eJournals Vox Romanica84/1

Vox Romanica
vox
0042-899X
2941-0916
Francke Verlag Tübingen
10.24053/VOX-2025-017
vox841/vox841.pdf0216
2026
841 Kristol De Stefani

Enrico Castro/Lorenzo Tomasin (ed.), Dialettologia ed etimologia: studi, metodi e cantieri, Pisa (Edizioni ETS) 2023, 324 p.

0216
2026
Enea Pezzinihttps://orcid.org/0009-0004-5618-1741
vox8410251
251 DOI 10.24053/ VOX-2025-017 Vox Romanica 84 (2025): 251-255 Besprechungen - Comptes rendus sion Song Contest. Zunächst wird die Präsenz italienischer oder zum Teil italienischer Lieder vom Beginn im Jahr 1956 bis 2023 dokumentiert (s. die Übersichtstabelle p. 223). Es zeigt sich, dass das Italienische nicht die dominierende Rolle spielt, die man erwarten könnte. Nicht wenige italienische cantautori singen auf Englisch oder verwenden eine Mischung von englischen und italienischen Versen. Kenner und Liebhaber dieser Veranstaltung werden auf eine Fülle von Namen und Fakten stoßen, die hier nicht aufgeführt werden können. Eine Reihe von italienischsprachigen Beiträgen finden großen Zuspruch, weil sie in der Tradition des Petrarkismus und der italienischen Oper stehen: «Il concetto d’amore petrarchesco e la tradizione dell’opera lirica compaiono già quasi in ogni canzone presentata all‘ Euro Festival» (p. 226). Ein eigener Abschnitt ist Peppino di Capri gewidmet, der beim Eurofestival in Rom im Jahr 1991 ein Lied auf Neapolitanisch vorgetragen hat, das in toto abgedruckt wird (p. 228). Lieder im Dialekt kommen hin und wieder aus Österreich, ansonsten treten sie recht selten beim Eurofestival in Erscheinung. So viel zum Inhalt des hier besprochenen Bandes. Kurze biographische Notizen zu allen Beiträgerinnen und Beiträgern sowie ein umfangreiches Namenregister stehen am Ende. Sollte es zu einer Neuauflage kommen, wäre an ein Sachregister für diejenigen zu denken, die Bücher dieser Art nicht zu lesen, sondern zu konsultieren pflegen. Der gesamte Band ist überaus sorgfältig gestaltet. Druckfehler «glänzen durch Abwesenheit». Jörn Albrecht (Universität Heidelberg) ★ e nrico c Astro / l orenzo t omAsin (ed.), Dialettologia ed etimologia: studi, metodi e cantieri , Pisa (Edizioni ETS) 2023, 324 p. Il volume qui recensito, Dialettologia ed etimologia. Studi, metodi e cantieri , nasce a margine del Vocabolario storico-etimologico del veneziano (VEV) , diretto da Lorenzo Tomasin e Luca D’Onghia, in cui felicemente dialogano «competenze e metodi dal campo della dialettologia e da quello dell’etimologia» (p. 1). Dialettologia ed etimologia non rende però conto solo dell’attività del VEV o del «vasto campo delle ricerche filologiche e linguistiche che nutre direttamente o indirettamente gli studi lessicali ed etimologici del Vocabolario » (p. 2), ma si apre ad altri progetti in corso, «affratellati […] dalla comune impostazione lessicografica, storica ed etimologica» (p. 1): in primo luogo il Dizionario Storico ed Etimologico del Napoletano (DESN) e la Grammatica del Veneto delle Origini (GraVO) . Dopo una breve Premessa (p. 1-2) di Tomasin, in «Etimologie Venete». Omaggio a Giovan Battista Pellegrini nel centenario della nascita (1921-2007) (p. 3-18), Maria Teresa Vigolo illustra prima come Giovan Battista Pellegrini sia riuscito a mettere in dialogo la ricerca dialettologica con quella etimologica, permettendo, tra le altre cose, una più precisa localizzazione areale dei testi. Presenta poi la posizione dello studioso agordino rispetto alle Etimologie Venete di Angelico Prati, pubblicate postume proprio da Pellegrini assieme a Gianfranco Fole- 252 DOI 10.24053/ VOX-2025-017 Vox Romanica 84 (2025): 251-255 Besprechungen - Comptes rendus na 1 . Accanto all’indubbia ammirazione per il lavoro di Prati, «uomo modesto e lavoratore schivo, dalla vita travagliata e difficile» 2 , Pellegrini osserva però come lo studioso «abbia fatto ricorso con troppa facilità alla origine elementare di tante parole e all’onomatopea, diventate troppo frequentemente strategie risolutrici dell’oscurità etimologica» (p. 5). Il problema è di quelli noti, ma rimane di difficile risoluzione: non solo «una parte delle parole definite come onomatopeiche o di origine fanciullesca dal Prati […] non ha trovato facilmente un’altra collocazione, nonostante siano state ulteriormente approfondite le ricerche» (p. 6), ma anche all’interno del fondamentale Lessico Etimologico Italiano (LEI) le basi onomatopeiche - certamente valide per alcuni settori del lessico -, continuano a ricoprire un ruolo primario nella tipizzazione di interi complessi lessicali (sotto basi concentrate in pochi elementi fonetici si hanno lunghe rassegne di voci apparentemente disparate). Il caveat di Pellegrini pare sia però stato accolto dalla redazione del VEV : sebbene si accettino varie proposte etimologiche che rinviano a formazioni onomatopeiche o fonosimboliche (si vedano babàn , chichibìo , marmèo , etc . ), nel vocabolario si trovano anche nuove e convincenti proposte (è il caso di baìcolo , baùta , maràntega , etc . ). In S. Foca, S. Advocato, S. Avogà, S. Ocat (p. 19-44), Franco Finco analizza l’agiotoponimo San Foca (nel friulano locale San Fóca , talvolta anche Santa Fóca ), una frazione del comune di San Quirino, 10 km a nord di Pordenone, che dipende dall’intitolazione della chiesa locale a San Foca. In passato le diverse forme del toponimo ( S. Foca , S. Focato , S. Advocato / Avvocato , S. Vocà , etc . ) hanno fatto credere che si trattasse di santi diversi ( S. Foca e S. Avvocato ), ma ora lo studioso le spiega attraverso l’analisi dell’antroponimo da un punto di vista della morfologia storica e dal confronto con altri toponimi, e dimostra che sono tutte riconducibili a San Foca. In «Fir» ed «eser»: un caso di variazione nella morfo-sintassi dei volgari veneti medievali (p. 45-68), Davide Bertocci analizza l’alternanza che, nei volgari veneti medievali, si ha nelle costruzioni passive tra le due forme di ausiliari, fir ed eser . Nel valutare la distribuzione di fir rispetto a eser , lo studioso considera varie caratteristiche morfologiche, proprietà tempo-aspettuali, e caratteristiche macro-sintattiche e testuali. Bertocci giunge alla conclusione che «tra Verona da una parte, e Padova e Venezia dall’altra, esiste variazione nell’uso di fir , che è interessato da un indebolimento nel corso del Trecento, rispetto al quale però Verona appare più conservativa» (p. 61). In Alcune note sulla distribuzione dei quantificatori indefiniti in veneto antico (p. 69-81), Jacopo Garzonio si concentra, adottando un approccio qualitativo, sui pronomi e determinanti indefiniti (sia il tipo nessuno , vale a dire quello formato a partire dall’univerbazione della negazione nec e del numerale unu ( m ), sia il tipo alcuno , basato su AliQuem unum ) nelle varietà del veneto antico. Oltre che la nota competizione tra il tipo nessuno e alcuno (o forme affini), lo studioso ritrova nel veneto antico un’«opposizione tra protasi e strutture comparative, che mostrano una specializzazione opposta dei due quantificatori» (p. 79), con il tipo nessuno 1 Cf. P rAti , A. 1968: Etimologie venete , a cura di G. f olenA e G. P elleGrini , Venezia/ Roma, Istituto per la collaborazione culturale. 2 B olelli , t. 1978 [ 1 1940]: Angelico Prati , in: A. P rAti , Voci di gerganti, vagabondi e malviventi studiate nell’origine e nella storia , Pisa, Giardini: 10. 253 DOI 10.24053/ VOX-2025-017 Vox Romanica 84 (2025): 251-255 Besprechungen - Comptes rendus prevalente nelle strutture comparative (un aspetto notevole, le cui motivazioni restano però poco chiare e meritano, come nota Garzonio, ulteriori approfondimenti). In Raccogliere dati di varietà romanze in via di estinzione: il caso delle lingue ereditarie in America (p. 83-105), Roberta D’Alessandro presenta l’ERC Microcontact. Language variation and change from the Italian heritage perspective . La studiosa informa su una serie di indagini dialettologiche, condotte tra l’autunno 2018 e la primavera 2019 e incentrate sulle varietà italiane in contatto con altre varietà romanze in Argentina, Brasile, Canada e Stati Uniti. Il modulo grammaticale indagato è la sintassi, che com’è noto è più resistente alle sollecitazioni esterne rispetto alla fonologia e al lessico, e lo scopo dell’ ERC è stabilire l’evoluzione della lingua dalla prima generazione, quella degli emigrati nati in Italia, alla seconda e a quelle successive. Dopo una breve introduzione al progetto Microcontact (e alla metodologia adottata), D’Alessandro offre una panoramica sulle comunità italiane nelle Americhe, e fornisce alcuni suggerimenti sulle norme burocratiche da considerare per organizzare e condurre un’inchiesta dialettologica fuori dall’UE, con particolare attenzione ai parlanti incolti, anziani e con difficoltà visivo-uditive. In L’etimologia come finestra sulla variazione sintattica (p. 107-20), Cecilia Poletto propone alcune riflessioni sulla variazione etimologica degli elementi funzionali costituiti da una sola parola (il pronome interrogativo corrispondente a chi e quello corrispondente a dove ; il marcatore di negazione di frase; i due quantificatori corrispondenti a tutto e molto ). Chiedendosi «in che modo l’etimologia può servire a comprendere i meccanismi intrinseci del linguaggio e del mutamento linguistico non indotto da contatto» (p. 107), Poletto prova a stabilire un parallelismo tra la variazione etimologica e il numero di proiezioni sintattiche che può avere un elemento funzionale costituito da una sola parola e giunge alla conclusione che se un elemento funzionale viene espresso mediante diverse radici etimologiche allora bisogna indagare la sua complessità strutturale. In Una fonte allografica di lessico nautico veneziano: il manuale «Περ φὰρ οὔνα νάβε» (Oxford, Bodleian Library, Laud Gr. 23) (p. 121-42), Daniele Baglioni presenta un curioso testo allografico scritto da Nikolaos Skouras nel primo Cinquecento. Se confrontato con la maggior parte dei documenti greci-romanzi noti, il manuale «Περ φὰρ οὔνα νάβε» è rilevante per più aspetti, quali l’ampia estensione (12 cc. r / v ), la tipologia testuale (testo scientifico), la provenienza non italiana e soprattutto il volgare veneziano della traduzione. Dopo una presentazione generale del testo (riflessioni sull’autore, sulla datazione, sulla localizzazione, etc.), Baglioni indaga il sistema di trasposizione del veneziano in scrittura greca, fornisce una breve analisi linguistica (con una convincente proposta di datazione), incentrata soprattutto sul lessico. Le ragioni dell’allografia (in particolare i destinatari di questo documento con una funzione eminentemente pratica) restano per il momento poco chiare, ma forse l’edizione integrale del testo, cui attende lo studioso, chiarirà anche questo complesso aspetto. In Tra Venezia e Udine: il capitolo quaternario «Quando più me credeva esser beato» (metà del sec. XV) (p. 143-54), Francesca Panontin si interessa a un breve testo veneto-friulano ( Quando più me credeva esser beato ), conservato tra i registri del notaio udinese Francesco Varus (Archivio di Stato di Udine, sezione Notarile Antica, busta 5188, vol. 14). Ricondotto alla mano del fratello del notaio, Giovanni, il testo è un frammento di un componimento che 254 DOI 10.24053/ VOX-2025-017 Vox Romanica 84 (2025): 251-255 Besprechungen - Comptes rendus il ms. Magliabechiano VII 721 della BNCF - in cui è trascritto - attribuisce al celebre Leonardo Giustinian. In ragione della brevità del frammento udinese (9 v.) le relazioni tra i due testimoni non sono chiare, così come rimane non facilmente dimostrabile l’appartenenza a Giustinian del componimento tràdito dal ms. Magliabechiano: Panontin è costretta a «sospend[ere] quindi il giudizio» (p. 149), giacché le varie spie contenutistiche, stilistiche, linguistiche o metriche, evidenziate dalla studiosa nel commento alla versione del ms. Magliabechiano, risultano spesso insufficienti quando si ha che fare con una produzione poetica sistematicamente imitata. In Tratti variazionali nel veneziano del XVI sec.: da Sanudo a Berengo (p. 155-62), Francesco Crifò descrive la variazione linguistica nella storia del veneziano cinquecentesco, mettendo a confronto la lingua dei Diarii di Marin Sanudo (1496-1533), da lui già magistralmente studiata alcuni anni fa 3 , con quella delle Lettere di Andrea Berengo (1553 e poi 1555-1556). Sebbene l’analisi sia giocoforza limitata ad alcuni tratti caratteristici, Crifò nota che il «monumento sanudiano non può essere assunto in toto come rappresentativo del veneziano dell’epoca» (p. 160), giacché certe tendenze evolutive di Sanudo sono contraddette dalla testimonianza seriore di Berengo. La lettura delle differenze tra i due testi su base variazionale-testuale (e non in chiave sociolinguistica) è senz’altro persuasiva e suggerisce, implicitamente, la necessità di ulteriori indagini sul veneziano del Cinquecento, prestando particolare attenzione all’uso linguistico in rapporto alle diverse tradizioni discorsive cui i vari testi afferiscono. In Primi appunti su Nicoletto da Pesaro, mercante veneziano, e sulle sue carte (p. 163-202), Nicola Carotenuto (cui si deve la prima parte del saggio) e Luca D’Onghia illustrano la figura di Nicola da Pesaro, adottando una duplice prospettiva: vale a dire quella storica (Carotenuto) e quella filologico-linguistica (D’Onghia). Valorizzando il piccolo carteggio volgare (14 lettere di natura sia commerciale sia privata, scritte fra gli anni Cinquanta del Trecento e il 1394) conservato nel fondo della Procuratia di San Marco (AsVe, Procuratori di San Marco, Commissarie, Miste, b. 150, fascicolo Nicolò da Pesaro), Carotenuto presenta Nicoletto nel contesto della storia sociale e commerciale di Venezia; mentre D’Onghia fornisce l’edizione di quattro missive, corredandola di un puntuale commento linguistico. In Divulgazione, etimologie e documentazione storica nel DESN: a proposito di «guaglione», con le voci «chinco» e «ammattare» (p. 209-29), Nicola de Blasi e Francesco Montuori forniscono un goloso assaggio di quello che sarà il Dizionario Storico ed Etimologico del Napoletano (DESN) . Spiegate le ragioni per cui nel DESN si riserva ampio spazio alla trattazione etimologica, i due studiosi illustrano il caso di guaglione ‘ragazzo’, accogliendo l’etimologia proposta da Franco Fanciullo 4 , e discutendo le precedenti ipotesi etimologiche e le ragioni fonetiche e/ o semantiche per cui queste sono da scartare. De Blasi e Montuori si soffermano poi sulla voce chinco (1. ‘frammento di tegola, coccio’, 2. ‘lastra di terracotta, tegola’), mai 3 Cf. c rifò , f. 2016: I «Diarii» di Marin Sanudo (1496-1533). Sondaggi filologici e linguistici , Berlin/ Boston, De Gruyter. 4 Cf. f rAnciullo , f. 1991: «Italiano meridionale guaglione, probabile francesismo d’epoca angioina», Zeitschrift für romanische Philologie CVII: 398-410, che propone come base il francese (g)wañór ‘aiutante nel lavoro dei campi’. 255 DOI 10.24053/ VOX-2025-017 Vox Romanica 84 (2025): 251-255 Besprechungen - Comptes rendus accolta nella lessicografia napoletana, ma ora riemersa grazie a un ampio corpus interrogabile e a validi interrogatori; infine ragionano sul caso dei vari ammattà (1. ‘uccidere’, 2. ‘richiamare l’attenzione facendo segnalazioni’ e 3. ‘fornire una nave di alberatura’), noti alla lessicografia napoletana, che però non ha saputo valutarli correttamente dal punto di vista etimologico e storico. Gli ultimi tre contributi del volume La lettera «Q» del «Vocabolario storico-etimologico del veneziano (VEV)» (p. 231-55) di Tomasin e Verzi; Voci veneziane dell’amministrazione e della legge. Appendice a «Parole Veneziane 3 / Le istituzioni della Serenissima» (p. 257-96) della sola Verzi; e Alcuni fitonimi dal «Vocabolario storico-etimologico del veneziano (VEV)» (p. 297-312) di Enrico Castro mettono a disposizione dei lettori una nutrita serie di voci del VEV . Aggiornando in parte criteri e principi perseguiti dall’opera, Tomasin e Verzi pubblicano le voci della lettera «Q», offrendo un campione lessicografico tipologicamente diverso rispetto a quello presentato nei libretti della serie Parole veneziane (Lineadacqua, Venezia, dal 2020). Le voci pubblicate invece da Verzi e da Castro appartengono a un medesimo ambito semantico, vale a dire al lessico dell’amministrazione e della legge (nel primo caso) e a quello della fitonimia (nel secondo). Si tratta di ambiti lessicali particolarmente interessanti, il primo stante l’originalità dell’ordinamento giuridico veneziano fin dalle origini (un’originalità anche linguistica che ha permesso uno studio come quello di Tomasin sulla lingua del diritto veneziano) 5 ; il secondo poiché molti fitonimi si ritrovano nell’odonomastica della città di Venezia (oltre che nella formazione di toponimi della Terraferma). Il contributo di Verzi si presenta come un piccolo ma accurato aggiornamento di Parole Veneziane 3. Le istituzioni della Serenissima da lei curato nel 2021; mentre quello di Castro è, secondo le intenzioni dell’autore, un abbozzo di un futuro (e atteso) erbario veneziano , cui vorrebbe lavorare assieme a Verzi. Chiude il volume un Indice dei fenomeni linguistici significativi e del lessico censito o annotato (p. 313-15), senz’altro utilissimo, ma che stante la varietà di «studi, metodi e cantieri» (si cita dal frontespizio) avrebbe forse meritato d’essere un po’ più ampio, così da permettere una consultazione ancora più agevole di questa bella miscellanea. Tra i vari pregi di Dialettologia ed etimologia vi è il tentativo (riuscitissimo) di mettere in dialogo varie imprese lessicografiche (e non solo), che sebbene adottino metodi e impostazioni alle volte diversi, si fondano però sulle comuni competenze della dialettologia e dell’etimologia. Un dialogo di cui ora, da settembre 2024, si è fatto portavoce anche il progetto LexicHub , coordinato da Tomasin e finanziato dal Fondo Nazionale Svizzero (FNS). Dialettologia ed etimologia ha dunque felicemente anticipato i tempi. Enea Pezzini (Université de Lausanne) https: / / orcid.org/ 0009-0004-5618-1741 ★ 5 Cf. t omAsin , l. 2001: Il volgare e la legge. Storia linguistica del diritto veneziano (secoli XIII-XVIII) , Padova, Esedra.