Vox Romanica
vox
0042-899X
2941-0916
Francke Verlag Tübingen
10.24053/VOX-2025-015
vox841/vox841.pdf0216
2026
841
Kristol De StefaniLuigi Pulci, Lettere, introduzione, note e commento di Paolo Orvieto, Alessandria (Edizioni dell’Orso) 2024, xiii (i.e. vii) + 154 p. (Filologia e letteratura italiane. Studi e testi 13).
0216
2026
Gabriele Bucchihttps://orcid.org/0000-0003-2777-7648
vox8410237
237 DOI 10.24053/ VOX-2025-015 Vox Romanica 84 (2025): 237-243 Besprechungen - Comptes rendus linguistique ont été décrites de manière exemplaire, en passant avec une légèreté sans faille du particulier au général et inversement. Des exploits ponctuels comme ceux que nous venons de présenter nous aident à mieux comprendre la dynamique de la langue roumaine dans des milieux exogènes très variés dans lesquels la pression des langues dominantes est énorme. Malgré cela, les locuteurs du roumain ressentent un très fort besoin de protéger leur langue qui reste, avant tout, le lien inséparable avec leurs racines. Finalement, chaque étude représente un plaidoyer pour la préservation du roumain en tant que langue d’héritage et pour la nécessité de le transmettre aux générations suivantes afin d’éviter qu’il ne disparaisse ou qu’il ne s’égare dans le labyrinthe des langues vivantes. Adrian Chircu (Université «Babeş-Bolyai» de Cluj-Napoca, Roumanie) https: / / orcid.org/ 0000-0001-6288-3337 ★ Italoromania l uiGi P ulci , Lettere , introduzione, note e commento di Paolo Orvieto, Alessandria (Edizioni dell’Orso) 2024, xiii (i.e. vii ) + 154 p. ( Filologia e letteratura italiane. Studi e testi 13). Le cinquantaquattro lettere di Luigi Pulci pervenute fino a noi coprono un arco cronologico che va dal 1465 al 1484 e rappresentano uno degli esempi più straordinari tra i carteggi d’autore della letteratura italiana. A rendere questa testimonianza eccezionale nella storia dell’epistolografia in volgare è, prima ancora che la sua felicità espressiva, la sua profonda autenticità di testimonianza esistenziale. Pulci condivide con i suoi destinatari (e soprattutto con l’amico Lorenzo de’ Medici, cui sono dirette 49 delle 54 missive) momenti di euforia e di sconforto, attraverso uno spettro di tonalità espressive che vanno dalla confessione elegiaca alla comicità dissacrante e macabra, dall’entusiasmo cameratesco e spavaldo alla supplica venata di toni tragici e autocommiserativi. Lungi dall’essere un semplice pendant documentario in servizio della biografia dell’ autore o una semplice fonte informativa sulla sua attività letteraria, le lettere di Pulci sono da considerarsi - come già evidenziato dagli studi di De Robertis, Villoresi e Polcri e altri - una tessera essenziale dell’opus pulciano, sia per l’inventività lessicale in esse dispiegata (e su cui ha richiamato l’attenzione, proprio a proposito di questo volume Davide Puccini, su Lingua nostra , LXXXV, 3-4, p. 93-97), sia per l’accesso privilegiato che offrono alla manifestazione sorgiva della fantasia e degli umori dell’autore del Morgante , in una prima rielaborazione dell’esperienza che ci regala pagine indimenticabili e famose (dalla descrizione del crollo di una chiesa a Foligno al ritratto di Zoe Paleologa). L’importanza dell’epistolario nel restituire un Pulci diverso e più sfaccettato rispetto a quello vulgato precedentemente (basato essenzialmente sul Morgante e sui sonetti) fu subito eviden- 238 DOI 10.24053/ VOX-2025-015 Vox Romanica 84 (2025): 237-243 Besprechungen - Comptes rendus te alla critica già all’indomani del suo riapparire con l’edizione a cura di Salvatore Bongi pubblicata nel 1868 (poi in edizione accresciuta nel 1886), storicamente importante e preziosa anche per l’appendice di documenti relativi alla vita del poeta. Le lettere dovevano risorgere però a pieno titolo e in una veste davvero rinnovata solo grazie all’edizione a cura di Domenico De Robertis (Firenze 1962 e 1984), la prima condotta direttamente sugli originali autografi, provenienti - con qualche eccezione - dall’Archivio di Stato di Firenze (su cui cf. la puntuale ricognizione di Alessio Decaria, Luigi Pulci in Autografi dei letterati italiani. Il Quattrocent o, vol. I, Roma 2013, p. 365-80). Il testo fissato da De Robertis, successivamente riproposto in un’ampia selezione delle lettere pubblicata da Aulo Greco (Torino 1997) comprendente alcuni ritrovamenti avvenuti dopo il 1984 e uno stringato commento a piè di pagina, è stato giustamente considerato - e può considerarsi ancora - il testo più affidabile dell’epistolario pulciano. Pur in una situazione testuale complessivamente stabile e sicura (per il restauro di un verso omesso nella canzone Da poi che ’l Lauro e trasmesso a tutte le edizioni, vedi però il contributo di Raphaëlle Meugé-Monville La canzone Da poi che ’l Lauro di Luigi Pulci e la sua lettera di accompagnamento a Lorenzo de’ Medici , «Interpres», XLII, 2024, p. 76-98, a p. 79), la lettura delle lettere pulciane trova un ostacolo oggettivo nell’identificazione dei numerosi fatti e delle figure ivi menzionate, su cui l’ed. De Robertis forniva soltanto qualche occasionale chiosa. Specialmente nella conversazione con Lorenzo, il ricorso frequente a citazioni (spesso decurtate e nascoste), ad allusioni coperte, a un «lessico familiare» comune (di cui la lettera in gergo furbesco è l’esempio più eclatante), se conferma una volta di più la complicità tra i due amici, costituisce indubbiamente una sfida alla comprensione per il lettore di oggi. S’imponeva dunque da tempo la necessità di un commento più esteso e aggiornato. A questa mancanza ha inteso sopperire, a quarant’anni dall’ultima ristampa dell’edizione De Robertis, questa nuova edizione a cura di Paolo Orvieto, autore di numerosi e importanti studi su Luigi Pulci e sulla letteratura dell’età laurenziana. L’edizione ha il pregio di riunire per la prima volta tutte le lettere scritte da Pulci (viene però omesso il poscritto pulciano a una lettera di Nannina de’ Medici del 18 aprile 1473 alla madre Lucrezia che testimonia della familiarità anche epistolare con il clan mediceo e in particolare con le figure femminili, oltre che di una certa percezione problematica della religiosità pulciana nell’ entourage laurenziano). Alle lettere viene assegnata una nuova numerazione, risultato dell’integrazione delle missive riscoperte successivamente al 1984 e della reintegrazione di alcune tessere considerate come extravaganti (la citata lettera XIV in gergo furbesco, da De R. posta a conclusione della raccolta, viene ricollocata nella sequenza all’altezza del 1469). Il fitto commento di Orvieto presenta un nuovo sussidio indiscutibilmente utile alla lettura del carteggio pulciano, proponendo anzitutto una sistematica identificazione dei numerosi personaggi citati e provvedendo al necessario rischiaramento dei fatti (soprattutto storico-politici) allusi nelle lettere, oggetto di ampie note di approfondimento storico che mettono a frutto, oltre una ristretta selezione degli studi pulciani e laurenziani recenti, le voci del Dizionario biografico degli italiani e i precedenti lavori dello studioso. Se il lavoro di commento presenta una sicura utilità nell’aiutare chi si accosta oggi alle lettere di Pulci, maggiori e più importanti perplessità suscita la veste testuale proposta. Il ri- 239 DOI 10.24053/ VOX-2025-015 Vox Romanica 84 (2025): 237-243 Besprechungen - Comptes rendus chiamo allo scrupoloso lavoro effettuato da De Robertis, ricordato in apertura dell’introduzione («qui riproduciamo sostanzialmente l’edizione De R., con alcune varianti testuali e talvolta differente interpunzione, che modifica il significato, ambedue segnalate in nota», p. vii ) non sembra infatti essere stato compiutamente attuato nelle pagine che seguono, in cui il testo risulta invece modificato sostanzialmente, senza che però di tali interventi sia data - se non in qualche rarissimo caso - la motivazione nelle note a piè di pagina o altrove (manca infatti la nota al testo). Non è infatti solo l’interpunzione a essere modificata (aspetto non secondario nel caso delle lettere pulciane, improntate alla trascrizione di un discorso mentale che, salvo qualche raro caso nei momenti più gravi e solenni, sembra seguire più il ritmo desultorio di un monologo interiore che una struttura logico-argomentativa stabilita a priori), bensì anche la lettera del testo, a diversi livelli. Sul piano fonomorfologico l’autografia quasi completa del corpus pulciano dovrebbe indurre infatti (come già aveva fatto De Robertis) al rispetto scrupoloso degli originali, mentre nel nostro caso le forme (pur oscillanti) dell’ usus pulciano vengono tacitamente, se pur non sistematicamente, normalizzate o alterate. Si veda (precede la lezione di Orvieto, poi quella De R., seguita dal numero di lettera e di pagina della presente edizione): riconosciate ( ricognosciate , I, p. 7), scriverò ( scriverrò, III, p. 16 e XXVIII, p. 87) Apollonio ( Appollonio, XI, p. 36), Niccolò ( Nicolò , XLIX, p. 138 e 140), accademia ( academia, XXIV, p. 99), ostare ( obstare, V1), amicizia ( amicitia , XLIX p. 130), vego ( veggo V 1 , p. 19), servidore ( servitore , XXII, p. 70 nella sottoscrizione), destino ( distino , IV, p. 17), securtà ( sicurtà, II, p. 10), determinai ( diterminai , XVIII p. 53), rimedio ( remedio , XXXVII p. 108), migliorassi ( megliorassi , XLVI, p. 124), zimbello ( zinbello , XIX, p. 58); cambiamenti che talvolta coinvolgono anche le forme del verbo, implicitamente mutando anche il registro stilistico generale della lettera, come in non vada ( non vadi , IV, p. 17 e XXXVII, p. 110), hebbeno ( hebbero , IV, p. 18) t’accusano ( t’accusono , XXXVIII, p. 111), mentre l’articolo uno degli autografi è ridotto occasionalmente alla forma apocopata ( un povero fallito , XX, p. 62, un mio libro, XLIX, p. 129 e similmente buon inchiostro : buono i. , XXXVII, p. 107). In un caso, peraltro, l’intervento normalizzatore sembra sottrarre allo scrivente qualcosa più di un segno grafico, ma anche un po’ della sua verve di parodista dei volgari italiani (si pensi ai sonetti sul milanese e sul napoletano). In una lettera a Lorenzo del 31 marzo 1468 Pulci scrive «Qui [scil. a Pisa] dove io passo sono molto additato: quello è grande amico di Lorenzo ». Nelle edizioni Bongi e De Robertis (come del resto nell’autografo: MAP XXII 167) il nome è però chiaramente scritto «Loren s o», che sembra essere forma usata intenzionalmente dal fiorentino Pulci per restituire uno dei tratti principali del pisano (lo scambio tra sibilante sorda e affricata sorda), in un contesto di mimesi linguistica sollecitata dal discorso diretto inscenato nella lettera (e forse da stampare tra virgolette «quello è grande amico di Lorenso»). Più numerosi risultano invece quei casi in cui, forse incidentalmente e a causa di una imperfetta acquisizione informatica del testo, la lezione subisce insidiose banalizzazioni: se costì potrò tornare ( ritornare , II, p. 9); io verrò costì in su le fonte a battezzarmi ( sbattezzarmi , III, p. 14); i sindachi possono sicurtare (ma sicurare , verbo ben attestato nel GDLI col significato di ‘pacificare, mettere a posto l’affare’, è la lezione corretta già nelle ed. Bongi e De Robertis: IV, p. 17), et così gliene ’ncrebbe d’ogni loro male ( ’ncrescerebbe , VIII, p. 31), accadendo, io ti priego lo facci, come tu sai fare sempre ( come tu suoi ‘suoli’ fare sempre : XII, p. 40), fo conto alla tornata recarti i nomi, et che si pigli modo sbucarli, 240 DOI 10.24053/ VOX-2025-015 Vox Romanica 84 (2025): 237-243 Besprechungen - Comptes rendus se dovessino fare come alle pecchie ( se dovessimo, XXXIV, p. 100: Pulci parla inequivocabilmente alla prima persona del plurale, rallegrandosi della complicità di Lorenzo nell’operazione elettorale a lui favorevole), era nato uno tuo servitore nuovo ( nuovamente , XLVII, p. 125), poi ch’io parti’ sono stato il più bel tempo nel letto ( il più del tempo , XVIII, p. 55), e che s’abbi a trattare cose grandi… però non si sono potute trattare per mandarti (XXII, p. 65, ma la lezione corretta, già di Bongi e De R., è mandati nel senso di ‘provvedimenti, ordini amministrativi’), di’ a madonna Clarice ch’io mi comincerò a Monte Ritonno, et manderolla con mano a Roma (XVIII, p. 54, ma la lezione corretta è monderolla con mano nel significato di «parlerò di lei in maniera particolare e con cura», già commentata da Greco e conforme all’accezione registrata nel GDLI s.v. mondare 14 vol. X, p. 778 con esempi di Niccolò Martelli, pur posteriore a questo di Pulci). Accanto a quelli appena ricordati numerosi sono anche i casi di inversioni di parole, aggiunte e omissioni: non mi torre ( non mi [ ti ] torre , II, p. 13), a tanto tuo fedele amico ( amico fedele , VI, p. 28), a uno fedele servidore ( a uno [tuo] fedele servitore , XXI, p. 66), difenderò bene e miei fratelli delle cose ragionevole ( bene [me] e i miei fratelli , III, p. 15), l’una cosa poi aiuta l’altra ( l’una poi aiuta l’altra , III, p. 15), et tu ne se’ cagione ( ne se’ [stato] cagione , XXI, p. 65), XL 115 se non t’è incomodo ( se non t’è [molto] incomodo , XL, p. 115), XLIII 119 e ordinerò che, ripiegato come un ciambellotto, me ne vadi là a scherzare co’ topi (ma la lezione corretta è ne vadi : ci si riferisce infatti a un «Domenico di Romeo molto brutto e sconcio» che Pulci vorrebbe togliere di mezzo nell’affare di un beneficio ecclesiastico da attribuire al fratello dell’amico Angelo Poliziano). Da notare, inoltre, che anche alcuni fatti più minuti della struttura della lettera (come l’intestazione e la firma) subiscono essi pure cambiamenti non trascurabili, dall’omissione di un post scriptum e la data della lettera XXI di questa edizione («La Lucrezina bacia per mio amore a ogni modo» alla fine della lettera del 18 marzo 1471, n. XXI, p. 66, qui indicata erroneamente con data del 13 marzo), alla firma della lettera VII «Luigi Pulci al Palagio» (invece di «Luigi tuo al Palagio»), alla doppia sottoscrizione della XLIII «Luigi Pulci alla Cavallina/ Tuus Aloysius Pulcher», in cui la seconda è da riferire alla lettera precedente XLII (in cui invece manca). Altre varianti si trovano nel paratesto della lettera e coinvolgono la formulazione linguistica del rapporto notoriamente strettissimo, ma dalla reciprocità sempre più problematica e intermittente, tra Luigi e Lorenzo. Si vedano, a questo proposito, le formule di indirizzo al giovane Medici di tre lettere del periodo 1471-1474: Magnifice vir et amantissime che qui diventa però amatissime (XXII, p. 67), così mutato anche nel corpo della lettera XXV ( o mio Lauro amatissimo in luogo di amantissimo , p. 77) e della formula d’indirizzo della XXXIX ( Salve amatissime in luogo di amantissime , p. 112): tutti casi in cui pure è evidente dalla lettura degli autografi (MAP rispettivamente XXV 35 r ; CXXXVII, 317 r , XXX 184 r che Pulci scrive sempre amantissime e amantissimo (peraltro a tutte lettere, senza l’uso di titulus), come si leggeva nelle edizioni di De Robertis e Bongi. Si tratta, come detto, di trascorsi forse meccanici, ma che pure intaccano non lievemente il significato del testo e in più di un caso ne impoveriscono il colore espressivo. Nei non molti casi in cui Orvieto segnala espressamente in nota l’adozione di una diversa lezione, inoltre, non sempre le scelte dei precedenti editori vengono correttamente assegnate: così nella lett. I la trascrizione erronea ser Gieri per il nome comune sergieri (‘inchini, salamelecchi’ nella frase le scappucciate, gl’inchini, le ’nvenie, i sergieri , p. 7) è attribuita a De Robertis, ma in realtà è del Bongi; 241 DOI 10.24053/ VOX-2025-015 Vox Romanica 84 (2025): 237-243 Besprechungen - Comptes rendus similmente, nella lett. XI, una formula latina di saluto in un discorso riportato ( alla partenza con gran fatica gli dixe: ‘a Deum sitis’ , p. 38), era stata trascritta erroneamente ad eum sitis non da De Robertis (che già rispettava la lezione corretta, solo integrando, come sembra giusto, la d della preposizione: Ad Deum sitis ), ma nuovamente dal Bongi. In un caso, invece, il tacito ripristino della lezione di Bongi operato da Orvieto ci sembra meritevole di maggiore discussione. Nella lunga lettera XXV (senza data, ma del marzo 1472) Pulci scrive a Lorenzo dicendogli di non essere adirato per il fatto di non aver ricevuto la nomina a una delle cariche della Repubblica che avrebbero potuto sottrarlo alla difficile situazione finanziaria seguita al fallimento del fratello Luca e al conseguente dissesto familiare. Di fatto, però, dopo aver enumerato i motivi di gratitudine nei confronti dei Medici per i favori ricevuti, Luigi avanza altre richieste e chiude con una frase dalla formulazione un po’ contorta: «Certo io non sono sì dimentico ch’io non cognosca per tutte queste cose tu haresti fatto all’usato, se tu havessi creduto aiutarmi a questo ultimo [il mancato incarico]; non sono, vo’ dire in mio linguaggio, sì buona persona, che io l’abbi per tristo segno tu mi lasciassi alla porta di casa così soletto con buon tempo » (p. 77). Bongi stampava la lezione adottata anche da Orvieto, interpretando dunque implicitamente la frase come «non mi sento così innocente da avermela a male se mi escludi in questo caso dal tuo favore, anche quando ci sarebbe una buona opportunità per me»; mentre De Robertis interpreta il sintagma finale come il nome del prediletto cane di Lorenzo, Buontempo (ricordato anche nell’ Uccellagione di starne e dallo stesso Pulci, che lo include nei saluti inviati ai membri della famiglia di Lorenzo nella lettera XIV) e dunque «non sono così innocente da prenderlo come un cattivo augurio per il futuro se mi lasci fuori della porta in compagnia solo del tuo cane (e come lui)». La scelta, che ci dà un’idea delle concrete difficoltà in cui si trova l’editore delle lettere pulciane, avrebbe meritato almeno un cenno o una discussione. Così come avrebbero meritato almeno una minima segnalazione quegli interventi sulla punteggiatura che possono incidere (come giustamente riconosce lo stesso Orvieto nell’introduzione) sul significato o almeno sull’articolazione della sintassi. Nella lettera XXXIII dell’agosto del 1473, per esempio, Pulci insiste presso Lorenzo per far avere a un «ser Mariotto prete» (probabilmente il fratello di Poliziano, secondo la convincente identificazione dello stesso Orvieto) i benefici della chiesa di Cintoia, proprietà degli Ubaldini («i padroni», amici di Lorenzo), cercando allo stesso tempo di screditare agli occhi del Medici alcuni concorrenti che cercano di ottenere lo stesso favore. Pulci scrive (lezione di De Robertis) «Però ci basta solo tu tenga fermo di pregare, venendo a te i padroni, dando loro cosa buona voglino da te acceptarla per la fede del compare e le muse e le virtù del bistolfo nostro», che sembra da interpretare (manca il commento) «Per questo è sufficiente che, quando verranno da te i padroni della Chiesa, tu li preghi fermamente che vogliano accettare da te questa proposta che è buona anche per loro, cioè la nomina del nostro amico, di cui sono garanzia la lealtà e il talento poetico del compare [Poliziano] e le qualità del fratello prete [ bistolfo , in gergo furbesco]». Orvieto però muta tacitamente la punteggiatura della prima frase del passo in questione («Però ci basta solo tu tenga fermo di pregare, venendo a te, i padroni, dando loro cosa buona voglino da te acceptarla») in cui la spezzatura dell’inciso modellato sull’ablativo assoluto («venendo a te i padroni», costrutto latineggiante che Pulci usa peraltro anche altrove e in modo piuttosto audace, come nella lettera I: «…per ritrovare 242 DOI 10.24053/ VOX-2025-015 Vox Romanica 84 (2025): 237-243 Besprechungen - Comptes rendus l’origine vero, andando personalmente , è perduta e cassa» e si veda anche la lettera XLIV piena di costrutti simili) rende più opaca, a mio avviso, l’articolazione della sintassi latineggiante; laddove Bongi (con soluzione ancora diversa da quella di De Robertis, e a forse più immediatamente intellegibile) articolava la frase così: «Però ci basta solo tu tenga fermo di pregare, venendo a te i padroni, dando loro cosa buona, voglino da te acceptarla…» in cui pregare regge più perspicuamente voglino da te accettarla . La principale novità di questa edizione è però senz’altro il commento, che indubbiamente costituisce un contributo apprezzabile a una più agevole intelligenza delle tante allusioni a personaggi maggiori e minori della scena politica e cittadina quattrocentesca. Anche qui, tuttavia, qua e là ci sembra che siano possibili interpretazioni diverse di singole frasi o parole. Nella lettera XLVII, per esempio, nella frase «Parevami non di manco pure debito scriverti che era nato uno tuo servitore nuovamente al quale Idio metta in animo amarti come me» il «servitore nato da poco» non è Angelo Poliziano (p. 125), ma il figlio di Pulci appena nato, Roberto (come già indicato da De Robertis). Alla fine della lettera XXIV (siamo nel 1472), accingendosi a raccontare, con beffarda vis comica , un incidente occorso a Camerino (il crollo di un’impalcatura su alcune donne, rimaste gravemente ferite durante una veglia funebre) Pulci scrive a Lorenzo: «Tu mi racomanderai a ogni modo al mio Giuliano; et dira’gli ch’io ho pasciuto hoggi ser Locchio altrimenti che quando quello Bigazzino arse colà di quello Iacalino o Abramino. Erano hoggi in questa terra circa 200 donne» ecc. Orvieto commenta i nomi evocati, identificandoli, se pur in via ipotetica, con i cani di Giuliano de’ Medici (p. 75), ma già Aulo Greco (p. 1262 dell’ed. citata) spiegava persuasivamente «ser Locchio» come «espressione scherzosa per indicare il senso della vista» (e dunque pascere ser Locchio nel senso di ‘nutrire la vista di uno spettacolo interessante’). Così come ad esempio, si può aggiungere, in una lettera di Poliziano a Lucrezia Tornabuoni del 1478 si legge (con analoga personificazione ironica) «ser Humido» per indicare le lacrime (cf. lettera «et spesso quando questi miei scolari [i figli di Lorenzo e Clarice] perdono, fanno un cenno a Ser Humido» in Angelo Poliziano, Lettere volgari , edizione critica e commento a cura di Elisa Curti, Roma 2016, lettera 22, p. 45 e nota). A questo proposito, nella stessa frase, la parola bigazzino , che De Robertis (e con lui Greco, che però la interpretava come ipotetico diminutivo di bigatto ‘male intenzionato, furbo’) stampavano più convincentemente con la minuscola, ci sembra appunto da interpretare come nome comune nel significato tecnico (attestato in documenti dell’epoca e nel TLIO) di ‘barra di legno orizzontale, usata nella costruzione delle navi o di impalcature’. Visto l’incidente cui ha assistito a e che sta per raccontare (il crollo delle assi di legno sulle malcapitate pie donne), il richiamo di Pulci potrebbe alludere a un analogo incidente occorso a Firenze ( colà ) e ben noto almeno a Giuliano. A conferma di questa ipotesi, si può ricordare che proprio tra la fine del 1471 e il 1472 (la lettera di Pulci è del 6 gennaio 1472), a Firenze avvennero alcuni tumulti contro i banchi degli ebrei prestatori che sfociarono in atti di vandalismo e di aggressione e che ci sono noti da una preghiera recitata nella sinagoga fiorentina da uno di loro, Shemaria, figlio di Abraham Jechiel: nome che non sembra troppo lontano, se si ammette magari una storpiatura sprezzante, dallo «Iacalino o Abramino» menzionato da Pulci (ricavo queste informazioni da Umberto Cassuto, Gli ebrei a Firenze nell’età del Rinascimento , Firenze 1918, p. 50-51). E al rapporto con la presenza degli ebrei a Firenze potrebbe ricondur- 243 DOI 10.24053/ VOX-2025-015 Vox Romanica 84 (2025): 237-243 Besprechungen - Comptes rendus si anche un’altra ipotesi di lettura relativa a una crux interpretativa in un passo della lettera XLVII (20 settembre 1476). Pulci si lamenta di non sapere dove scrivere a Lorenzo, a causa dei numerosi spostamenti dell’amico: «Io non ho saputo da un tempo in qua dove scriverti che la lettera ti truovi, perché non t’è mancato se non Lo , ché tu non hai avuto terra ferma» (p. 125). L’autografo (MAP XXXIII, 779 r ) riporta la misteriosa parola in corsivo tra due sbarre oblique «/ Lo/ ». De Robertis diceva di aver l’impressione «che le due sbarrette verticali […] conferiscano un significato particolare che a noi sfugge; un significato che non è certo quello ordinario della abbreviazione lo nel quattrocento ( loco ), che del resto non darebbe un senso accettabile. Si potrebbe forse pensare a luglio , che però il Pulci scrive sempre per esteso» (ed. De Robertis, p. 1074). Orvieto ammette che «è difficile capire il significato» e propone, sulla base dell’intestazione di un’altra lettera (X) in cui il nome di Lorenzo è abbreviato Lo , di interpretare l’abbreviazione misteriosa col fatto che Pulci, «non sapendo dove indirizzare la lettera, minaccia di tornare al generico Lo , assai sintetico e senza precisare come allora la sconosciuta destinazione» (p. 125). A mio avviso, invece, il misterioso Lo potrebbe essere letto come «l’ O», cioè il segno giallo che distingueva gli ebrei e che era stato imposto alla comunità fiorentina (pur con una certa tolleranza per i membri più influenti di quella) con le provvisioni del 27 agosto 1463 (si veda il citato Umberto Cassuto, Gli ebrei a Firenze , p. 47 e le Provvisioni relative in Archivio di Stato di Firenze, reg. 154, c. 150 v in cui si impone agli ebrei di «…portare nella città dei Firenze il segno del · O · cioè uno · O · grande giallo nel pecto dal lato sinistro sopra i lloro vestimenti»). Questa lettura mi sembra calzare maggiormente col senso generale del passo: Pulci infatti dice di Lorenzo che «non ha avuto terra ferma», frase che potrebbe benissimo alludere alla condizione degli ebrei, cui Pulci fa riferimento peraltro in modo analogo (riferendola lì a sé stesso) nell’esordio della lettera del 4 dicembre 1470: «Io non t’ò scripto prima, però che gli è da credere che un sì gran merciante non sia sanza faccenda; poi io sono nella Marca come i giudei, ch’io non ci ò terra ferma …» (p. 53). Pulci direbbe insomma all’amico: «non ti mancava altro che l’O degli ebrei, visto che ti sposti in continuazione come loro». Le osservazioni qui avanzate danno la misura delle difficoltà e delle incertezze di interpretazione in cui s’imbatte chi si accinga a commentare un testo così affascinante e potente, ma anche in più punti così oscuro ed ellittico, come le lettere dell’autore del Morgante . Se il commento di Orvieto costituisce indiscutibilmente un nuovo sussidio a una più agevole comprensione del contesto e dei personaggi ricordati nelle lettere, mi sembra che un più scrupoloso controllo del testo già fissato da De Robertis, riscontrato nei casi dubbi sugli autografi (in gran parte facilmente accessibili grazie alla digitalizzazione dell’Archivio Mediceo avanti il Principato) o almeno una nota al testo che desse ragione degli scostamenti da quello, avrebbe permesso di dare maggiore autorevolezza a questo lavoro, associando un testo e un commento pienamente affidabili: impresa che resta, a questo punto, ancora da realizzare e altamente auspicabile. Gabriele Bucchi (Universität Basel) http: / / orcid.org/ 0000-0003-2777-7648 ★
