Vox Romanica
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0042-899X
2941-0916
Francke Verlag Tübingen
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1999
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Kristol De StefaniEnsi firent li ancessor. Mélanges de philologie médiévale offerts à Marc-René Jung, publiés par Luciano Rossi avec la collaboration de Christine Jacob-Hugon et Ursula Bähler, 2 vol., Alessandria (Dell’Orso) 1996, xxiv + 849 p.
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P. Gresti
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(431-47). In einem sehr schönen und wohldokumentierten Beitrag geht mein Düsseldorfer Kollege Wolfgang Rettig den Reflexen von Dantes Inferno bei Buzzati nach, insbesondere in den Viaggi agli inferni del secolo und in Poemi a fumetti. Er liest diese drei Texte parallel und diskutiert ausführlich Motive wie: das aufgeschlagene Buch, der Einstieg in die Unterwelt, der Höllenlärm, säkulare Dämonologien (Teufel, Teufelinnen, Signora Belzebuth usw.), die Lokalisierung der Hölle an vielen Orten (Ubiquität), die Millionen von Eingängen, die Säkularisierung der Hölle usw. Zu Recht weist er darauf hin, daß Buzzati trotz allen Echos von Dante im Rahmen der Moderne und v. a. im Gefolge von Kafka gesehen werden müsse. Sicher wäre aber auch an Huis clos von Sartre zu erinnern, v. a. wenn (443 u. passim) darauf hingewiesen wird, daß jeder die Welt und die Hölle mit sich und in sich trägt. Die eigene Festschrift zu besprechen ist eine außerordentlich schwierige und delikate Aufgabe. Will man nicht in kritiklose Dankbarkeit und Aquieszenz verfallen, läuft man immer wieder Gefahr, bei abweichender Sicht den einen oder anderen Beiträger zu verletzen. Ich habe mich trotzdem dazu entschlossen, auf unterschiedliche Auffassungen hinzuweisen, denn dies ist letztlich die einzige Möglichkeit, eine fruchtbare wissenschaftliche Diskussion zu führen. Eine kritische Stellungnahme zur einen oder anderen Problembehandlung bedeutet überdies keineswegs, daß ich den entsprechenden Beitrag geringschätzen würde - ganz im Gegenteil: Schließlich lebt unsere Wissenschaft von der kreativen Auseinandersetzung. Deshalb ist auch hier nochmals der Ort, allen von ganzem Herzen zu danken, die an dieser Festschrift mitgewirkt haben, ganz gleichgültig, ob sie meinen eigenen Sehweisen konforme oder diesen widersprechende Auffassungen vertreten haben. P. W. H Ensi firent li ancessor. Mélanges de philologie médiévale offerts à Marc-René Jung, publiés par Luciano Rossi avec la collaboration de Christine Jacob-Hugon et Ursula Bähler, 2 vol., Alessandria (Dell’Orso) 1996, xxiv + 849 p. I due volumi pubblicati in onore di Marc-René Jung sono suddivisi in quattro sezioni: «section latine médiévale», «section occitane », «section française» (la più ricca) e «section italienne». Precedono un «Avant-propos» firmato da L. Rossi, la «Tabula gratulatoria» (xiii-xiv) e la «Bibliographie de Marc-René Jung» (xv-xxiv), che mostra, senza bisogno di commenti aggiuntivi, l’importanza del lavoro svolto fin qui dallo studioso. L’elevato numero dei contributi (51) e la ricchezza degli argomenti trattati, che vanno ben al di là delle sue competenze, costringono il recensore a un rendiconto settoriale: l’elusione non implica dunque un giudizio di valore, bensì, semmai, un’ammissione d’incapacità da parte di chi scrive. Gerold Hilty, «Encore un fois le prologue de la Chanson de Sainte Foy» (33-45), si sofferma su alcuni particolari che hanno fatto discutere. La «canczon» citata al v. 14, ad es., non sarebbe, secondo lo studioso, e contro il parere di M. Burger, una sorta di autocitazione della Chanson de Sainte Foy, ma « . . . une chanson latine qui forme la base d’une traduction, d’une adaptation en occitan . . . » (35). La lingua, dunque, di questa canzone citata dall’anonimo cantore di Santa Fede sarebbe il latino, non già l’occitanico, come ha sostenuto R. Lafont. Interessante è anche l’espressione del v. 15 «razon espanesca»: ci si chiede, infatti, come mai si parli di argomento spagnolo, quando il martirio di Santa Fede è avvenuto ad Agen. Probabilmente si tratta di un legame simbolico, dato che la Spagna è il luogo ove si combatte, più che altrove, il paganesimo. A questo proposito non è privo di significato il comparire sulla scena, fin dal primo verso, del pino («Legir audi sotz eiss un pin . . . »), che rinvia, senza nemmeno troppo mistero, alla Chanson de Roland: il richiamo alla Spagna, luogo del martirio di Rolando, con ciò è rafforzato. 224 Besprechungen - Comptes rendus Ulrich Mölk, «Zwei Fragmente galloromanischer weltlicher Lyrik des 11. Jahrhunderts» (47-51) ripubblica (dopo B. Bischoff) e commenta i due brevi testi che si trovano sul verso dell’ultimo foglio di un ms. basso-renano di Terenzio, risalente al secolo xi. I due frammenti sono accopagnati da neumi, e dunque si tratta di poesia cantata; la mano che ha trascritto testi e musica è tedesca. Secondo il Mölk « . . . [hat] der deutsche Schreiber sie . . . nicht aus einer älteren Handschrift abgeschrieben, sondern nach dem Gedächtnis notiert» (47). Si tratta di poesia «cortese» come testimoniano sia le scelte lessicali - schevaler, astur, sintil gentile ecc. -, sia il tema, soprattutto per quanto riguarda il primo frammento: il dolore per la separazione dall’amata. Il tema dello sparviero - l’amante vorrebbe essere il nobile uccello per poter volare dall’amata -, diffuso ovunque nei secoli xii e xiii è così testimoniato anche per il secolo xi. Questi frammenti rappresentano anche un’ulteriore testimonianza dello scambio culturale tra Sud e Nord della Francia, come il Sancta Fides e il Boeci. Si occupa dei problemi legati al genere dell’alba Philippe Ménard («Des albas occitanes aux tagelieder allemands, problèmes et énigmes de la chanson d’aube», 53-65). La prima cosa sulla quale occorre fare chiarezza è l’estensione del corpus, poiché non tutti gli studiosi sono d’accordo: Jeanroy conta 16 albe, Bec 18, Woledge 9, D. Rieger 19, Poe 18. Ménard restringe il numero a 7, visto che secondo lui non è lecito includere propriamente nel genere le albe religiose, poiché « . . . le dessein des auteurs des pièces religieuses est de condamner les choses d’ici-bas pour exalter l’éveil à la vie d’en-haut. Nous sommes exactement à l’opposé des valeurs chantées dans l’aube profane . . . » (57). L’alba religiosa non apporta nulla di nuovo al genere, del quale, anzi, è una contraffattura. Questa esiguità numerica non ci consente di dare una risposta sicura alla domanda di fondo, che investe la stessa esistenza dell’alba: « . . . faut-il croire à un genre vraiment constitué? . . . » (64). Nel dubbio si potrebbe rispondere che l’alba « . . . forme une brillante nébuleuse, sans modèles ni structure assurés . . . » (65). Luciano Rossi, con «L’énigme Cercamon» (67-84), procura una nuova edizione di Ab lo pascor m’es bel q’eu chant, trasmessa dal testimone unico a 1 . Si tratta di un omaggio un po’ polemico a Jaufre Rudel, Lanquan li jorn: stesso schema metrico, variazioni sulla rima in -ai, ripresa di numerose occorrenze. L’assunto di base dell’articolo di Rossi è che in realtà Cercamon non sia quel giullare sconosciuto che tutti credono - e che si è tentato di delegittimare, regalando una parte dei suoi testi a Eble di Ventadorn, per dar consistenza al fantôme di quest’ultimo -, bensì un personaggio politico e poetico di tutt’altra caratura: si tratterebbe di un maestro (così viene chiamato nella tenzone con Guilhalmi) «dont la production est caractérisée par une cohérence profonde» (83). Molto probabilmente ci troviamo di fronte a «un noble qui se prétend ménestrel en se donnant un sobriquet neutre comme Cercamon» (73). La nobiltà del poeta è ipotizzabile a partire da alcune spie: la richiesta del jazer, riservata tradizionalmente al trovatore nobile, in Per fin’Amor m’esbaudira, nonché le informazioni dettagliate su fatti riguardanti le più potenti famiglie del ducato d’Aquitania che il poeta dimostra di possedere scrivendo il planh per la morte di Guglielmo x, e che un semplice giullare difficilmente avrebbe potuto maneggiare. Massimo Bonafin, «Un riesame del gap occitanico (con una lettura di Peire d’Alvernha, BDT 323,11)» (85-99), dopo l’analisi della (scarna) bibliografia precedente sul gap, sottopone il componimento di Peire Cantarai d’aquestz trobadors ad una lettura che lo porta a 225 Besprechungen - Comptes rendus 1 Cf. «La poesia di Raimon Vidal. I. Saggio di edizione critica delle autocitazioni nel Judici d’Amor», in: Studi in memoria di Giovanni Allegra, Pisa 1992: 185-94 e «La poesia di Raimon Vidal. II. Belh m’es quan l’erba reverdis (P.-C. 411,2)», in: Studi Provenzali e Galeghi 89-94, L’Aquila 1994: 5-24. Il tutto è stato recentemente riedito, con l’aggiunta del Castia-gilos, in Raimon Vidal, Il «Castia-gilos» e i testi lirici, ed. G. Tavani, Milano/ Trento 1999. ritenere che questo testo offra « . . . più di altri, una congrua rappresentazione del gap nei suoi vari aspetti . . . » (91). Infatti il suo tono generale, nonché la situazione, richiamano alcune importanti caratteristiche di questo genere poetico: il fatto che i protagonisti siano tutti maschi, che l’occasione del canto sia (secondo un’interpretazione ormai accolta da tutti) conviviale, che i personaggi-protagonisti rappresentino un gruppo omogeneo (sono tutti trovatori) che si raccoglie attorno a un «capo» che è primus inter pares (Peire stesso). Domna, puois de mi no·us cal di Bertran de Born (la canzone della domna soiseubuda) rappresenta, dato l’argomento, un catalogo delle più belle dame che vivevano nelle corti frequentate dal trovatore. Secondo Pietro G. Beltrami «Bertran de Born poeta galante: la canzone della dompna soiseubuda» (101-17) la donna che si cela dietro lo pseudonimo Belz Seigner del v. 61 (ultima strofe) non è sovrapponibile al midonz del v. 69: « . . . il discorso rivolto alla dompna perduta e non riconquistata (diversamente da quanto si è sostenuto in tutta la tradizione critica) non è rivolto a Belz Seigner . . . » (108). Costei « . . . è l’ultima delle dame chiamate in causa nel percorso della passeggiata galante messa in scena dal testo . . . », mentre «la dompna perduda e la dompna soiseubuda condividono contro tutte le altre la caratteristica di non avere né nome né soprannome . . . » (109). Giuseppe Tavani prosegue, con il saggio «La poesia di Raimon Vidal III. Entre·l taur e·l doble signe (P.-C. 411,3): questioni attributive e proposte di restauro testuale» (131-49), la rivisitazione della produzione lirica del trovatore catalano, alla quale aveva già dedicato due studi precedenti 1 . Dei due testimoni che conservano la canzone di Raimon, il canzoniere C e il frammento ψ , il secondo sembra trasmettere, generalmente, una lezione superiore, o almeno in più d’un caso più facilmente accettabile rispetto a quella di C: l’editore lo dimostra, mi pare efficacemente, ad es. per i v. 27, 13, 4, 14, 22. In molti casi sembra che il copista di C lavori d’ingegno, per cercare di ripristinare luoghi lacunosi o inintelleggibili del suo antigrafo, anche se altrove, ad es. ai v. 10, 37, 42, la lezione di questo ms. sembra preferibile. Non mancano, ovviamente, versi che presentano una situazione in vario modo difficoltosa in entrambi i testimoni (cf. i v. 6, 7, 9, 38). La divergenza di più grande peso tra i due testimoni, però, è di natura attributiva, in quanto C dà la canzone a Raimon Vidal, mentre ψ l’attribuisce ad Arnaut Daniel. J. H. Marshall ha sostenuto la paternità di Arnaut, ma ad una attenta analisi il testo « . . . si rivela come una sorta di mosaico di citazioni arnaldiane, alle quali sembra sottesa una intenzione lievemente beffarda, forse anche ironicamente imitativa ... » (148): dunque, in assenza di altre testimonianze, l’ipotesi più economica pare essere l’attribuzione al catalano, d’altra parte maestro dell’arte citatoria, come testimonia il cosiddetto Judici d’amor. Il restauro è particolarmente difficoltoso per l’ultima strofe, perché per questa porzione di testo C diventa l’unico relatore: in particolare, al v. 46 il ms. offre il rimante luchs, mentre lo schema rimico prevede -igne, al v. 49 c’è il rimante frey, ma la rima dovrebbe essere in -ancs, al v. 50 c’è una lacuna interna, il v. 51 presenta una lacuna iniziale. In tutti questi casi l’editore interviene: così, limitandoci ai problemi in rima, al v. 46 il restauro porta a signe segno , in rima equivoca col signe cigno del v. 1, mentre al v. 49 si opta per il rimante francs, in parte riutilizzando il materiale grafico offerto dal ms. Della canzone viene dato il testo critico seguito da traduzione (143-45). Un foglio di guardia finale del ms. 35 della Bibliothèque municipale di Châlons-sur-Marne (che contiene il testo della regola di san Benedetto) conserva un frammento del Roman de Troie, come spiega Françoise Viellard, «Un fragment du Roman de Troie de Benoît de Sainte-Maure à Châlons-sur-Marne (Bibl. mun. 35 (37))» (279-94). I fogli di guardia sono stati aggiunti al momento della rilegatura del codice, nel sec. xv (il ms. risale al secolo precedente), ma la scrittura del frammento rinvia alla prima metà, o all’inizio, del secolo xiii. Probabilmente le mani sono due, e forse si tratta di un «exercice de copie» (282). Il ms. proviene dall’abbazia di Saint-Pierre di Châlons, e molti codici della stessa provenienza hanno una rilegatura con riutilizzo di pergamene più antiche; da ciò si può dedurre che « . . . à 226 Besprechungen - Comptes rendus Châlons-sur-Marne à la fin du moyen âge . . . » esisteva « . . . un commerce du livre actif, en particulier des ateliers de reliure utilisant comme matière première des manuscrits plus anciens dont on peut supposer qu’ils étaient en majorité originaires de la région . . . » (284). Questa supposizione è confermata dallo studio linguistico del frammento del Roman de Troie (284-87), del quale si offre l’edizione. In «La clergie di Thomas: l’intertesto agiografico-religioso» (335-48) Valeria Bertolucci Pizzorusso si sofferma in particolare sul tema dell’anello « . . . oggetto-simbolo dell’amore che insieme lega ed esclude . . . » (335). L’episodio del verziere, quando Isotta dona l’anello a Tristano torna alla mente dell’amante quando si sofferma a guardare la statua dell’amata nella «salle aux images»: proprio l’anello congiunge due sequenze così distanti tra loro. Ma il tema non è un’invenzione di Thomas. Giovanni di Malmesbury narra nel De gestis regum Anglorum una leggenda molto antica, ancora pagana, al cui centro c’è una statua, in origine di Venere poi della Vergine: un giovane, subito dopo le nozze, mette l’anello al dito della statua, ma quando va a riprenderselo il dito è ripiegato, e l’anello non esce; la notte, la consumazione del matrimonio è impedita dall’apparizione della statua che pretende di essere ormai la legittima sposa. Anche nel Tristano l’anello impedisce la consumazione del matrimonio tra il protagonista e Isotta dalle Bianche Mani. Un’altra linea agiografica rintracciabile nel Tristano di Thomas è il tema dell’intactam sponsam relinquens: per punirsi del misfatto di aver sposato Isotta dalle Bianche Mani Tristano non solo non consuma il matrimonio, ma si fa pellegrino recandosi più volte, sempre sotto diverse spoglie, nel regno di Marco, con chiaro riferimento alla Vie de Saint Alexis. Il significato profondo del legame tra Yvain e il leone non è dei più chiari, e le interpretazioni fin qui date di questo rapporto e della figura del leone nel romanzo di Chrétien non sono del tutto soddisfacenti: Dietmar Rieger, « Il est à moi et je à lui . Le lion d’Yvain - un symbole et son champ sémantique» (349-69) riesamina molto attentamente l’intera questione. Pur non avendo alcuna testimonianza concreta della ricezione medievale del romanzo « . . . il est permis de penser que la liberté des exégèses n’était pas si minime chez le clerc contemporain non plus pour pouvoir considérer celles-ci comme totalement exemptes de divergences . . . » (363). Nel Medioevo cristiano leone e serpente sono spesso presentati in parallelo, sono entrambi simboli negativi: secondo Cesario d’Arles è meglio essere uccisi dal leone che dal serpente, perché il primo attenta solo al corpo, il secondo anche all’anima; per questo Yvain uccide subito il serpente, cioè il peggiore dei due mali. Il parallelismo diventa antitesi, il leone da male potenziale si trasforma in un bene, e le lacrime che versa lo distaccano completamente dai rappresentanti del Male, che non sono capaci di piangere. Yvain passa « . . . du parallélisme chrétien à l’antithèse également chrétienne lionserpent, bien-mal . . . » (368). Pierre-Yves Badel, «Nouvelles allusions au Roman de la Rose» (475-90) mostra, con esempi che vanno dal 1370 (Prise d’Alexandrie di Guillaume de Machaut) al 1624 (Pétronille di Jean-Pierre Camus), che anche al confronto con il pur fortunatissimo Chrétien de Troyes il fenomeno legato al riutilizzo (citazione o allusione) del Roman de la Rose è assolutamente eccezionale nel panorama della letteratura francese. Nel suo articolo su «La chanson courtoise en milieu dévot» (517-31) Tony Hunt analizza le otto inserzioni liriche nella versione in versi del Cantico dei Cantici del ms. B. N. fr. 14966. L’anonimo autore usa versi preesistenti, sforzandosi di « . . . construire une nouvelle armature ou bien un simple montage, mosaïque de citations . . . » (521). Lo stretto legame che intercorre tra il testo e l’inserzione lirica - « . . . les chansons et le commentaire se recouvrent au niveau sémantique et lexical . . . » (522) - diminuisce il bisogno di adoperare formule ad hoc che segnalino il passaggio dall’una parte all’altra. Spesso la ripresa testuale cede il passo a semplici citazioni, magari anche solo delle rime, di una canzone lirica. D’altra parte « . . . les rimeurs pieux s’inspiraient des chansons profanes qui étaient les plus en vogue, quit- 227 Besprechungen - Comptes rendus te à ne retenir que des mots-clefs . . . » (529). Lo scopo, poi, di questo incardinamento di «pezzi» profani nelle opere d’ispirazione religiosa sarebbe quello di « . . . se rendre compte de la distance traversée . . . », visto che molti « . . . des auteurs pieux tout comme les destinataires de leurs productions ont eu une vie antérieure , c’est-à-dire dans le siècle . . . » (531). A cavallo tra la letteratura italiana e quella francese si colloca il contributo di Giuseppe Di Stefano «L’edizione delle traduzioni: l’esempio del Decameron tradotto da Laurent de Premierfait (1414)» (573-86). Questa traduzione, che è la prima in francese del grande libro di Boccaccio, ha una storia curiosa: infatti il traduttore, non del tutto certo di poter afferrare completamente l’italiano del Certaldese, si fece preparare una traduzione in latino del Decameron da frate Antonio da Arezzo: purtroppo il testo di questa traduzione-filtro non è (ancora) stato ritrovato. All’interno dei 14 testimoni della traduzione di Laurent de Premierfait spicca per qualità il ms. Vat. Pal. lat. 1989, che «resta costantemente vicino al testo del Boccaccio» (576). La superiorità di questo testimone, che dovrà essere preso come ms.base dell’edizione, è dimostrata attraverso il confronto con due esponenti di «ciascuna delle due famiglie in cui si divide il lotto dei manoscritti della traduzione» (576). Marie-Claire Gérard-Zai, «Approche métrique du Mistere de l’institucion de l’ordre des freres Prescheurs» (699-711), mostra, con un’accurata descrizione della versificazione di quest’opera di 4198 versi, che mette in scena 37 personaggi, che il giudizio espresso nel 1880 da L. Petit de Julleville (« . . . le style et la versification . . . sont détestables», citato a p. 702) è da rivedere. La studiosa offre l’intero regesto dei tipi di verso e delle forme che l’anonimo autore ha utilizzato, nonché delle rime tecniche. La sua conclusione è la seguente: «le procédé métrique de base est l’octosyllabe à rimes plates sur lequel se détachent des modèles strophiques aux valeurs expressives déterminés . . . le recours aux principes de la Grande Rhétorique répond chez nostre auteur à une exigence parfaitement ciblée, qu’il s’agisse d’amplifier un message élémentaire ou de compenser le statisme d’une scène . . . » (711). Ursula Bähler si occupa di storia della filologia offrendoci alcune delle lettere che si scrissero Gaston Paris e il suo allievo Joseph Bédier («Lettres choisies de la correspondance Gaston Paris - Joseph Bédier», 775-87): del primo si conoscono 24 missive, del secondo 50. L’assenza di un fondo Bédier, con la conseguente dispersione di molte sue lettere, può in parte spiegare la sproporzione. Qui vengono pubblicate sette epistole: quattro di Bédier e tre di Paris. La prima coppia di lettere risale all’inverno del 1888, quando il ventiquattrenne Bédier si trovava in Germania su consiglio dello stesso Paris, perché, come il maestro gli aveva scritto qualche anno prima, per entrare nel mondo della filologia romanza sarebbe stato necessario « . . . posséder l’allemand non seulement dans sa lettre, mais dans son esprit . . . » (cit. 777). Le altre lettere sono dell’estate 1893. L’intervento di Michelangelo Picone «Il motivo della nave magica da Marie de France a Petrarca» (813-30) è uno dei tre articoli che compongono la «section italienne». Il motivo della nave magica nella letteratura d’oïl, il cui archetipo è la Navigatio sancti Brandani, trova il proprio sviluppo più completo nel «lai di Marie de France intitolato Guigemar» (817). Elementi compositivi molto simili a quelli del lai si trovano anche nel romanzo La mort le roi Artu, ma i «messaggi narrativi» sono «completamente diversi» (822): nel primo testo il protagonista trova l’amore alla fine del viaggio, nel secondo « . . . la protagonista ha perduto il suo amore prima ancora di iniziare il viaggio . . . » (822). Lo sviluppo del tema nella letteratura in lingua di sì è più lirico. Picone analizza i v. 212-33 del Mare amoroso, il sonetto dantesco Guido, i’ vorrei che tu e Lapo e io (dove il viaggio si trasforma in «erranza», e la nave d’amore diventa nave della poesia, che ha come meta il viaggio stesso, cf. 826), i v. 10-51 di Purgatorio ii e la canzone 323 del Canzoniere petrarchesco. I due ultimi esempi « . . . svolgono il motivo della nave magica con l’intenzione manifesta di liquidarlo: in senso positivo sublimandolo (Dante), e in senso negativo smitizzandolo (Petrar- 228 Besprechungen - Comptes rendus ca) . . . » (826). Mentre col Dante purgatoriale, infatti, la nave riprende « . . . il suo profondo senso cristiano perduto nelle ambages arturiane . . . » (829), con Petrarca si giunge « . . . alla distruzione del grande mito cortese della nave magica, dimostrando l’equivalenza profonda della navigazione incantata con il viaggio verso la morte . . . » (830). P. Gresti H Y. Otaka/ N. Fukumoto/ T. Matsumura (ed.), Mélanges in Memoriam Takeshi Shimmura. Offerts par ses amis, ses collegues et ses élèves, Tokyo (France Tosho) 1998, 358 p. Takeshi Shimmura, Nestor der japanischen Romanistik und international aktiver Pazifist, wird mit dieser Gedenkschrift geehrt. Er hat Wesentliches getan für die hohe Achtung, die die Romanistik nicht nur im japanischen Wissenschaftsbetrieb, sondern auch in der dortigen gebildeten Öffentlichkeit genießt. Man denke in diesem Zusammenhang auch an die kleine Publikumszeitschrift La France, in deren Novemberheft 1997 neben kulturellen Beiträgen und Hinweisen (Kino, Restaurants . . .) auch, auf zwei Spalten, der Faszikel H1 des DEAF vorgestellt und den Bibliotheken zur Anschaffung empfohlen wurde (98), oder auch an das 1997 erschienene Buch Past Futures: New perspectives on the Middle Ages, University of Tokyo Press, in welchem von der Tapisserie de Bayeux und der Darstellung von Tod und Begräbnis, von der Melusine, von Villon, vom DEAF und anderem die Rede ist: Jetzt schon wissen 24 000 Japaner, daß man ohne den DEAF nicht ans Altfranzösische herangehen kann (unter den 24 okzidentalen Fachleuten ist das noch nicht so klar). Japanische Höflichkeit ließ den europäischen Beiträgern zur Schrift den Vortritt: G. Bianciotto, «De quelques phénix médiévaux» (1-20), legt eine literarisch-philologische Studie der relativ spärlichen Vorkommen des Phoenix in der alt- und mittelfranzösischen Literatur vor. Die Charakteristika des Sonnenvogels sind ebenso variabel wie die Verwendbarkeit des Mythos in verschiedenen Gattungen. J. Dufournet, «Michelet et Commynes» (21-33), zeigt, wie der Historiker Michelet († 1866) die Informationen des Chronisten Commynes nutzt. Dufournet nutzt seinerseits seinen Beitrag noch anderweitig. M. Eusebi, «Le quartine proverbiali del Chastie-musart» (35-67), ediert ChastieMus (ohne Glossar). Kennt nur die Ausgabe Jubinal (1839), nicht aber die in DEAFBibl 1993 aufgelisteten Ausgaben aller Handschriften: Gunnarskog 1954. P. Jonin (†), «Vieillesse et vieillards dans Perceval de Chrétien de Troyes» (69-78), untersucht die Charakterisierung des alten Menschen (graues Haar, etc.); das Alter beeinträchtigt den Menschen nicht; seine gesellschaftliche Stellung bleibt unversehrt; der Respekt wächst. F. Lecoy (†), «A propos de Franc Gontier» (78-80), gibt die 28-zeilige Ballade plaisante aus den Contredits de Franc Gontier, Teil von Villons Testament, heraus. Hs. Stockholm Vu 22. Ph. Ménard, «Réflexions sur l’illustration du texte de Marco Polo dans le manuscrit fr. 2810 de la Bibliothèque Nationale de Paris» (81-92), liefert eine Miniatur, in der er anhand der ersten 25 von 84 Folios dieser berühmten Reise-Handschrift (vor 1413) untersucht, wie Text und Bebilderung korrespondieren. Dreizehn Farbreproduktionen aus der Hs. unterstreichen den bibliophilen Charakter der Gedenkschrift. K. Varty, «La pénétration du Roman de Renart en Angleterre au moyen âge: les témoignages iconographiques» (93-99), widmet dem Société Renardienne-Mitglied Shimmura die Überprüfung seiner älteren, kaum anfechtbaren (aber dennoch einst angefochtenen) These, wonach der Roman de Renart seit dem 13. Jh. auf die Kunst eingewirkt habe. Nach reiflicher Überlegung widerspricht er jetzt einer Rezension von 1973. Die Beiträge der japanischen Wissenschaftler folgen in zwei Gruppen, die erste französisch, die zweite japanisch redigiert. 229 Besprechungen - Comptes rendus
