più marcatamente locali» (Tomasin 2010: 69). Sui Diarii disponiamo ora di Crifò (2016), il quale invita alla prudenza nel valutarne la lingua: «[r]imane valido l’auspicio a mantenere una pari prudenza a proposito dei testi in volgare illustre redatti, come i Diarii , fuori dalle cancellerie o comunque non in esecuzione di un mandato ufficiale. L’ascrizione della complessa veste linguistica dei Diarii al veneziano ‹cancelleresco› tout court potrebbe a rigore ingenerare imprecisioni nel giudizio su registri e àmbiti d’uso all’interno del veneziano illustre. Ciò nonostante, la sostanziale equivalenza delle definizioni di veneziano cancelleresco e veneziano illustre è a più riprese tollerata da alcuni tra i più eminenti studiosi dell’antico veneziano e dei Diarii in particolare» (Crifò 2016: 237). Oltre a questi lavori su Boiardo e Sanudo, cf. anche Vetrugno (2010) per Baldassar Castiglione. 3 DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 Il volgare cancelleresco della Napoli aragonese scopo (all’interno di un più ampio lavoro in preparazione, cf. Maggi in prep.) è vedere quanto peso avessero in tale varietà la base dialettale napoletana, la patina latineggiante e quella toscaneggiante, osservando di riflesso come al ruolo regolatore del latino si affiancasse quello «italianizzante» (o almeno sprovincializzante) del toscano. In questo modo si potrà riflettere sulla vicinanza tipologica tra toscofiorentino e napoletano coevo, sulle interferenze provocate dal fiorentino come «lingua tetto» e sulla volontà di uniformazione a modelli di prestigio. Per giunta, alle tre principali componenti linguistiche (volgare locale, latino, toscano) qui va sommato l’ulteriore ingrediente rappresentato dall’apporto iberico, in primis del catalano, circostanza che consente di condurre un’analisi contrastiva delle strutture linguistiche e lessicali e uno studio dei fenomeni d’interferenza (Barbato 2000: 394). Nel presente contributo intendiamo: tracciare un breve stato dell’arte sui volgari cancellereschi nel XV secolo, soffermandoci sulla Napoli aragonese ma considerando anche i prodromi trecenteschi d’età angioina (§2); fornire delle informazioni sulle fonti quattrocentesche prese in esame, proponendo una riflessione linguistica che leghi gli usi cancellereschi del volgare agli aspetti socio-culturali e burocraticoamministrativi (§3); offrire uno specimen della lingua cancelleresca napoletana (§4); riflettere sul rapporto tra koinè e scripta relativamente al Mezzogiorno, richiamando l’operato dell’umanista Giovanni Brancati, volgarizzatore della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (§5). 2. Stato dell’arte e obiettivi della ricerca Lo studio dei volgari cancellereschi dell’Italia quattrocentesca fu avviato alla metà del secolo scorso dal pionieristico volumetto di Maurizio Vitale (1953), La lingua volgare della cancelleria visconteo-sforzesca nel Quattrocento . Il lavoro, frutto della rielaborazione della tesi di laurea dell’autore, ebbe il merito di inaugurare un filone di ricerca assolutamente originale e innovativo nel panorama degli studi storicolinguistici sul Quattrocento, mettendo al centro dell’indagine una produzione volgare di tipo deliberatamente non letterario. L’indagine fu completata a distanza di trent’anni da un secondo sondaggio sulla Cancelleria milanese nell’ultimo ventennio del Quattrocento, nell’età di Ludovico il Moro (Vitale 1988 [ 1 1983]). Dopo questi lavori di Vitale si sono susseguiti altri contributi sulle lingue delle cancellerie italiane del XV secolo, i quali ne hanno indagato per lo più gli assetti grafici e fonomorfologici (i settori più rivelatori per la localizzazione dei testi), sondando talvolta porzioni di lessico (per es. politico-diplomatico) e più di rado la sintassi e la testualità 5 . 5 Cf. Breschi (1986) per Urbino, studio preliminare a detta dell’autore (ivi, 186), ma poi in effetti non proseguito; Borgogno (1989-1990) per Mantova, Matarrese (1988, 1990a, 1990b) per Ferrara, Tomasin (2001: 59-123) per Venezia, Felici (2017, 2018) per Firenze. Si occupa invece di sintassi e testualità, per il primo Cinquecento fiorentino, Telve (2000). 4 Andrea Maggi DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 L’attuale stato degli studi rivela quindi una bibliografia diseguale, con lavori non sempre risolutivi, o perché non fondati su edizioni moderne con spogli quantitativi e disaggregati, o perché non condotti su consistenti basi documentarie 6 . Il fronte più e meglio indagato rimane in ogni caso l’Italia settentrionale, specialmente Venezia grazie a Lorenzo Tomasin e al suo Il volgare e la legge. Storia linguistica del diritto veneziano (secoli XIII-XVIII) (2001), anch’esso scaturito dalla tesi di laurea dell’autore. Quello veneziano è pressoché un unicum in ambito italiano per via dell’eccezionale continuità istituzionale della Serenissima e per la conservazione quasi integrale della sua documentazione; e perché lì il dialetto, e in precedenza il volgare veneziano, fu adoperato nella legislazione e nelle istituzioni veneziane dal Medioevo fino alla fine del Settecento, quando si ebbe la caduta della Repubblica. Invece, sempre in prospettiva storica e sociolinguistica, il napoletano non è mai stato la lingua ufficiale del Regno di Napoli, non è mai stato cioè la lingua del diritto e della burocrazia, nonostante la monarchia abbia avuto una lunghissima durata e una presenza pervasiva nel Mezzogiorno d’Italia, dal Medioevo all’Unità. Per quanto riguarda Napoli, se si eccettuano le poche scritture cancelleresche d’età aragonese (1442-1503) riunite nella piccola antologia dei Testi non toscani del Quattrocento di Migliorini e Folena 7 , è innegabile lo scarso interesse riservato dagli storici della lingua a tale tipo di testi, in termini sia di edizioni sia di riedizioni o di impiego a fini linguistici, previo accertamento filologico, di materiale già edito. Fanno eccezione dei lavori a quattro mani di Francesco Montuori e Francesco Senatore su un corpus di 57 lettere autografe in volgare italiano del re di Napoli Ferrante (o Ferdinando) d’Aragona (1458-1494), figlio naturale ed erede del primo sovrano aragonese di Napoli, Alfonso V d’Aragona detto il Magnanimo (1442-1458) 8 . Giudizi sull’arretratezza degli studi, certamente da imputare anche a precedenti dispersioni e distruzioni documentarie, erano già stati espressi da Coluccia (1994: 402, «non è improprio affermare che devono essere ancora soddisfatte alcune condizioni preliminari per una conoscenza dettagliata degli usi cancellereschi del volgare a Napoli») e così in seguito fino a tempi recenti (cf. Barbato 2000: 391, Montuori 2018: 464). Ancora oggi, in- 6 Già Tavoni (1992: 49 N3) raccomandava la «raccolta e la comparazione sistematica dei dati di altri centri». 7 Cf. Migliorini/ Folena (1953): 42. Credenziale di Alfonso I d’Aragona ad Antonio Dentice (Cancelleria aragonese, 1º marzo 1443), p. 53-54; 56. Re Alfonso chiama a parlamento i baroni e le università del Regno (Cancelleria aragonese, 8 settembre 1454), p. 72-73; 64. Ferdinando d’Aragona scrive al figlio sul ritorno del Panormita a Napoli (21 settembre 1463), p. 83; 67. Ferdinando d’Aragona al capitano di Altamura (Napoli, 23 febbraio 1464), p. 86-87; 68. Lettera di Ferdinando d’Aragona a Francesco Sforza (Napoli, 22 luglio 1465), p. 87-88; 95. Memoriale del 1479 di Diomede Carafa (Napoli, 1479), p. 118-19; 99. Lettera di Alfonso d’Aragona a Ferdinando I scritta da Giovanni Pontano (Napoli, 30 maggio 1482), p. 123-25; 103. Il re di Napoli allo Studio (Napoli, 25 aprile 1484), p. 128. 8 L’edizione commentata linguisticamente (Montuori/ Senatore in prep.) è di prossima pubblicazione. Tra gli studi preliminari cf. del solo Montuori: Montuori (2008, 2010, 2016). Tale ripresa di interesse linguistico per le scritture amministrative e cancelleresche regnicole (su cui De Caprio 2016, Montuori 2017, 2019) si deve senz’altro all’impulso degli storici tout court . 5 DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 Il volgare cancelleresco della Napoli aragonese fatti, per Napoli come per altri centri e zone del Meridione si avverte la mancanza di indagini sugli usi linguistici ufficiali e amministrativi sovraregionali. Una parziale eccezione hanno rappresentato i Testi lucani del Quattro e Cinquecento (vol. I. Testi ) a cura di Anna Maria Compagna (1983), edizione che sarebbe dovuta proseguire con un secondo volume (non pubblicato) contenente il commento linguistico. Il lavoro era introdotto da una presentazione di Alberto Vàrvaro, della quale riportiamo un breve estratto: Chi consulta le due cartine che accompagnano i volumetti, ancora preziosi, di Migliorini e Folena 1952 e 1953 avvertirà immediatamente il vuoto che corrisponde al Regno di Napoli, presente nel primo con quattro soli testi (su 71), per giunta settentrionali (uno di Montecassino e tre dell’Aquila) e relativamente tardi (tutti della 2ª metà del secolo e tre degli ultimi vent’anni) e nel secondo, a parte Napoli, con 13 (su 123) anch’essi per lo più della 2ª metà del secolo. Quanto alla Lucania, nei due volumi non appare nessun testo; il più prossimo è di Policastro, proprio del 1500 9 . (Compagna 1983: 5) Sulla varietà cancelleresca napoletana un importante contributo è stato offerto da Sabatini (1993), che pubblica cinque lettere ufficiali della metà del Trecento, nel mezzo dell’età angioina (1266-1442). Si tratta di testimonianze preziose non solo per ricostruire gli usi linguistici epistolari e cancellereschi dell’epoca, ma anche per approfondire la questione della penetrazione del toscano a Napoli. Redatte tutte nel 1356, queste lettere documentano i primi episodi di impiego del volgare nella Cancelleria napoletana, un evento certamente significativo ma non così rilevante da dare immediatamente luogo a pratiche o a tradizioni di scrittura ufficiale in volgare 10 . Confluite nel carteggio della potente famiglia fiorentina degli Acciaiuoli perché destinate a due membri della stessa, quattro sono copie emesse dalla Cancelleria regia di Luigi d’Angiò-Taranto e Giovanna I d’Angiò, inviate per conoscenza a Niccolò Acciaiuoli ed esemplate sugli originali indirizzati dagli stessi sovrani al principe Roberto d’Angiò; una fu invece spedita dalla regina Giovanna direttamente al gran siniscalco. Il manipolo di lettere testimonia l’apparizione nella Cancelleria angioina di una lingua «notevolmente artificiosa, per effetto del suo forte ibridismo. Siamo davanti a una lingua confezionata (anche collegialmente) in cancelleria, a un tipico prodotto di koinè» (Sabatini 1993: 120) 11 . 9 Il testo del 1500 è il num. 122. Lettera di Gabriele Altilio vescovo di Policastro a Cosmo Setario vescovo di Ravello e Salerno (Policastro, 11 maggio 1500), in Migliorini/ Folena (1953: 150-51). 10 Ad esse va aggiunta l’unica lettera di corrispondenza tra privati, del 15 giugno 1353, inviata dal tesoriere Tommasino da Nizza a Lapa Acciaiuoli, una delle sorelle di Niccolò Acciaiuoli, gran siniscalco del Regno (un alto dignitario amministrativo). A differenza delle lettere ufficiali, quella di Tommasino a Lapa riflette «abbastanza da vicino la lingua usata a Napoli da parlanti della classe media in situazioni non troppo formali» (Sabatini 1993: 119), una varietà di napoletano parlato e scritto che ha accolto in sé la lezione toscana e che Sabatini definisce «civile» (Sabatini 1993: 121). 11 L’indagine era stata anticipata in Sabatini (1975: 101-03, 129-33, 168-70, 265 e 323). Per giustificare la data alquanto precoce del 1356, lo studioso chiamava in causa, oltre all’esempio di Firenze (nella cui Cancelleria le prime lettere in volgare risalivano addirittura al 1311), anche «l’esempio delle cancellerie siciliane» (Sabatini 1975: 131). Questo spiegherebbe alcuni possibili sicilianismi (chiusure del tipo nui , chisti ; vocali finali i , u ) nella scripta cancelleresca napoletana. Si rifanno a Sa- 6 Andrea Maggi DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 Passando al Quattrocento aragonese, spartiacque cronologici importanti per i loro riflessi linguistici sono l’inizio del regno di Ferrante (1458) e il momento in cui Giovanni Pontano, massimo umanista meridionale, divenne segretario regio (1487) dello stesso Ferrante, che gli affidò così la cura della Cancelleria. Per gli usi cancellereschi di quest’epoca disponiamo dei cenni contenuti in quadri linguistici d’insieme su Napoli, la Campania e il Mezzogiorno 12 , nonché di una breve nota offerta ancora da Vitale (1988 [ 1 1983]: 169-71 N5), il quale aveva spogliato circa 120 documenti (datati dal 1º maggio al 22 luglio 1493) tratti da uno dei tre registri Exterorum della corrispondenza napoletana di Ferrante, editi nel secondo Ottocento da Francesco Trinchera (1866-1874: II/ 2, 1870: 1-165). Sfortunatamente questi registri cancellereschi non sono oggi più consultabili, essendo andati distrutti nell’incendio che nel settembre 1943 un reparto di soldati tedeschi appiccò per rappresaglia al deposito antiaereo dell’Archivio di Stato di Napoli, presso San Paolo Belsito (cf. Palmieri 2002: 257-70). Ugualmente distrutto o disperso, stavolta già entro il XVI secolo, è un registro Instructionum di Ferrante edito da Luigi Volpicella (1916) secondo una copia cinquecentesca (ms. XV B 17 della Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III» di Napoli) e contenente 111 istruzioni per funzionari e ambasciatori redatte tra il 10 maggio 1486 e il 10 maggio 1488 - a dire il vero, all’ultimo anno ne risalgono soltanto tre, sicché l’insieme dei documenti copre in sostanza il biennio 1486-1487 13 . 3. Napoli e il Regno: fonti per la storia linguistica esterna In un precedente lavoro (Maggi 2023) abbiamo offerto una panoramica delle fonti utili per indagare il volgare cancelleresco napoletano d’età aragonese. La qualifica di «cancelleresco» è stata intesa in senso ampio, considerando non solo le corrispondenze epistolari, tradizionalmente ritenute il nucleo della produzione cancelleresca (Breschi 1986: 178-79), ma anche scritture normative (statuti, regolamenti, bandi), giudiziarie, amministrative (verbali di riunioni, inventari, registri vari), contabili e fiscali (libri di entrata e di uscita, albarani 14 e altri mandati di pagamento, registri di batini anche Bianchi/ De Blasi/ Librandi (1993: 44): «[l]’uso del volgare nella cancelleria [ scil . angioina] è stato incoraggiato senza dubbio dall’esempio di Niccolò Acciaioli, ma forse su questa scelta hanno influito anche i collegamenti continui con cancellerie siciliane». 12 Cf. Bianchi/ De Blasi/ Librandi (1993: 69-72, 1996: 206-08), Coluccia (1994: 401-04), De Blasi (2012: 51-53), De Blasi/ Fanciullo (2002: 651-52). 13 Cf. Volpicella (1916: X). Ogni istruzione reca la sottoscrizione di Ferrante e di un suo segretario, nella maggior parte dei casi (63) Pontano (ivi, XIII). 14 Erano così chiamati i mandati di pagamento indirizzati dallo scrivano di razione al tesoriere generale, diversi dagli albarani regi, che erano invece delle promesse di pagamento. I primi, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, sono stati pubblicati nel vol. X delle Fonti aragonesi («Testi e documenti di storia napoletana pubblicati dall’Accademia Pontaniana», serie II): cf. Compagna (1979). Si tratta di un gruppo di 61 albarani datati tra il 1414 e il 1488, di cui ben 55 sono in catalano, quattro in latino e soltanto due (del 1487 e del 1488) in «napoletano». 7 DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 Il volgare cancelleresco della Napoli aragonese prestazioni, censimenti o numerazione dei fuochi , ricevute di versamenti). Nel complesso, rientrano nell’alveo della produzione amministrativo-cancelleresca regnicola le tipologie documentarie (atti sciolti e registri) prodotte dagli ufficiali delle amministrazioni pubbliche del Regno: monarchia, signorie laiche ed ecclesiastiche, città, centri rurali. Restringendoci alla capitale, il corpus da noi allestito include sia scritture riconducibili alla Cancelleria vera e propria, sia scritture fuoriuscite da altri istituti burocratico-amministrativi che erano insieme centri di produzione documentaria, quali la Scrivania di Razione e la Regia Camera della Sommaria. Un tale allargamento della base testuale implica delle distinzioni nel valutare la lingua e la testualità delle singole scritture 15 . La disponibilità di materiale già edito da storici e archivisti ha reso superfluo individuare nuovi testi, permettendo così di valorizzare quelli già noti. Il corpus consta di 183 testi già editi ma ricontrollati sugli originali per garantirne l’affidabilità filologica e linguistica 16 , e risulta variegato quanto a tipologia documentaria, modalità di trasmissione e conservazione dei testi (originali cosiddetti de secretario , con eventuali sottoscrizioni autografe dell’autore giuridico 17 ; originali autografi, copie coeve autentiche) e talora centro di produzione, sostanzialmente per 15 Anche Vitale (1953: 25-26) suddivide l’intera mole dei documenti spogliati (circa 600 tra editi e inediti, ivi, 15-17) in tre gruppi: (A) i documenti redatti dai cancellieri che intrattenevano relazioni strette con la corte, presso la quale potevano respirare l’interesse per il volgare e per la cultura toscana; (B) i documenti stesi da ambasciatori e ufficiali solo occasionalmente o marginalmente legati alla Cancelleria; infine, un terzo gruppo (C) formato dai documenti redatti nella cancelleria di Cicco Simonetta, segretario ducale, dai cancellieri che lavoravano alle sue dipendenze. A Milano, infatti, il Simonetta disponeva di più cancellieri ai quali poteva dare delle minute o dettarne il testo - ragion per cui, a dispetto della sua origine calabrese, le lettere da lui siglate erano pur sempre nella koinè lombardo-milanese. In altre parole, quando Vitale (1953: 26) afferma che il Simonetta «non redigeva di sua mano» fa riferimento a una prassi assolutamente normale, che avveniva in tutte le cancellerie dell’epoca, dove il gran cancelliere, o il segretario come in questo caso, dettava la lettera o rivedeva ( recognitio ) le lettere dettate e scritte in mundum dai suoi sottoposti (cf. Senatore 1998: 85s.). Da un punto di vista linguistico, ciascuno dei gruppi passati in rassegna presentava delle caratteristiche proprie, il cui fattore di variabilità era dato dal maggiore o minore tasso di dialettalità, latinità e toscanità. Si passava, cioè, da un intenso toscaneggiamento letterario del primo gruppo (A) ad una più cospicua dialettalità del secondo (B), nel quale la pressione del latino e del toscano non era tanto forte da mascherare o sopprimere i tratti locali; chiudeva la serie l’evidente latinità dei documenti del terzo gruppo (C), che risentivano in un certo qual modo della cultura del Simonetta, sebbene di riflesso, poiché erano redatti dai cancellieri. Tra l’altro neppure quest’ultimo gruppo C si sottraeva a toscaneggiamenti della lingua più o meno vistosi, tutti dipendenti dai diversi livelli culturali degli scrivani e dalle molteplici suggestioni a cui erano esposti. 16 Già Breschi (1986: 181 N15) avvertiva «che i criteri di giudizio e di edizione seguiti dallo storico non sempre sono validi per il filologo e per il linguista». Per una delle edizioni prescelte, quella dei cosiddetti «quaderni dei sindaci» di Capua - ossia le registrazioni delle riunioni svolte dalle istituzioni collegiali capuane (i Sei eletti e il Consiglio dei Quaranta) -, Francesco Senatore (2018/ 2: 652 N31) ha promesso di pubblicare online una «trascrizione […] utilizzabile anche per studi sulla fonologia e la grafia», presumibilmente con l’impiego del corsivo per lo scioglimento delle abbreviazioni. 17 Cf. Senatore (2007: 114), Montuori (2008: 4). 8 Andrea Maggi DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 un’esigenza comparativa, allo scopo cioè di misurare il livello di standardizzazione raggiunto lontano dalla Corte e dalla Cancelleria regia. Sono stati scelti documenti datati o databili con sicurezza, attribuibili a scriventi napoletani, regnicoli o perfino a iberici che, una volta giunti a Napoli e nel Regno, appresero e adoperarono il volgare italoromanzo locale, come nel caso di Ferrante. Costui era nato a Valencia quale figlio illegittimo del Magnanimo ed era giunto dalla Penisola Iberica a Napoli già adolescente, quindi non da madrelingua (Montuori 2016: 753) 18 . Una tale inclusione ha portato a delineare un quadro linguistico eterogeneo e meno compatto, al cui interno si manifestano forme e tratti riconducibili alla lingua madre di questi scriventi 19 . Il caso di Ferrante consente perciò di valutare la varietà di apprendimento di un singolo scrivente illustre e al contempo di esaminare la specificità della situazione napoletana dell’epoca, ossia la presenza di una compagine straniera (a partire dal re) che si serve, oltre che della propria lingua materna, anche dell’italoromanzo locale interferito dal catalano (talvolta dal castigliano) per gli stessi scopi istituzionali e amministrativi 20 . In relazione alle forme della comunicazione politico-diplomatica, va forse supposto che l’«italiano» comunemente usato dagli Iberici doveva permettere loro di trattare, presumibilmente, non solo con colleghi e funzionari locali ma in generale con i parlanti italoromanzi. Ecco allora il maggior interesse dell’italiano dei Catalani, una lingua certamente ibrida, ma anche atipica, perché condizionata innanzitutto dal livello di apprendimento della lingua d’arrivo. Avendo a che fare con testi scritti, qui siamo in presenza di fenomeni non tanto interlinguistici, quanto piuttosto interscrittòri. Inoltre, per gli scriventi stranieri la scripta cancelleresca regnicola doveva risultare più maneggevole e riproducibile per via della forte normalizzazione, in genere testuale, delle scritture amministrative meridionali. Oltre alla lingua dei Catalani, ad accentuare l’oscillazione concorre la lingua dei regnicoli di zone distanti dalla capitale, per i quali pure si potrebbe parlare di varietà di apprendimento, casistica alla quale andrebbero ricondotte anche le lettere di Ippolita Maria Sforza vergate da Pontano (Montuori 2017: 194-97) 21 . Tale repertorio linguistico doveva risultare differenziato ma pur sempre unitario, perché costituito da correnti contigue nel tempo e nello spazio, presenti nella competenza, attiva o solo passiva, dei vari attori in campo, professionisti della scrittura e della comunicazione governativa. Tutti erano espressione della medesima cultura cancelleresca, che 18 Includo nel computo dei testi editi anche alcune lettere di Ferrante, tratte su gentile concessione da Montuori/ Senatore (in prep.). 19 Sulla presenza catalana a Napoli e sulla politica catalaneggiante del Magnanimo, si parta dai fondamentali lavori di Ryder (1976, 1990) e Del Treppo (1986). 20 È possibile, del resto, che la compresenza di catalano e castigliano dovesse rendere non facile ai napoletani riuscire a coglierne le differenze (Barbato 2000: 388). All’interno della componente iberoromanza non andrebbe poi dimenticato proprio l’aragonese: a tal proposito cf. Tomás Faci (2020: 229-36). 21 Sulla lingua degli autografi di Ippolita, cf. ora Giovine (2024). 9 DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 Il volgare cancelleresco della Napoli aragonese nel caso di quella regnicola aveva il suo fulcro nella Corte e nella Cancelleria aragonesi di Napoli. In quest’ottica, secondo Anna Maria Compagna (2000: 1353), […] viene da chiedersi se non sia proprio l’apparato burocratico catalano, probabilmente maggioritario rispetto a quello locale, il primo a sondare le possibilità espressive del volgare locale come lingua della cancelleria, affiancandolo al catalano, il cui uso era già consolidato da tempo in Catalogna 22 . Ripercorrendo gli studi di catalanistica condotti a Napoli a partire dagli anni Novanta, la studiosa così dichiarava: […] nell’attività di ricerca di questi anni mi fa piacere segnalare che è stato possibile dimostrare come sia stato proprio Alfonso il Magnanimo a inserire il volgare nella cancelleria napoletana, che in epoca angioina si serviva ancora del latino. Del resto nei paesi catalani la cancelleria aragonese aveva introdotto l’uso del volgare prima delle altre cancellerie europee. Prova di una modernità, di un’apertura culturale, che avrebbe facilitato l’avvento del castigliano, quando la Corona aragonese si sarebbe unita a quella castigliana, ma che per ora, a Napoli, consente di conoscere meglio il clima di fervore che si respirava allora alla corte aragonese e dal quale scaturì anche una profonda opera di rinnovamento delle strutture politiche del regno. (Compagna 2012: 43) L’ipotesi che l’avvento degli Aragonesi (più precisamente della Casa reale dei Trastámara d’Aragona) a Napoli e il contatto con i Catalani abbiano favorito l’adozione della varietà italoromanza locale nell’amministrazione del Regno è stata recentemente messa in dubbio da Francesco Senatore. Benché convincente, essa è infatti «difficile da dimostrare […] perché il fenomeno, a quell’altezza cronologica, è generale in Italia, perché mancano i riscontri per l’età durazzesca e perché ci sono sporadiche attestazioni dell’uso del volgare nella corrispondenza di governo» (Senatore i.c.s.) 23 . Con il Magnanimo la Cancelleria aragonese di Napoli assunse il ruolo di Cancelleria confederale della Corona d’Aragona, quella confederazione di Stati sovrani risultante inizialmente dall’unione dinastica tra la Contea di Barcellona e il Regno d’Aragona, ma nei secoli accresciuta anche di altri domini, tra cui appunto il Regno di Napoli. Ciò non impediva che proprio a Barcellona, o ancora a Valencia per esempio, esistessero e funzionassero altre cancellerie locali ugualmente preposte alla gestione e al governo dei rispettivi regni e territori (Del Treppo 1986: 104, Delle Donne 1994: 380-81). Gli uffici e le mansioni dei funzionari di cancelleria erano stati codificati un secolo prima nelle Ordinanze palatine (1344) di Pietro IV il Cerimonioso (1336-1387) 24 . Al testo delle Ordinanze Alfonso si richiamò in maniera esplicita durante gli anni di regno napoletano, come attesta una prammatica sanzione del 10 ottobre 1451 «in favorem scribarum regiorum et aliorum de regia scribania», con cui egli riorganizzava il personale della Cancelleria regia (la regia scribania ‘scrivania 22 Cf. anche il più recente Soler (2018). 23 Ringrazio l’autore per avermi fatto leggere il testo in anteprima. 24 Le Ordinanze si leggono in Gimeno Blay/ Gozalbo/ Trenchs (2009). 10 Andrea Maggi DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 del re’), ridefinendone il numero e i compiti secondo quanto era stato «per antiquas ordinationes domus nostre prefixum, statutum et ordinatum» (cf. Delle Donne 1994: 385, López Rodríguez/ Palmieri 2018: XIV-XV) 25 . La Cancelleria napoletana fungeva inoltre da modello per le cancellerie degli uffici centrali e periferici del Regno. Alfonso mantenne e fece proprie alcune abitudini amministrative della Cancelleria angioina, assicurando così una continuità con gli ordinamenti stabiliti dalla precedente dinastia. La ripresa di consuetudini regnicole era però affiancata dalla riproposizione di tradizioni burocratiche iberiche (e della Sicilia aragonese) 26 . Nei casi in cui si veniva a creare un’inconciliabilità tra due cariche o due uffici, quando cioè la tradizione angioina andava a cozzare con quella aragonese, era quest’ultima a prevalere (Delle Donne 1994: 381-82) 27 . 4. La lingua cancelleresca napoletana: uno specimen Di séguito proponiamo un testo che documenta la compresenza di italiano (o meglio di una varietà italoromanza meridionale a base napoletana), catalano e latino. Il testo non è inedito, ma ne offriamo qui una nuova edizione condotta con criteri conservativi, a partire da una fotoriproduzione reperibile sul sito dell’Arxiu de la Corona d’Aragó (ACA) di Barcellona 28 . A LFonso v d ’A rAgonA ALL ’ Arcivescovo di p ALerMo Napoli, 9 febbraio 1455 Alfonso ordina all’arcivescovo di Palermo di far caricare frumento, formaggio e tonno a bordo di una galea proveniente da Maiorca e diretta a Kastellórizo, poiché Francesc Martorell, segretario di Alfonso, non era in grado di farlo, in quanto tutte le entrate del 25 Arxiu de la Corona d’Aragó, Real Cancillería , Registros , 2618, c. 144v-147v. 26 Il Regno di Sicilia era stato annesso alla Corona d’Aragona nel 1282. A partire dal 1412 i nuovi regnanti della dinastia dei Trastámara, pur consentendo all’isola di mantenere un certo livello di autonomia e, almeno formalmente, una propria indipendenza istituzionale, incominciarono a esercitare forme di governo dirette e indirette attraverso dei viceré, rappresentanti dell’autorità regia (cf. Silvestri 2018). 27 Cf. Ryder (1976: 57): «In structure Alfonso’s household followed the Aragonese pattern. It had first been formed on that model when he ascended the throne of Aragon, and he felt no compulsion to abandon it for a household in the Angevin style when he assumed the title of the Neapolitan kingdom in 1435». Alfonso enumerava gli anni effettivi di regno a Napoli a partire dal 1435, anno del suo definitivo trasferimento nel Mezzogiorno d’Italia e della morte dell’ultima sovrana angioina, Giovanna II d’Angiò-Durazzo (1414-1435), e non dal suo ingresso trionfale in città nel febbraio 1443, dopo la sconfitta (il 2 giugno 1442) del rivale e pretendente al trono Renato d’Angiò (Ryder 1976: 32). 28 Le serie archivistiche digitalizzate dell’ACA sono consultabili al link https: / / www.cultura.gob.es/ archivos-aca/ fondos-documentales.html [13.9.2025]. 11 DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 Il volgare cancelleresco della Napoli aragonese suo ufficio erano state trattenute dal tesoriere del Regno. Lettere simili in catalano sono state indirizzate ad Antoni Sin, tesoriere del Regno di Sicilia, e a Galcerán de Corbera, maestro razionale della corte palermitana. ACA, Real Cancillería , Registros , 2916, c. 17v. Copia in registro 29 . Sottoscrittore: Matteu Joan, catalano, inviato di papa Callisto III e di Alfonso e Ferrante d’Aragona. Ed. precedente: Duran Duelt (2003: 129-30, doc. 35) 30 . 1 Rex Aragonu(m) (etc.) . | 2 R(everen)de in Christo p(ate)r consiliarie fidelis n(oste)r dilecte . Nuy questi dì passati coma(n)dam(m)o | 3 a lo mag(nifi)co consigliero (et) secretario n(ost)ro Francisco Martorello, mast(r)o portulano de | 4 quisso regno, ch(e) dasse ordin(e) de haver(e) certa q(uan)titate de frume(n)ti, formage et | 5 ton(n)ine, le qual(e) volevamo mandar(e) in Levant(e) a lo n(ost)ro Castello alfonsino | 6 ch(e) de novo nce havemo facto far(e); lo qual(e) dicto mast(r)o portulano ne | 7 have dicto ch(e) isso no(n) havea modo de poterece dar(e) recapito, acte(n)to ch(e) | 8 no(n) ce havea intrati nulli de li porti, p(er) ch(é) lo thesorer(o) se havea | 9 pigliato tucte le intrate de lo suo officio fin al p(rese)nt(e). E p(er)ch(é) vuy | 10 sapite q(uan)to va a l’honor(e) n(ost)ro in la (con)s(er)vacion(e) (et) tener(e) ben p(ro)veduto (et) | 11 in pu(n)to 31 de victuaglie (et) altre cose necessa(r)ie a lo dicto Cast(e)llo, ve p(re)gamo | 12 (et) incar(r)icamo ta(n)to affectuosam(en)t(e) (et) strecta q(uan)to potemo ch(e) date ordin(e) | 13 lo meglio (et) più p(re)sto ch(e) potit(e) co(n) dicta de bancho oy altro modo | 14 expedient(e) de haver(e) li dicti frum(en)ti, formagi (et) to(n)nine, et ch(e) steano | 15 p(re)sti lloco, p(er)ch(é), giongendo la galea de Maiorica, co(n) la qual(e) volemo | 16 siano car(r)icate le dicte cose, le possa haver(e) (et) car(r)icar(e) sencza p(er)der(e) | 17 tempo nexuno, ca nuy semo (con)tenti, (et) cossì havemo (con)signiati li | 18 p(ri)mi int(r)oiti de li porti p(er) pagar(e) le cose p(re)dicte. Et sop(ra) questo | 19 sc(ri)vemo a lo mag(nifi)co n(ost)ro thes(ore)ro (et) a moss(èn) Corbera ch(e) insembla | 20 co(n) vuy trabaglieno a dar(e) recapito in le dicte victuaglie. Fate | 21 p(er)ciò in q(ue)sto no(n) habia dilacion(e) nén fallo p(er) q(uan)to ama- 29 Anche la copia ha infatti valore, in quanto manifestazione di una «lingua d’ambiente», secondo la felice espressione coniata da Vitale (1988 [ 1 1983]: 176) per la lingua della Cancelleria sforzesca. Sulle dinamiche di conservazione e innovazione al momento della riscrittura o della copia, cioè sull’operazione «opacizzante» o deformante effettuata dall’estensore rispetto ai tratti marcati o considerati non accettabili nel suo diasistema, cf. Compagna (1991), Vàrvaro (2004 [ 1 1998]), Coluccia (2000, 2011). 30 Si introducono rigatura, distinzione u / v e scioglimento delle abbreviazioni tra parentesi tonde. Separazione delle parole, maiuscole e minuscole, accenti e punteggiatura seguono l’uso moderno. Si separano le preposizioni articolate con <l>, incluso al honor(e) 10, che stampiamo a l’honor(e) . Di séguito si cita dapprima la lezione a testo, restaurata, poi quella dell’ed. Duran Duelt (2003), prescindendo da divergenze di tipo interpretativo (es. 3 a lo ] alo ): 6 havemo ] avemo ; 7 poterece ] potere ; 8 se havea ] schavea ; 10 in la ] la ; 11 pu(n)to ] ponito ; 12 strecta ] streta ; 13 potit(e) ] ponte ; 15 lloco ] lloro ; 15 Maiorica ] Maioricha ; 17 cossì ] cosse ; 18 porti ] porto ; 19 thes(ore)ro ] thesaurario ; 25 Matth(eu)s ] Mactheus ; 29 sc(r)iptu(m) ] scriptam ; 32 racionals ] racional . 31 pu(n)to] traccia di correzione su pu. 12 Andrea Maggi DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 te lo honor(e) (et) | 22 s(er)vicio n(ost)ro et ne desiderate compiacer(e). Dat(a) in Cast(e) llo Novo | 23 civi(ta)tis n(ost)re Neap(olis) die VIIIJ me(n)s(is) febr(uar)ij, IIJ ind(icione), an(n)o D(omi)ni Mº | 24 CCCCLVº. Rex Alf(onsus) . | 25 Matth(eu)s Joannes . | 26 R(everen)do in Christo patri et dilecto consiliario (et) oratori n(ost)ro | 27 S(imoni) archiep(iscop)o panhormitano in regno Sicil(ie) ult(ra) Faru(m) | 28 p(re)sidenti . | 29 Sup(er) hac mat(er)ia mutatis mutandis fuit sc(r)iptu(m) infr(ascript)is in lingua cathalana . | 30 Al noble e amat conseller e thesorer n(ost)re en lo regne | 31 de Sicíl(ia) dellà Far, moss(èn) Anthoni Sin. | 32 Al noble e amat conseller n(ost)re e hu dels mestres racionals de n(ost)ra | 33 cort en lo regne de Sicíl(ia) dellà Far, moss(èn) Galcerán de Corbera. || La parte in volgare italiano mostra una facies linguistica localmente riconoscibile, con una prevedibile presenza di grafie latineggianti. Tra gli usi grafici si notino: <ch> in bancho 13 per l’occlusiva velare davanti a vocale non palatale, il digramma panmeridionale <cz> in sencza 16; l’impiego di <y> in posizione finale postvocalica in nuy 2, 17, oy 13, vuy 9, 20; l’<h> etimologica in honor(e) 10, 21 e nelle forme del verbo ‘avere’ have 7, havemo 6, 17, havea 7, 8 bis , habia 21, haver(e) 4, 14, 16; il prefisso latineggiante <ex-> in expedient(e) 14; il nesso inassimilato <ct> in dicto 6, 7, 11, dicta 13, dicti 14, dicte 16, 20 e p(re)dicte 18, facto 6, victuaglie 11, 20 (< victuālĭa ), anche nella falsa ricostruzione tucte 9; la grafia <ci> per l’affricata dentale [ts] più approssimante da tJ in (con)s(er)vacion(e) 10, dilacion(e) 21, s(er)vicio 22; infine <th> etimologico in thesorer(o) 8, thes(ore)ro 19. Tra le palatali, la nasale è rappresentata da <gn(i)> in (con)signiati 17, regno 4, la laterale dal trigramma <gli> in consigliero 3, meglio 13, pigliato 9, trabaglieno 20, victuaglie 11, 20. Per il vocalismo tonico in contesto metafonetico, presenta u dato ŭ pu(n)to 11, con convergenza tra metafonesi, latinismo e anafonesi; la chiusura metafonetica si ha in nuy 2, 17, vuy 9, 20, quisso 4 (ma questi 2), potit(e) 13, sapite 10, mentre per la serie dicto 6, 7, 11, dicti 14 e isso 7 potrebbe trattarsi sia di innalzamenti metafonetici sia di latinismi grafo-fonetici incoraggiati dall’uso cancelleresco (qui pure dicta 13, dicte 16, 20, p(re)dicte 18); ancora, mancanza di dittongamento toscano in novo 6 (comunque in condizioni metafonetiche, dato ŭ , in sillaba libera). Dal tipo suffissale - Ariu abbiamo risoluzione dotta in secretario 3, laddove gli adattamenti di tramite galloromanzo riproducono l’esito non dittongato, verisimilmente per influsso iberico, in consigliero 3, thesorer(o) 8, thes(ore)ro 19 (cf. conseller 30, 32 thesorer 30 in contesto catalano; Bianchi/ De Blasi/ Librandi 1993: 69-70, Barbato 2001a: 118). Nel vocalismo atono, assenza di anafonesi (in protonia) in giongendo 15, accanto però a consigliero 3, in cui la i protonica può spiegarsi di nuovo per concomitanza con latinismo e/ o metafonesi. A seguire, presenta i da ĭ protonica in sillaba intermedia (con) 13 DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 Il volgare cancelleresco della Napoli aragonese signiati 17; u etimologica in iato si conserva intatta in victuaglie 11, 20; sostenuto dal latino è anche il mantenimento di e nelle proclitiche de 3, 4 bis , 6 (t. 9), ce 8, se 8, ve 11 e, in enclisi, in poterece 7, un tratto enormemente diffuso nel panorama italoromanzo, caratterizzandosi però per la sua antitoscanità (Rohlfs 1966-1969: §130). Da J si ha <gi> forse come «grafia di copertura» per l’esito locale [j] in giongendo 15; il nesso - BJ si conserva nel congiuntivo presente habia 21 per influsso insieme del latino e del toscano; da ssJ - (psJ -) si ha la grafia pseudo-etimologica <x> per [ʃʃ] in nexuno 17 (< * nessiunu ), secondo un uso proprio sia del siciliano, sia del catalano (Barbato 2007: 134, Salvi 2022: 172); in car(r)icar(e) 16, car(r)icate 16, incar(r)icamo 12 la doppia continua la geminata etimologica (< carrĭcāre , der. di cArrus ; ma cf. anche il nap. carrecare , carreco , r occo s., dove la consonante può raddoppiare perché dopo vocale tonica in un proparossitono, e il cat. càrrec , carregar , DCVB s., Compagna 1990: 183). Tra i fenomeni generali, aferesi in nce 6 (< * hince ), normale nei testi meridionali antichi; apocope vocalica in ben p(ro)veduto 10, per la quale non va esclusa un’origine indigena anziché letteraria (Formentin 1998: 263), di contro alla conservazione della vocale finale dell’infinito davanti a enclitica in poterece 7; all’influsso latino si deve poi la mancanza di sincope in Maiorica 15 (< M aiorĭca ) e di epentesi in victuaglie 11, 20; epitesi meridionale in oy 13 (< Aut ). Per la morfologia, l’articolo determinativo annovera lo 6, 8, 13, 21, la 15, li 14, 17, le 5, 9, 16, 18; le preposizioni articolate sono al 9, a l’honor(e) 10, a lo 3, 5, 11, 19, de lo 9, de li 8, 18 (sempre con laterale scempia), co(n) la 15, in la 10, in le 20. Si hanno poi i pronomi personali tonici nuy 2, 17, vuy 9, 20, isso 7, già visti, e tra i dimostrativi, accanto a questo 18, q(ue)sto 21, questi 2, anche il continuatore meridionale di * eccu ipsu (2ª grado) quisso 4, attestato nei testi napoletani coevi; va qui pure il continuatore di nuLLus in intrati nulli 8, indefinito oggi impiegato nei dialetti meridionali estremi, ma anticamente presente anche in toscano e in napoletano (Rohlfs 1966-1969: §498). Degli indeclinabili riconducono al Meridione la congiunzione causale ca 17 (< qu ( i ) A ), con delabializzazione; cossì 17 (< ( ec ) cuM sic ), con la geminata per assimilazione; insembla 19 ‘insieme’ (forse di mediazione francese, Rohlfs 1966- 1969: §914), l’avverbio lloco 15 ‘là’ (< * iLLoco ) e la negazione nén 21, da spiegare probabilmente per dissimilazione conseguente a raddoppiamento (Formentin 1988: 151); si aggiunga qui la locuzione congiuntiva con valore causale acte(n)to ch(e) 7 ‘dato che, dal momento che’. Per la morfologia verbale ci limitiamo a far notare, all’indicativo presente, il tipo meridionale have 7, le uscite locali amo , emo nelle 1 e pers. plur. incar(r)icamo 12, p(re)gamo 11, sc(ri)vemo 19 e, tra i verbi irregolari, semo 17, havemo 6, 17, potemo 12, volemo 15. Al congiuntivo presente abbiamo invece trabaglieno 20 e poi siano 16, habia 21, date 12, steano 14; degna di nota la 3ª pers. sing. dasse 4, forma analogica del congiuntivo imperfetto di ‘dare’. Del lessico segnaliamo mast(r)o portulano 3, 6 ‘ufficiale del Regno che soprintendeva ai porti’ (r ezAsco s. portolano §IV; Maggi/ Melchionno 2024: 200-01), ton(n)ine 5, to(n)nine 14 ‘tonnina, salume ricavato dalla schiena del tonno’ (Formentin 1998: 866, s. tunnina ) e la locuzione con valore aggettivale in pu(n)to 11 ‘fornito, provvisto’ 14 Andrea Maggi DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 ( GDLI s. punto 2 §38) nella dittologia ben p(ro)veduto (et) in pu(n)to de victuaglie 10-11. L’influsso catalano si può cogliere in trabaglieno 20 ‘darsi da fare’ ( DCVB s. treballar , Compagna 1990: 312; ma anche in nap., r occo s. travagliare ) e in affectuosam(en)t(e) (et) strecta 12, con l’ellissi di mente nel secondo membro (cf. Barbato 2000: 391) 32 ; notevole il titolo onorifico moss(èn) 19 (e, in contesto catalano, 31, 33), attestato anche negli autografi in volgare italiano di Ferrante (Montuori 2008: 67-68, 2016: 754). Il campione conferma sostanzialmente i dati emersi dallo spoglio del nostro corpus testuale (cf. Maggi in prep.), dove la difficoltà di identificare un quadro organico sembrerebbe connaturata al carattere di questa tradizione scrittoria, oscillante tra una tendenza alla localizzazione e una all’omogeneizzazione, cioè alla delocalizzazione. 5. Koinè e scripta nel Mezzogiorno Un lavoro prezioso per studiare la varietà cancelleresca napoletana è l’edizione di Marcello Barbato dell’ottavo libro del volgarizzamento pliniano di Giovanni Brancati, umanista attivo a Napoli come «librero mayor del senyor rey» Ferrante, cioè come bibliotecario regio (Barbato 2001a: 15). A lui Ferrante aveva affidato l’incarico di rivedere la traduzione della Naturalis Historia di Plinio dedicata al re in persona da Cristoforo Landino 33 . Brancati giudica la versione landiniana inemendabile per difetti intrinseci di interpretazione e di resa linguistica, ma si dichiara disposto a realizzare una nuova traduzione del testo latino nonostante un umanistico sentimento di disprezzo nei confronti del volgare. Facendosi portavoce di una polemica programmaticamente antitoscana - anche a causa della moda toscaneggiante diffusa a Napoli tra i letterati, che egli non condivideva -, Brancati esegue l’incarico per il re e lo porta a termine intorno al 1480 con una traduzione ex novo , maggiormente fedele all’originale latino e più rispondente agli usi linguistici del Regno 34 . Nel farlo, è stato ipotizzato che il dotto umanista si fosse affidato alla sua conoscenza delle scritture ufficiali, dalle quali avrebbe mutuato tanto l’apertura verso forme dettate 32 Cf. anche Migliorini (1957 [ 1 1952]), che segnala coppie avverbiali con un solo mente (es. «quanto più breve e semplicemente ho potuto», con l’ellissi nel primo membro) già in fiorentino antico. 33 L’episodio è ben noto. La sua rilevanza per la storia linguistica dell’Italia meridionale nel secondo Quattrocento e per i temi connessi (rapporto latino/ volgare, diffusione del toscano letterario e resistenza ad esso, teoria e pratica del volgarizzamento) è stata già più volte sottolineata, a partire dai precedenti studi di Roberto Cardini, Riccardo Fubini, Giovanni Pugliese Carratelli, Salvatore Gentile (1961, 1974) e Mirko Tavoni (1992: 70-74, 318-24). Cf. Barbato (2001a: 1-35) per la discussione della bibliografia pregressa, ma si vedano comunque anche De Blasi/ Vàrvaro (1988: 253-55), Vitale (1988 [ 1 1983]: 169-71), Bianchi/ De Blasi/ Librandi (1993: 67-68, 1996: 210-12), Coluccia (1994: 396-98), De Blasi (2012: 54-56) e De Blasi/ Fanciullo (2002: 652). 34 Le modalità di traduzione dei due volgarizzatori sono state messe a confronto in Barbato (2001b). 15 DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 Il volgare cancelleresco della Napoli aragonese dalle cancellerie dell’epoca, quanto la disposizione ad accogliere esiti latineggianti (Vitale 1988 [ 1 1983]: 170-71, Bianchi/ De Blasi/ Librandi 1993: 68, che parlano di una «specie di ‹standard› sovralocale»; Barbato 2001a: 541s.). Nel proemio Brancati così dichiara: Non ho anche curato far la medesma traductione in altro linguagio che in lo nostro medesmo non pur napolitano ma misto, parte perché ò iudicato questo ad nesun altro esser inferiore, parte perché ho voluto la medesma traductione sia utile ad tucti certo, ma principalmente a li mei conregnicoli et sopra ad tucti ad te, invictissimo Re Ferrando, qual, benché tucte lingue habie familiare, como se lege de Alexandro, nientedimeno de questa principalmente te dilecti, qual te bisogna de continuo usare 35 . (Gentile 1974, I: 12, cit. da Barbato 2001a: 24) Brancati mostrava di essere consapevole della variazione diatopica esistente tra la natia Policastro Bussentino (nell’attuale provincia di Salerno, nel Cilento meridionale) - dove vige un vocalismo tonico pentavocalico di tipo siciliano (Barbato 2001a: 548 N35, Ledgeway 2009: 14) - e Napoli: una traduzione scritta nella varietà napoletana sarebbe stata quanto meno percepita come estranea dagli abitanti di altre zone del Regno (De Blasi 2012: 56) 36 . Pur trattandosi di un volgarizzamento da una fonte classica, il «linguagio […] nostro medesmo non pur napolitano ma misto» richiama idealmente una varietà sovralocale, quale quella impiegata nelle scritture di cancelleria. Secondo Salvatore Gentile, editore del Plinio brancatiano, a dispetto delle dichiarazioni di tono programmatico contro il toscano, «per ironia della sorte, il linguagio spuntato dalla penna del Brancati appare come uno dei momenti di maggior progresso proprio verso il toscano che sia dato di registrare nella coinè napoletana del Quattrocento» (Gentile 1961: XIV-XV), sebbene un ruolo importante ricoprano «l’elemento locale, strettamente dialettale o della coinè » (ivi, XVIII), o perfino il dialetto di Policastro 37 . Per Vàrvaro e De Blasi, invece, la versione brancatiana di Plinio si dimostra «la fonte più qualificata per la conoscenza del volgare comune del regno, del sermo quotidianus della Napoli aragonese, privo delle asperità plebee, ma anche lontano da affettazioni toscaneggianti» (De Blasi/ Vàrvaro 1988: 254-55). Da 35 Il titolo dell’opera di Gentile (1974) è La Storia Naturale [Libri I-XI] tradotta in «napolitano misto» da Giovanni Brancati. Inedito del sec. XV . Al riguardo Coluccia (1994: 397 N65) ha fatto notare come non ci si accorga che la formula «napolitano misto» non è di Brancati ma dell’editore moderno Salvatore Gentile. Probabilmente quando scriveva napolitano , Brancati si riferiva alla lingua di un Loise De Rosa (Formentin 1998) o alla lingua che più tardi sarebbe stata di Ferraiolo (Coluccia 1987), «inadeguata per chi persegue l’ideale di una lingua nobile e comprensibile in tutto il Regno» (Barbato 2001a: 25). 36 Parlando dell’elemento meridionale nel volgarizzamento brancatiano, Barbato (2001a: 549) osserva: «[s]ono percepibili varie tracce di vocalismo siciliano che potrebbero essere effetto del noto influsso della tradizione scrittoria isolana in area napoletana […] e più genericamente continentale […], ma potrebbero anche riflettere la varietà nativa del traduttore». 37 Entrambe le citazioni di Gentile (conclusioni sostanzialmente confermate in Gentile 1974: X-XII) sono tratte da Barbato (2001a: 25-26). Cf. anche Bianchi/ De Blasi/ Librandi (1996: 211) e De Blasi/ Fanciullo (2002: 652). 16 Andrea Maggi DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 ultimo Barbato (2001a: 549), che così dichiara al termine del suo spoglio dell’ottavo libro: A quanto sembra di poter dedurre dallo spoglio, l’ideale di lingua mista cui si ispira Brancati si manifesta nell’eliminazione dei tratti più marcati in senso locale; si verifica così un processo di convergenza sostenuto dal latino che sembra avere come orizzonte l’intero spazio linguistico italiano, per cui non è immotivato parlare di un programma precortigiano 38 . Per certi versi la lingua di Brancati mostra quella spinta uniformante dell’italianizzazione (o per lo meno della sprovincializzazione) veicolata dalle cancellerie degli Stati quattrocenteschi; spinta osservata anche nelle scriptae meridionali, dove essa «si esercit[ò] più per via negativa, cioè per sottrazione di tratti locali, che in positivo, mediante l’instaurazione di modelli comunicativi appositi» (Coluccia 2009: 189, ma già Coluccia 1994: 373-74). Nelle formazioni di koinè la percentuale dei localismi era impoverita a favore del latino e del tosco-fiorentino, a testimonianza del trionfo del toscano al di fuori della Toscana, ma soprattutto al di fuori dell’ambito strettamente letterario; viceversa per Brancati il «linguagio […] non pur napolitano ma misto» doveva opporsi al tosco-fiorentino letterario, nel clima di una resistenza sia politica che culturale maturata presso l’ambiente amministrativo e cancelleresco napoletano, tradizionalmente più vicino al volgare locale. E infatti Vitale (1988 [ 1 1983]: 170-71 N5), spogliando nell’edizione ottocentesca di Trinchera (1866-1874) circa 120 documenti (anche se tutti del 1493) da un registro Exterorum della Cancelleria aragonese, rilevava nella « koinè linguistica meridionale» una «grandissima sopravvivenza di molti tratti locali» (soprattutto delle chiusure metafonetiche) e solo un «lieve influsso del tosco-fiorentino» (stando l’assenza del dittongamento spontaneo e del condizionale da * hĕbui e la debole penetrazione della desinenza iamo per la 1ª pers. plur. del presente indicativo) - lo studioso parla anche di «persistente e densa coloritura nativa della scripta cancelleresca del regno». In questo senso la koinè si configurerebbe come un tentativo (sovra)regionale di opposizione alla tendenza all’omologazione e all’adeguamento alla norma tosco-fiorentina. Per la comunicazione scritta dentro e fuori lo Stato doveva quindi essere garantita una mutua comprensione. Sarà forse lecito affermare, allora, che lo spazio comunicativo italiano, che è uno spazio linguistico, si fondava sulla politica tanto quanto sulla letteratura. In un’ottica comparativa, misurare il grado di accettabilità di più tratti meridionali, o di quei tratti comuni sovraregionali ma di convergenza antitoscana, significa interpretare l’aspirazione a superare il localismo come disponibilità a tollerare le oscillazioni. Tale operazione si può effettuare sia attraverso un confronto con gli spogli di Vitale (1953, 1988 [ 1 1983]), o con quelli di Tomasin (2001) per Venezia, sia tramite l’interrogazione della fonte diplomatica di corrispondenza estera del Regno, come per esempio i dispacci scambiati col ducato di Milano. Per 38 Sul legame tra lingua cortigiana e usi cancellereschi, già Ghinassi (2006 [ 1 1976]: 153-54) e Breschi (1986: 179); inoltre Senatore (1998: 198 N124). 17 DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 Il volgare cancelleresco della Napoli aragonese l’inizio del Quattrocento, prima dell’arrivo degli Aragonesi e con riferimento «[al] la rete di cancellerie dislocate nel Regno», già Sabatini (1975: 168) notava che […] i testi scritti in Campania, in Puglia, nel Salento o in Abruzzo presentano una notevole uniformità, che dichiara l’avanzato grado di formazione di una koinè cancelleresca meridionale. Con l’unica eccezione, ancora una volta, del tipo linguistico siciliano (o calabro-siciliano) che non solo resiste saldamente nella sfera di rapporti che s’incentra nell’Isola, ma s’innesta facilmente altrove e s’imprime talora sul volgare continentale 39 . Vàrvaro ha sollevato alcune perplessità circa la possibilità di parlare di koinè anche per il Mezzogiorno tardomedievale, giudicando il concetto poco pertinente con la situazione linguistica del Sud Italia (cf. Vàrvaro 2004 [ 1 1990]: 205-06) 40 . Parlare di sistemi linguistici sovralocali può risultare una forzatura in mancanza di sondaggi in grado di individuare e isolare quelli specificamente locali. Viste le difficoltà nell’accertare l’esistenza di sistemi linguistici unificanti (le koinài ) e dei loro limiti diatopici di vigenza, Vàrvaro propone di rifarsi unicamente alla nozione di scripta , con cui - come noto - si suole indicare una lingua che fa capo a una tradizione scrittoria ben identificabile per luogo e contesto di utilizzo, o più precisamente delle manifestazioni areali di lingua scritta strutturalmente composite, «sia a causa dell’intrinseca eterogeneità dei sistemi linguistici che riflettono, sia perché in esse si intersecano correnti linguistiche diverse, che producono ‹normali› oscillazioni interne» 41 . Pertanto, benché la nozione di koinè , in particolare cancelleresca, si sia rivelata molto redditizia in ambito italoromanzo e sia stata impiegata con profitto specialmente per situazioni dell’Italia padana ( koinè lombarda, veneta, milanese, mantovana, ferrarese; cf. Sanga 1990, Vitale 2012), al Sud tale fenomeno, nonostante occasionali applicazioni, parrebbe meno marcato (Coluccia 2009: 189). Conviene comunque non enfatizzarne troppo l’opposizione con la scripta : in letteratura si tende a distinguere tra un processo sociolinguistico osservabile in sincronia ( koinè ) e un oggetto di studio storico ( scripta ) 42 . Anzi, è «forse bene riservare al termine koinè il senso di varietà standardizzata nata dal conguaglio ‹orizzontale› tra varietà locali […] o dalla pressione ‹verticale› esercitata da un centro egemone» (Barbato 2005). 39 Poco più avanti, lo studioso afferma che nella cancelleria venuta in Italia al seguito di Alfonso d’Aragona si impiegavano, fin dall’inizio della sua campagna di conquista del Regno di Napoli, a seconda delle necessità, latino, catalano, siciliano e una varietà cancelleresca di volgare napoletano (Sabatini 1975: 169-70). 40 Cf. pure R. Coluccia, koinè , in E nc IT , s. 41 R. Coluccia, scripta , in E nc IT , s. 42 Si deve invece a Kabatek (2013) la proposta di legare i concetti di koinè e scripta , considerando il primo l’interfaccia orale del secondo. Per bilanci aggiornati ed equilibrati cf. D’Achille (2018) e Tomasin (2024: 18-22). 18 Andrea Maggi DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 6. Conclusioni Se l’ibridismo è in gran parte strutturale nelle lingue cancelleresche dell’Italia quattrocentesca (Montuori 2008: 26), nel caso presente esso appare ancor più atteso e accentuato, certo per il carattere del corpus , ma in generale per via della natura solo parzialmente specializzata della varietà in questione, a cui si somma l’instabilità tipica delle varietà veicolari nate per contatto, sebbene a livelli diversi di marcatezza e consapevolezza 43 . Un ibridismo dovuto tanto alla naturale stratificazione della scripta , quanto alla compresenza degli elementi alloglotti toscano e iberico. Testi come quello presentato consentono inoltre di riflettere sul multilinguismo dell’ente (la Cancelleria) e sul plurilinguismo degli scrivani (cf. Tomás Faci 2020: 160-83, Tomasin 2021: XIII, Compagna 2023: 324), due versanti ancora da approfondire per il mondo catalano-aragonese in contesto italiano 44 . Specialmente per le comunicazioni epistolari, «[o]ccorrerebbe in una prospettiva sociolinguistica verificare quale sia la correlazione tra l’uso della lingua, il destinatario e l’argomento, secondo un’analisi applicata da Vàrvaro (1977) all’antico siciliano» (Barbato 2000: 394) 45 . Le fonti antiche, infatti, non riflettono un’immagine assolutamente fedele della realtà linguistica - con cui possiamo intendere anche il riflesso della lingua parlata -, bensì solo un residuo di quella, peraltro in ritardo e attraverso il filtro della scrittura (cf. Barbato 2014) 46 ; nonostante ciò, se interrogate correttamente, consentono comunque di fissare alcuni dati. In questa prospettiva, solo uno studio attento e completo della documentazione a nostra disposizione permetterà di risalire a una scripta locale, nata 43 Mi rifaccio qui a Dotto (2008: 14), applicando al caso presente le considerazioni dello studioso. 44 Oltre a Napoli e alla Sicilia e alla Sardegna aragonesi, il tema andrebbe approfondito anche in relazione alla corte pontificia, sulla quale cf. Gasca Queirazza (1959) e Batllori (1983). 45 Il rinvio è a Vàrvaro (1984 [ 1 1977]). 46 Naturalmente, «[l]a disponibilità della scripta all’accoglimento di tratti discendenti dal parlato deve fare i conti con la vitalità di consuetudini legate alla pratica della scrittura in volgare e connesse ai differenti livelli di competenza della varietà alta scritta e ai diversi circuiti di propagazione dei testi» (Maggiore 2016: 99). Le scritture giudiziarie, ad esempio, consentono di scorgere movenze dell’oralità e del parlato, secondo quanto rilevava già Stussi (1965: XI) per Venezia: «[u]na maggiore aderenza al parlato presentano forse le deposizioni di testimoni o imputati durante i processi». Non è questa la sede per affrontare la questione, ma almeno tre punti andranno tenuti in considerazione: (1) la commistione di una dimensione tipica dell’oralità e un’altra tipica dello scritto; (2) il discorso riportato come oralità stilizzata; (3) l’alto grado di reticenza degli atti amministrativi, dove il non detto era più importante del detto. Invece sulle espressioni formulari negli autografi di Ferrante, spesso facenti capo a un repertorio e a una cultura orali, e sui modi di riproduzione del parlato, cf. Montuori (2008: 27-33). In una lettera autografa del re al duca di Milano Francesco Sforza (Barletta, 9.I.1459, Archivio di Stato di Milano, fondo Sforzesco , serie Potenze Estere , Napoli , 200, f. 10), nell’epilogo, «la sintassi mostra (o dovremmo dire tradisce) un minore equilibrio e forse il contributo dell’oralità, ovviamente sempre in un ambito comunicativo di stampo diplomatico e cancelleresco, mai informale. Tale concomitanza fa pensare che la compilazione di questa parte della lettera non sia stata coadiuvata dal supporto di una minuta […] In conclusione la sintassi degli autografi di Ferrante sembra reggere il peso dell’argomentare, pur rimanendo all’interno della tradizione scrittoria cancelleresca» (Montuori 2008: 15). 19 DOI 10.24053/ VOX-2025-001 Vox Romanica 84 (2025): 1-24 Il volgare cancelleresco della Napoli aragonese da processi di convergenza e/ o neutralizzazione, di cui noi vediamo il riflesso scritto ma che non si può escludere dovesse avere anche una dimensione orale. 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The following section presents a dispatch from the Aragonese Chancery of Naples alongside a linguistic commentary. Finally, we consider the relationship between koine and scripta in Southern Italy, referencing the work of the humanist Giovanni Brancati, who translated Pliny the Elder’s Naturalis Historia from Latin into Romance. Keywords: Aragonese Kingdom of Naples, Chancery vernacular, Koine and scripta, Giovanni Brancati, Italian philology, Historical linguistics 24 Andrea Maggi
