eJournals Vox Romanica84/1

Vox Romanica
vox
0042-899X
2941-0916
Francke Verlag Tübingen
10.24053/VOX-2025-009
vox841/vox841.pdf0216
2026
841 Kristol De Stefani

Andrea Ghidoni, Piangere la memoria: lamento funebre e culture medievali, prefazione di Corrado Bologna, Roma (Carocci) 2024, 615 p.

0216
2026
Caterina Menichettihttps://orcid.org/0009-0002-4202-1566
vox8410199
199 DOI 10.24053/ VOX-2025-009 Vox Romanica 84 (2025): 199-206 Besprechungen - Comptes rendus Besprechungen - Comptes rendus Philologie et linguistique romane générales - Allgemeine Philologie und Romanische Sprachwissenschaft A ndreA G hidoni , Piangere la memoria: lamento funebre e culture medievali , prefazione di Corrado Bologna, Roma (Carocci) 2024, 615 p. Il bel libro di Andrea Ghidoni costruisce un appassionante percorso di lettura nella tradizione medievale dei lamenti: i testi o, nel caso di ampie opere narrative, le scene deputate a piangere la morte di un personaggio di alto valore e grande reputazione. La prospettiva di ricerca adottata da Ghidoni è di natura «cultorologica», si situa cioè all’intersezione fra antropologia e filologia: si intende verificare quali funzioni antropologiche siano espletate dai lamenti funebri e in che modo i singoli testi storicizzino - attraverso procedimenti di natura linguistica e stilistica, ed entro contesti culturali specifici - strutture antropologiche universali. Punto di tangenza fra queste due prospettive e quindi oggetto precipuo dell’interesse di G. sono i «modelli eroici» costruiti dai lamenti funebri. La categoria interpretativa, mediata dagli studi di Clifford Geertz e Francesco Remotti, è connessa alla nozione di antropopoiesi, ovvero all’idea che l’identità umana sia elaborata e variamente rinegoziata attraverso processi di natura sociale e culturale. La morte di una persona cara (sul piano personale o politico), configurando una crisi, richiede ai sopravviventi di nuovi modelli di umanità, capaci di tenere in conto ed assorbire l’evento luttuoso. Il volume, che prolunga piste di ricerca elaborate in precedenti lavori dell’autore 1 , si compone di quattro grandi capitoli: il primo è di carattere teorico-metodologico, gli altre tre approfondiscono rispettivamente il lamento rituale, il lamento mitico e il lamento cultuale, distinti (p. 143): in base alla loro funzione antropologica, cioè secondo la realtà umana su cui ciascun lamento opera: 1. L’esperienza di una morte individuale presente e immediata, fatta oggetto unicamente di lamentazione […]; 2. L’esperienza di una morte individuale occorsa nel passato, quindi fatta oggetto di lamentazione da parte di uno o più personaggi ma soprattutto oggetto di narrazione nel presente […]; 3. L’esperienza della morte, occorsa anch’essa nel passato, di un individuo oggetto nel presente di un culto religioso. 1 Cf. in particolare G hidoni , A. 2018: L’eroe imberbe. Le enfances nelle chansons de geste: poetica e semiologia di un genere epico medievale , Alessandria, Edizioni dell’Orso; G hidoni , A. 2020: «Tesi per una prospettiva eroo-poietica», Forme e modi dell’epica 1: 296-339; altri riferimenti sono procurati infra N10. 200 DOI 10.24053/ VOX-2025-009 Vox Romanica 84 (2025): 199-206 Besprechungen - Comptes rendus Il cap. 1, Lamento funebre e culture materiali (p. 41-144), definisce l’orizzonte intellettuale dell’indagine e delinea le premesse generali che consentono poi la lettura dei singoli testi. Vi si approfondisce l’idea, già esposta nell’introduzione, secondo la quale la cultura partecipa a definire modelli di umanità, e soprattutto si proietta questa premessa generale entro le peculiari condizioni culturali del Medioevo europeo, caratterizzato dalla copresenza di tradizioni colte e popolari e di lingue diverse, spesso distribuite diglossicamente. A seguire, la focale si riserra sulla temporalità del lamento e sugli attanti in esso implicati: la morte marca il presente dell’enunciazione come momento di crisi ( eschaton ); il passato emerge come il tempo mitico toccato dalle qualità sovrumane del benefattore o dell’eroe ormai defunto; il futuro è l’orizzonte entro il quale la comunità dei sopravviventi deve tentare di preservare la memoria del morto, assurto ad una dimensione esistenziale altra, e quindi colmare la distanza etica che si è venuta a creare con il passato. Sollecitando in maniera originale un’ampia bibliografia, che spazia da Ernesto De Martino a Barbara Rosenwein ad Aby Warburg, G. analizza il modo in cui il lamento eroicizza il defunto e miticizza il suo operato nel mondo, costruendo al contempo un modello emozionale per la comunità dei sopravviventi (testuale e sociale nel caso dei lamenti rituali; mitica e narrativa nel caso dei lamenti mitici; mitica e religiosa per i lamenti cultuali). Questo modello è indispensabile a superare l’ eschaton della morte e a costruire un nuovo orizzonte operativo. Si definiscono inoltre in questo capitolo alcune categorie interpretative essenziali per il prosieguo dell’analisi, quali la distinzione fra il «lamentatore primario» - la voce che nel lamento si fa carico dell’enunciazione - e i lamentanti potenziali - le altre persone o entità che il testo indica come partecipi del lutto. Il cap. 2 è il più consistente di tutto lo studio (p. 145-421) e fornisce dei risultati validi anche rispetto alle altre due tipologie testuali trattate; per via della mia esperienza di ricerca, le mie osservazioni si concentreranno soprattutto su questa sezione. Nei lamenti rituali il lamento è la forma stessa del testo: un lamentante primario vi prende la parola in prima persona per piangere la morte di un defunto eccellente, realmente esistito. A questa categoria afferiscono i planctus mediolatini e i planh trobadorici. G. esplicita fin da subito che il tasso di coesione interna dei due insiemi è diverso: laddove i planh si fondano su un codice unitario, attestante matrici culturali e letterarie comuni (siamo cioè di fronte ad una tradizione letteraria), i planctus , anche perché di origine geografica e cronologica molto varia, esibiscono delle isomorfe ricorrenti che non equivalgono però a convenzioni poetiche condivise. Dal lato dei componimenti mediolatini, l’analisi è dunque condotta in funzione dell’identità del defunto e dell’orizzonte comunitario ed escatologico entro il quale la sua morte è fatta oggetto di discorso: sovrani «universali» (in sostanza, imperatori del Sacro Romano Impero), sovrani particolari, doctores , santi. Due paragrafi sono dedicati ai planctus della Scuola di Notre-Dame. I planh trobadorici sono letti come peculiare manifestazione di quel «discorso sull’ideale» che è la cortesia. Il primo tratto che li caratterizza, distinguendoli dai precedenti mediolatini, è l’enunciazione alla prima persona, derivata dalla lirica di argomento amoroso: questa continuità consente «il trasferimento di una poetica della soggettività dal campo amoroso al campo funebre» (p. 305). Riprendendo spunti già avanzati nell’introduzione (cf. p.es. p. 119), G. insiste sul fatto che il lamentante del planh è «un motivo, una voce-istituzione replicata da testo a testo» (p. 298), «una figura paradigmatica, che rimane sostanzialmente invariata nei suoi tratti generici 201 DOI 10.24053/ VOX-2025-009 Vox Romanica 84 (2025): 199-206 Besprechungen - Comptes rendus al mutare tanto delle circostanze storiche che occasionano il planh quanto del tipo di defunto o della corte che piange l’avvenimento. Il lamento è storicizzato […], non lo è invece la silhouette del lamentante» (p. 295). L’analisi di G. non mi trova qui interamente d’accordo: nel planh , come nei sirventesi e nelle canzoni e nei vers di argomento morale (ovvero i testi che sviluppano una comunicazione ancorata a referenti esterni e non di rado improntata all’immediatezza), l’istanza enunciativa che dice «io» può presentare marcati elementi di individualizzazione, che determinano, se non la sovrapposizione, almeno l’avvicinamento tra l’ioagens e l’ioauctor . Per verificare questo dato, ci si potrà riferire allo scambio tra Sordello, Bertran d’Alamanon e Peire Bremon Ricas Novas, in cui la morte di Raimondo Berengario V è rappresentata all’interno di una rete di relazioni aristocratiche che implicano anche i tre trovatori nella loro individualità storica; e, a diverso titolo, i planh di Bertran de Born per Enrico il Giovane e Goffredo di Bretagna, nei quali il compianto non devia dalla «tensione al concreto e all’occasionale» caratteristica delle altre liriche del trovatore di Hautafort, confermando il gioco sull’«impressione della realtà vissuta, con la presentazione di un io-personaggio calato in una situazione interamente denominabile, sulla quale la sua poesia pretende di avere presa» 2 . Conviene segnalare che l’ auctoritas letteraria del trovatore non sarà stata indifferente al pieno espletamento della funzione sociale e identitaria del planh nel rito di corte che lo inquadrava. Al netto dell’indeterminatezza dell’ eu , non avrà avuto lo stesso peso che la morte di un signore regionale o di un sovrano fosse cantata da un trovatore di grande reputazione o da un giullare di successo solo locale: i tratti di individualizzazione dell’io-lirico avranno partecipato a costruire l’eccezionalità della persona compianta. L’idea della scarsa o nulla personalizzazione delle individualità chiamate in causa nei testi lirici si riaffaccia in riferimento a Raimbaut d’Aurenga- Linhaure pianto da Giraut de Borneill in BEdT 242.65 S’anc jorn agui joi ni solatz . In merito al senhal , in particolare, G. (p. 305) osserva: oltre alla funzione dissimulatrice, [esso] implica anche un certo grado di appropriazione affettiva dell’individuo rinominato da parte del chantador . Ma Linhaure (var. Hygnaure ) non è una invenzione di Giraut, è principalmente un personaggio disegnato in una trafila di componimenti, a lui indirizzati o da lui composti, laddove sparisce totalmente la sua individualità storica 3 . Anche in questo caso, ritengo che la proposta interpretativa di G. possa uscire in parte ridimensionata dalla considerazione delle specificità delle liriche in questione. Se anche il senhal Linhaure non è invenzione di Raimbaut (la questione, come noto, è dibattuta), quest’ultimo non solo lo ha accettato, ma in BEdT 389,31 ha giocato sulla connessione con l’Ignaure dell’omonimo lai in prospettiva di disvelamento dell’identità dell’ioagens e di costruzione dell’i- 2 B eltrAmi , P. G. 2021a: «Bertran de Born il giovane e suo padre», in: i d . 2021b, Amori cortesi , Firenze, Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Ezio Franceschini: 407-39, 407 e 408; e cf. anche i d . 2021c: «Giochi di corte per Bertran de Born (‹Chazutz sui de mal en pena›)», in: P. G. B eltrAmi 2021b: 441-61, 441, in cui la poesia di Bertran de Born è definita come «una poesia d’occasione politico-militare, alla quale è essenziale la messa in scena di un personaggio protagonista che personalizza fortemente la prospettiva». Per la riflessione su ioagens e io -auctor e gli studi da cui essa deriva, mi permetto di rimandare a A sPer ti , s./ m enichetti , C. 2018: «Voci autoriali e auto-denominazione in Marcabru», InVerbis. Lingue Letterature e culture VIII/ 2 - Il nome proprio nella letteratura romanza medievale , a cura di F. c ArAPezzA : 35-62. 3 La frase potrebbe sottendere un errore: andrà letto Raimbaut al posto di Giraut, o si dovrà forse sostiture «lui» con Raimbaut. 202 DOI 10.24053/ VOX-2025-009 Vox Romanica 84 (2025): 199-206 Besprechungen - Comptes rendus dentità dell’ioauctor . Il motivo del disvelamento dell’identità apre non a caso il testo - Lonc temps ai estat cubertz/ mas Dieus no vol qu’ieu oimais/ puosca cobrir ma besoigna : come Ignaure, l’ioagens Raimbaut è stato castrato dai mariti gelosi delle sue numerose amanti -, e, all’interno di una comunicazione a forte dominanza maschile - v. 4 ez escoutatz, cavallier -, l’io -auctor Raimbaut conferma il suo impegno nel canto - v. 37-38 E si mos chans m’es sufertz/ eu chan, qu’enquers no m’en lais . Ferma restando la peculiarità dell’enunciazione che contraddistingue la lirica romanza, credo che sul versante dell’enunciazione lirica si sarebbe potuto accordare un peso maggiore ai tratti di discontinuità che marcano i singoli componimenti, soprattutto nel caso delle poesie più caratterizzate in termini sia tematici che formali. Il cap. 2 ha il suo nucleo nell’analisi dei planh per il signore cortese; due paragrafi più snelli sono dedicati ai planh per la dama illustre e per la donna amata; vengono invece toccati solo tangenzialmente i compianti, esclusivi al corpus occitano, per gli «amici trovatori», ovvero per i protagonisti del sistema cortese che l’io-lirico concepisce e rappresenta come affini 4 . G. riflette sulle modalità della connessione affettiva fra defunto e lamentante; sul rapporto fra lamento retrospettivo e discorso consolatorio prospettivo; sulle dinamiche spaziali e temporali secondo le quali è svolto il compianto; sul ruolo del signore come «eroe culturale» - tipo eroico che rimane sostanzialmente invariato lungo tutti i testi del corpus - e sul suo rapporto con la comunità aristocratica; sui tratti che distinguono i planh per i signori da quelli per le donne cortesi, e in particolare per le donne amate. Sembra poco sensato ripercorrere qui i risultati puntuali dell’analisi di G., estrapolandoli dal bel contesto argomentativo ed espositivo che li inquadra; converrà piuttosto evidenziare gli apporti critici significativi per l’interpretazione della lirica occitana, e romanza, nel suo complesso. Va innanzitutto segnalato che le letture di G. configurano il planh come uno dei luoghi di elezione della riflessione valoriale dei trovatori: laddove nella poesia morale e nel sirventese questa riflessione è spesso orientata alla critica e alla sanzione, nel compianto, per via delle peculiari condizioni storico-sociali che lo ingenerano, essa mira alla costruzione di un’«antropologia morale» positiva (p. 356; la stessa cosa si può dire della canzone di crociata e del vers di XIII sec.). I paragrafi centrali della «sezione occitana» offrono così importanti considerazioni sul lessico astratto ( mantener , aculhimen , capdoil …) mediante il quale i trovatori descrivono la condotta cortese: per il differente taglio metodologico, questa sezione potrà completare e rinnovare i risultati di lavori ormai classici come quelli di Glynnis M. Cropp o Suzanne Thiolier-Méjean 5 . A mio avviso sono inoltre molto produttive le formule analitiche «emozione culturale» e «emozione manufatto» per le emozioni «che sancisc[ono] l’appartenenza alla comunità» - ovvero, sia il joi che il dolore (p. 315). Le nozioni consentono di meglio apprezzare i fondamenti culturali - nel senso antropo-poietico di Remotti - delle nuove forme di interiorità che emergono nelle letterature volgari del XII e XIII sec.; e di cogliere la funzione di auto-riconoscimento rivestita, presso le élites aristocratiche di quest’epoca, dalle pratiche linguistiche e testuali incentrate appunto sull’interiorità. Su un piano più generale, la riflessione culturologica di G. riesce a recuperare 4 Per il sotto-corpus, cf. la N299 di p. 295; per l’analisi di un testo specifico, cf. il planh di Giraut de Borneill per Raimbaut d’Aurenga richiamato sopra. 5 c roPP , G. M. 1975: Le vocabulaire courtois des troubadours , Genève, Droz; t hiolier -m éjeAn , S. 1978: Les poésies satiriques et morales des troubadours, du XII e siècle à la fin du XIII e siècle , Paris, Nizet. 203 DOI 10.24053/ VOX-2025-009 Vox Romanica 84 (2025): 199-206 Besprechungen - Comptes rendus gli spunti più stimolanti della linea interpretativa di Erich Köhler e allievi (in primo luogo Dietmar Rieger), senza incorrere nel rischio di appiattire la poesia della fin’amor e la letteratura cortese sulle sole funzioni di rivendicazione socioeconomica dei cavalieri non casati . Molto interessanti anche gli spunti circa il diverso peso del codice formale ed espressivo fra i testi in cui si piange la morte di un uomo e quelli in cui la defunta è una donna: mentre nel planh sociopolitico assistiamo all’importazione del linguaggio trobadorico all’interno di un contesto estraneo (la morte del signore illustre), che però è il contesto di partenza (è il lutto a generare il problema espressivo), quindi domina il principio «invenzionale», l’adozione dello stesso codice qui [nei planh per la donna] va interpretato diversamente, ossia nel segno di una continuità poetica e dei principi culturali «convenzionali»: il contesto di partenza è la «grammatica» della fin’amor , al cui interno viene anche assimilata la presenza della morte. In specifici casi, questa constatazione interpretativa generale avrebbe forse potuto essere applicata in maniera ancora più stringente. Nel caso della cobla incipitaria di BEdT 101,12 Bonifaci Calvo s’eu ai perdut, no s'en podon gauzir, ad esempio, non sono sicura che, come proposto da G., il testo esibisca «una collettività - gli enemic - che non patisce il dolore, che non figura come comunità beneficiata dalla donna in vita, ma che paradossalmente gioisce per la perdita che ha subìto l’io lirico» (p. 403). Ai miei occhi, nel dire S’ieu ai perdut, no s’en podon jauzir/ mei enemic, ni hom que be no·m vueilla,/ car ma perda es razos qu’a els dueilla/ tan coralmenz, que·s deurian aucir/ e totz lo monz aucire si deuria/ car morta es midonz …, si intende semplicemente che la morte dell’amata infligge un danno alla comunità cortese nel suo complesso: viene quindi a cadere l’assunto, inscritto nel codice della canso , secondo il quale l’infelicità dell’amante rappresenta un vantaggio, almeno potenziale, per quanti competono con lui per l’amore della donna. Il cap. 3 (p. 423-517) è incentrato sul lamento mitico, definito come «il lamento […] mediato da una cornice narrativa» (p. 423) e specificamente contraddistinto dal fatto che un personaggio (o un gruppo di personaggi) altrimenti implicato nel racconto vi assume la funzione di lamentante. Nella parte iniziale, consacrata alle premesse generali, G. sottolinea che i testi, o meglio i segmenti di testi in esame, si collocano in un tempo mitico entro il quale si costruiscono le identità tanto del defunto quanto del lamentante. Il tempo mitico è lontano ma non discontinuo rispetto al tempo storico: la comunità storica si percepisce in continuità con la comunità operante in illo tempore e di cui si narrano le vicende, che assolve dunque ad una funzione fondativa e identitaria. Se il lamento rituale costituisce il defunto come l’entità eroica essenziale, il processo culturologico del lamento mitico si incentra sul lamentante, che è spesso in una posizione sociale sovraordinata rispetto al defunto (p.es. Carlo rispetto a Roland nella Chanson de Roland ). Il lamento mitico si contraddistingue per il suo carattere estremo, e quindi per i rischi individuali e sociali che gli sono associati: il dolore è il più grande che mai sia esistito e la sfida consiste non - come nei testi lirici - nel trovare le parole appropriate per esprimere il dolore, bensì nell’uscire dalla dinamica lamentatoria costruendo un nuovo orizzonte operativo. La seconda parte del capitolo svolge l’analisi di alcuni episodi scelti, onde «saggiare i modi in cui i diversi generi narrativi del Medioevo costruiscano lamento e lamentanti» (p. 440-41). I testi trattati sono epici ( Roland e Nibelungenklage ), agiografici ( Alexis e Suscitatio Lazari ) e romanzeschi. Va da sé che, in funzione delle diverse culture e dei diversi generi letterari, variano 204 DOI 10.24053/ VOX-2025-009 Vox Romanica 84 (2025): 199-206 Besprechungen - Comptes rendus i modi in cui il lamento è «esternamente marcato, riconosciuto, interpretato e definito» (p. 426), e cambia la liceità stessa dell’espressione del dolore (non ammissibile, ad esempio, per la morte di un santo). Proseguendo la riflessione sui testi cortesi sviluppata sopra, mi permetto di segnalare l’interesse delle pagine in cui si affrontano i lamenti per la morte presunta dell’amante nei romanzi di materia arturiana ( Érec e Charrette , in particolare). G. osserva molto opportunamente l’importanza del tema della colpa commessa dal lamentante (ma qui interessano soprattutto le lamentanti donne) rispetto al defunto, da cui scaturisce il desiderio del suicidio. Nel caso dei testi più influenzati dalla tradizione lirica (penso evidentemente alla Charrette , e poi alla Vulgata arturiana ), ci si può chiedere se la morte presunta dell’amante non possa essere messa in rapporto con i topoi lirici della morte per amore dell’io-lirico e della richiesta di merce alla donna, e in generale se il motivo non operi come strumento di narrativizzazione di moduli topici della fin’amor e della temporalità sostanzialmente statica che le è propria. È poi interessante notare che nel sotto-corpus romanzesco si riscontra in modo abbastanza sistematico la copresenza di planctus in voce femminile e di planctus in voce maschile, passibili di valutazioni contrastive, per esempio per verificare le differenze, enunciative e tematiche, che emergono nella rappresentazione della fin’amor da punti di vista di genere diversi, o al variare dell’età, dello status sociale, del ruolo o della posizione reciproca dei personaggi coinvolti 6 . Il cap. 4 si concentra sul lamento cultuale, in cui G. riconosce le funzioni antropologiche delle due tipologie trattate in precedenza; sono in particolare analizzati i testi centroitaliani che sviluppano la «sequenza mitica» implicante a. comunicazione a Maria, di norma da parte di Giovanni, della cattura di Gesù; b. svenimento di Maria; c. coinvolgimento delle pie donne nella ricerca del Figlio. L’eroe lamentato, Cristo, è dato; ciò che viene costruito sono la lamentante, Maria, e i lamentanti potenziali, gli aiutanti di Maria - sul piano della narrazione - e le persone che partecipano al rito - sul piano dell’esecuzione del testo -, che attraverso l’identificazione con Maria costruiscono nuove forme dell’esperienza religiosa. I lamenti cultuali hanno una funzione magico-religiosa (in senso demartiniano) più spiccata che non i lamenti rituali e mitici: operano come «un dispositivo di protezione da un rischio ben presente nell’esperienza degli uomini che animavano le confraternite medievali, cioè i pericoli derivanti dal riconoscimento della propria natura di peccatori» (p. 524). Il percorso di G. è chiaro sia nelle sue premesse metodologiche che nelle analisi puntuali; i singoli capitoli e le sottosezioni che li compongono si configurano come piccoli saggi autonomi, facilmente estrapolabili dal contesto, che pure, naturalmente, ne amplifica le risonanze e le implicazioni. L’autore è molto efficace nell’evidenziare la ricorrenza di funzioni socioculturali analoghe in testi lontani per lingua, orizzonte comunicativo, pratiche discorsive e tec- 6 Qualche esempio: in occasione della morte presunta del protagonista il Roman de Jaufre provenzale esibisce tre planh diversi, in voce di Brunissen e di due membri della di lei corte; le tre prese di parola toccano nuclei valoriali e sociali molto differenti. Il compianto per l’amata creduta morta è in Floire et Blanchefleur e in Amadas et Ydoine : nei due casi i due protagonisti sono legati da un amore condiviso ma non istituzionalizzato, e Floire (come Blanchefleur) è un adolescente appena uscito dall’infanzia pochissimo influenzato dai valori della cavalleria. Nelle varie scene del Lancelot en prose in cui Lancillotto è creduto morto, Ginevra adotta condotte linguistiche e posture fisiche differenti al variare delle situazioni e degli «spettatori» del lamento. 205 DOI 10.24053/ VOX-2025-009 Vox Romanica 84 (2025): 199-206 Besprechungen - Comptes rendus niche della formalizzazione letteraria: tutti elementi che sostanziano l’opportunità dell’approccio antropologico prescelto. La metodologia adottata non fa venir meno l’attenzione per il dettato puntuale dei testi (particolarmente encomiabile, a riguardo, l’attenzione prestata alle traduzioni), come per le varianti redazionali delle opere a tradizione attiva (cf. il cap. 3). Data la vastità e la ricchezza del corpus e il fatto che l’analisi procede spesso più per moduli tematici che non per opera, un indice degli autori e dei testi sarebbe potuto venire in aiuto ai lettori che, interessati a specifici segmenti del corpus stesso, possono trovarsi a percorrere il libro alla ricerca di informazioni su un singolo testo. Nel quadro di un’esposizione molto attenta ad esplicitare le proprie premesse teoriche, una sola nozione critica avrebbe, a mio parere, meritato una trattazione più estesa - o meglio, una trattazione non implicita: quella di «poetica», e più in particolare di «poetica storica». L’argomentazione di G. fa emergere in modo relativamente evidente che «poetica» non indica, nel libro qui in esame, le competenze retorico-discorsive frutto di apprendimento scolastico, o più in generale le scelte espressive prodotte da tecniche di strutturazione del contenuto e di elaborazione formale proprie a tradizioni linguistiche o letterarie specifiche, e coscienti delle proprie specificità 7 . Al contrario, la parola designa tratti ricorrenti nelle pratiche testuali di comunità umane più o meno ampie e più o meno operanti sulla longue durée , facenti capo a premesse culturali e a sostrati folklorici condivisi, e a monte di questi ad orizzonti antropologici in cui la letteratura viene riconnessa al mito e al rito tradizionale (cf., non a caso, la riflessione su mito e rito della sezione centrale del cap. 1, e poi, nel cap. 3, le pagine iniziali sul tempo mitico e soprattutto la riflessione sulla mitologia delle p. 431-32 e poi 443-44). Siamo quindi in un orizzonte critico che rimonta ad Aleksandr Veselovskij e dopo di lui ad Elzear Meletinskij, la cui ricezione in Italia è avvenuta attraverso la mediazione di d’Arco Silvio Avalle prima e di Massimo Bonafin poi 8 . È doveroso sottolineare che la categoria critica di «poetica storica» è elemento portante del percorso intellettuale di G., come ben risulta dai titoli di alcuni suoi lavori precedenti; mi pare probabile che l’autore non abbia esplicitato premesse per lui scontate 9 . Dato però che l’adozione di questo orizzonte metodologico è molto innovativo nel campo degli studi sulle tradizioni liriche, e in particolare per la filologia trobadorica, l’illustrazione, anche breve, del quadro interpretativo allargato sarebbe venuta in aiuto (o meglio, verrebbe: c’è materiale per almeno un articolo! ) del lettore, anche specialistico. 7 Sono le due, diverse, modalità di concepire la retorica che fondano le ricerche di Ernst Robert Curtius e Erich Auerbach, cf. rispettivamente c urtius , e. r. 1992: Letterature europee e Medioevo latino , a cura di. R. A ntonelli , Firenze, La Nuova Italia; e A uerBAch , e. 1970: Lingua letteraria e pubblico , Milano, Feltrinelli. Sul rapporto fra Auerbach e Curtius, cf. A ntonelli , r. 2011: «Curtius, Auerbach e la modernità. Ricordando Warburg», in: P AccAGnellA , i./ G reGori e. (ed.), Ernest Robert Curtius e l’identità culturale dell’Europa , Atti del XXXVII Convegno Interuniversitario (Bressanone/ Innsbruck, 13-16 luglio 2009), Padova, Esedra: 57-74. 8 Minimi riferimenti per l’inquadramento del concetto di «poetica storica» sono dati alla p. 120, N164; il nome di Meletinskij ricorre, se non mi sbaglio, a p. 142, N120, e a p. 424, N3. 9 G hidoni , A. 2015a: Per una poetica storica delle chansons de geste , Venezia, Ca’ Foscari; 2015b: «Approssimazioni critiche alla poetica storica di Meletinskij alla luce di una nuova tradizione», Intersezioni: rivista di storia delle idee 35: 443-57; 2019: «Pratiche arcaiche nelle letterature medievali: note di poetica storica a partire da alcuni modelli culturologici», Studi medievali s. 3 60: 601-44. 206 DOI 10.24053/ VOX-2025-009 Vox Romanica 84 (2025): 199-206 Besprechungen - Comptes rendus La delicatezza della nozione di «poetica» emerge soprattutto quando l’analisi si appunta su testi la cui scrittura è stata con buona probabilità impattata anche da processi di «retorica ristretta», a partire dalla lirica trobadorica. Diventa talvolta complesso cogliere secondo quale concezione della «poetica» siano costruite le analisi, e se l’impostazione antropologica si applichi in modo sostanzialmente indifferente a testi inseriti entro tradizioni formali molto definite e a testi la cui posizione nel sistema è meno «incardinata», ovvero riconducibili a «serie tradizionali» per noi poco o nulla ricostruibili 10 . Il caso più evidente è rappresentato, mi pare, dalle pagine (324-36) in cui G. formalizza le due categorie di genere di chan e di planh (reciprocamente mediate, oltretutto, dalla forma chan-plor ), per concentrarsi poi sulla «delineazione di una poetica del planh , come forma lamentatoria specifica che si distingue dal chan , sebbene poi certi termini si ripetano» (p. 330). Qui, mi sembra, si stanno riportando ad un unico piano una categoria tematico-formale antica (il planh ) e una forma poetica identificata dall’interprete moderno (il chan concepito come «altra forma lamentatoria specifica», ibid. ), senza per altro valutare questa operazione alla luce del complesso dibattito critico incentrato sulla questione dei «generi lirici» 11 . In modo analogo, appare lecito chiedersi come interpretare la nozione di «tradizione» adottata nell’analisi dedicata al planctus Hug dolce nomine , che inscena il lamento di Pipino II d’Aquitania sul cadavere di Ugo abate di Saint-Quentin. G. osserva: «Si tratta di un motivo non privo di continuazioni nelle chansons de geste (e in particolare nel Gormont et Isembart ): il tipo «narrativo» dovrebbe spingere a collocare il presente compianto al principio della tradizione dell’epopea antico-francese» (p. 267-68). Mi pare che la parola «tradizione» abbia un margine di ambiguità tra il senso ristretto che gli si dà in filologia e quello più ampio impiegato dall’antropologia culturale. Per la chiarezza dell’impianto, l’interesse della tematica, la pertinenza degli esempi testuali trascelti, e soprattutto la grande apertura culturale che sostiene l’analisi, il libro di G. si segnala come una lettura al contempo piacevole e istruttiva. La proposta interpretativa generale sulla funzione culturologica del lamento è argomentata in maniera convincente e i singoli capitoli apportano spunti di grande rilevanza alla comprensione dei fondamenti culturali e identitari dei testi Medioevo. L’utilità degli strumenti dell’antropologia culturale per lo studio delle letterature dell’età di mezzo, più volte difesa dall’autore nell’Introduzione e nel cap. 1, esce più che dimostrata da questo ottimo volume. Caterina Menichetti (Université de Genève/ Université de Lausanne) http: / / orcid.org/ 0009-0002-4202-1566 10 Non andrà dimenticato che, nel campo della lirica, la nozione prevalente di «poetica» è ancora quella che risale alla linea Dragonetti-Zumthor, cf., tra i molti riferimenti possibili, d rAGonetti , R. 1960: La technique poétique des trouvères dans la chanson courtoise. Contribution à l’étude de la rhétorique médiévale , Bruges, De Tempel; e z umthor , P. 1972: Essai de poétique médiévale , Paris, Seuil. Si noti che Zumthor è ampiamente sollecitato nel lavoro di G., cf . in particolare le p. 429-31; «serie tradizionale» è sintagma di G., cf. p. 432. 11 La bibliografia sulla questione è troppo complessa per poter essere richiamata per intero: ci si potrà rifare a r ozzA , S. 2020: Il sistema dei generi nella lirica romanza medievale , tesi di dottorato dell’Università di Siena, discussa il 23/ 3/ 2020, consultabile in-linea all’indirizzo ‹https: / / usiena-air. unisi.it/ retrieve/ e0feeaa9-0a93-44d2-e053-6605fe0a8db0/ phd_unisi_069141.pdf›