Vox Romanica
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Francke Verlag Tübingen
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Kristol De StefaniLa narrativa in Provenza e Catalogna nel XIII e XIV secolo. Atti del colloquio svoltosi a Roma dal 12 al 14 maggio 1993, presso l’Università degli studi di Tor Vergata, organizzato dal Dipartimento di Lingua e Letteratura comparate e dalla cattedra di Filologia Romanza, Pisa (ETS) 1995, 233 p.
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Ute Limacher-Riebold
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Deutlichkeit gewünscht hätte, halte ich die Arbeit von Frau Vetter in diesem Sinne für eine bemerkenswerte Studie. Kerstin Störl-Stroyny H La narrativa in Provenza e Catalogna nel XIII e XIV secolo. Atti del colloquio svoltosi a Roma dal 12 al 14 maggio 1993, presso l’Università degli studi di Tor Vergata, organizzato dal Dipartimento di Lingua e Letteratura comparate e dalla cattedra di Filologia Romanza, Pisa (ETS) 1995, 233 p. Scrivendo a qualche anno di distanza dalla data del Colloquio e da quella della pubblicazione dei relativi Atti, si dovrà confermare quanto scrive F. Beggiato nella presentazione introduttiva del volume, ovvero che la risposta largamente positiva e la partecipazione ai lavori ed alla discussione conferma la necessità di studi che mettano a confronto le produzioni narrative occitanica e catalana del medioevo. Partendo, per l’area provenzale, dal «bel volume» di A. Limentani, L’eccezione narrativa (1977), nonché dal saggio di S.Asperti, Flamenca e dintorni (1985) e dai più recenti studi sulla narrativa catalana ed occitanica, quali L’approció de Ramon de Lull a la Literatura en llengua d’oc (1989) di Lola Badía e Nos en leyr tales libros trobemos plazer e recreations di S. M. Cingolani e la sua Vida de Sant Alexi catalana (1990), i contributi raccolti in questo volume, rendono l’idea di quanto sia vasto il campo della produzione narrativa in queste due aree contigue. Il volume si apre con un’analisi sui «Géneros trovadorescos en el Jaufré» (11-26) di Isabel de Riquer, in cui vengono evidenziati i tratti arcaici di ascendenza arturiana e quelli «classici» nel Jaufré, riferiti all’esperienza trobadorica in quest’opera. Gli elementi tratti da generi di narrativa breve quali i planhs e i saluts d’amour, e la somiglianza con i romanzi di Chrétien de Troyes, in special modo col Chevalier au lion, si rispecchiano negli echi testuali, ambientali ed ideologici del Jaufré che vi rinviano (12). Tra le fonti più antiche del romanzo occitanico, De Riquer cita anche i «folklorici ed arcaizzanti» Wace e Monmouth. Un’attenzione particolare è rivolta alle avventure personali di Arturo di Bretagna, le cui prodezze nel Jaufré «van de lo sublime a lo ridículo oscilan entre la magia y la parodia» (13). Presentato come re cacciatore, re Arturo assume in Jaufré un ruolo ben diverso di quello conferitogli nei testi oitanici (13) o da come lo descrive Cerveri da Girona. Va senz’altro menzionato anche l’umorismo sottile con cui l’autore anonimo del Jaufré ha impregnato vari episodi e personaggi del suo romanzo, metodo certamente necessario per presentare una «deformación de lo maravilloso» 1 . De Riquer mette in rilievo i versi 59-95, in cui l’autore anonimo dedica al re d’Aragona una serie di lodi (alabanzas) che non possono riferirsi che ad «Alphonse II, Pedro II o Jaime I, re protettore dei cavalieri e di coloro che lo necessitano». Le numerose allusioni alla generosità ed alla presenza di giullari alla corte del re Arturo in Jaufré, giustificano inoltre il raffronto con le novas rimadas di Ramon Vidal de Besalú. Anche il saluto d’amore (v. 7980: sagelatz ecritz) (16), in cui vengono enumerati gli amanti celebri, permette il confronto con il famoso passaggio di Domna gencer qu’ieu non sai dir (v. 20-25) di Arnaut de Mareuilh. Il lungo lamento di Brunissen («Brunissen trobairitz? » [19]) per la supposta morte di Jaufré sembra ricollegare i versi 8569-73 del romanzo ai versi 47-48 di Ar em al freg temps vengutz di Azalaïs de Porqueiragues, in cui viene fatta allusione alla morte del trovatore 336 Besprechungen - Comptes rendus 1 Jung, M. R. 1976: «Lecture de Jaufré», in: G. Colón (ed.), Mélanges offerts à Carl Theodor Gossen, Berna/ Lieja: 427-51. Raimbaut d’Aurenga. Secondo De Riquer, questo raffronto giustifica l’ipotesi che con il personaggio di Brunissen l’autore non abbia voluto indicare una trobairitz. L’autore di Jaufré che «para escribir su roman eligió, mezcló y adaptó lo que conocía, de acuerdo con su gusto y su intención de hacer un roman artúrico meridional, y sin importarle mucho seguir o no las tendencias de la literatura del norte» (22) ha riadattato, con notevole abilità compositoria, la materia di tradizione arturiana, nonché i classici della lirica trovadorica della narrativa cortese. Quanto alla fortuna del Jaufré («Quien conoscio el Jaufré? » [23]), prendendo in esame i modi di ricezione di questo testo da parte della società catalana, De Riquer cita alcune allusioni al personaggio di Jaufré indeciso amante sfortunato (cf. Peire Vidal 364, 36 v. 41-48), o «indeciso e depistado» (cf. Guiraut de Bornelh 242, 80 v. 13- 18) di cui è però difficile determinare se si riferiscano al romanzo ovvero a versioni anteriori. De Riquer segnala anche le allusioni a Jaufré nel poema allegorico Lai on cobra sos dregz estatz di Guillem de Toloza (del 1253) in un estratto del canzoniere N, i quattro passaggi nel canzoniere L, copiato in Italia nel xiv secolo (Vat. lat. 3200), come anche allusioni più dirette in una cronica catalana, del Muntaner (23), per citarne alcune. Da non dimenticare anche la «cambra morisca de la Aljafaría en las paredes de la qual es pintada la Istoria de Jaufré» (24). De Riquer cita inoltre la versione in francese del Jaufré, di cui sono conservate quattro edizioni del xvi secolo e un adattamento al castellano che reca il titolo La corónica de los nobles caballeros Tablante de Ricamonte y de Jaufré, hijo del conde Donason, edita la prima volta a Toledo nel 1513. La novella castellana, fedele allo spirito anticortese del processo di castellanizzazione culturale dei generi e modelli letterari tràditi, riduce però il romanzo provenzale alla mera storia amorosa dei due protagonisti (24). Rimanendo sempre in ambito occitanico, M. Mancini («Flamenca e l’elogio delle letras», 27-40) mette in risalto l’elogio delle letras in Flamenca che si rispecchia in particolar modo nel catalogo giullaresco della festa delle nozze, nei numerosi rimandi ad Ovidio, Chrétien de Troyes e. a., nonché nel dialogo centrale («Alias! que plans») e culmina «nell’elogio delle lettere messo in bocca ad Alis e Flamenca» (28). Quest’elogio si ritrova poi nella figura emblematica delle immagini che si baciano nel saluto d’amore che il cavaliere Guillaume invia alla sua amata Flamenca (ma di cui non ci rimane purtroppo che la descrizione). Chiedendosi fino a che punto la letterarietà dei personaggi influisca sulle loro scelte, sul loro destino, Mancini paragona Flamenca (di cui è detto esplicitamente che ha letto Floire et Blanchefleur v. 4477) ad altre figure di lettrici famose, quali Emma Bovary «liseuse de romans par excellence» (30), Francesca da Rimini, Amadis de Gaulla ecc. (30-32), per le quali i libri sono divenuti «mediatori» del proprio destino. In Flamenca il libro non trasmette modelli superiori, non domina, non plagia, e non è «catastrofico e fatale» (32), ma diventa un alleato che assume la funzione di complice. Lo romanz de Blancaflor (v. 4477) è per Flamenca ciò che è la letteratura amorosa di Ovidio per Guillaume, e ha la stessa funzione anticipatoria come la kalenda maia per Guillaume (38), fatto sottolineato di recente da J. M. Caluwé 2 . La letteratura in Flamenca non è mai in contrasto con la realtà, serve anzi a sottolineare quel che Spitzer ha definito Literarisierung des Lebens (38). C. Bologna («Appunti per una letteratura delle tecniche retoriche e degli istituti formali in Flamenca», 41-45), riallacciandosi agli studi di G. Paris, A. Mussafia, F. M. Warren, G. Charlier, J. Bédier, V. F. Koenig e J. Hoepffner (41), che ricercarono il nesso fra individuabilità dell’autore e formalizzabilità di strutture tecniche della narrazione, propone 337 Besprechungen - Comptes rendus 2 Caluwé, J. M. 1993: «Flamenca et l’enjeu lyrique», in: id. (ed.), Du chant à l’enchantement. Contribution à l’étude des rapports entre lyrisme et narratif dans la littérature provençale du xiii siècle, Gand: 195-286. un’analisi comparativa di lingua, stile e competenze retorico-diegetiche. Continuando il filone degli studi di A. Limentani (dal 1965 in poi) applicati al testo di tradizione monotestimoniale, quale il romanzo Flamenca, Bologna si concentra sull’analisi delle voci in rima e sul loro rimando a determinati contesti, insistendo sullo studio delle «rime tecniche (identiche, equivoche, derivative, ricche, inclusive, ecc.)» (43) e le tecniche fonosimboliche (alliterazione, assonanza, ecc.), rinviando al sondaggio sulle catene rimiche di Flamenca, svoltosi sotto la sua guida. Grazie all’aiuto dello strumento elettronico-computerazionale per PC (elaborato all’Università G. D’Annunzio di Chieti da A. Grilli per esigenze specifiche poste dall’autore stesso, e applicato fino al momento della redazione degli Atti, solo a testi provenzali, tra cui Flamenca e Jaufré), è possibile rafforzare il «valore testimoniale delle risultanze quantitative dei dati forniti dall’esame del testo condotto con metodi d’indagine tradizionali» (44), in quanto il programma messo a punto, permette di «elaborare automaticamente testi in distici baciati, ottenendo tabulati relativi alle rime (tecniche o non) e di rimanti, a partire dal rimario completo» (44). Nel suo intervento «Applicazioni informatiche allo studio della narrativa provenzale» (47-66), A. Grilli presenta appunto le suddette procedure computerazionali per effettuare analisi su testi di narrativa provenzale: rimanti e catene di rimanti in componimenti in distici baciati (Flamenca e Jaufré). Con il programma dBase iv, versione ii.5, una serie di algoritmi viene trascritta in un linguaggio comprensibile per l’elaboratore. Questo programma, che non si vuole competitivo con altri programmi per l’elaborazione di dati testuali in prospettiva più larga, come l’Oxford Concordance Program, è stato rielaborato, perfezionato e adattato alle esigenze evidenziate dalla ricerca sul sistema dei rimanti e sulle tecniche di versificazione applicata a Flamenca e Jaufré, per stabilire una tipologia di rime dalle copie dei rimanti. Ne «I favolosi anni settanta. Riflessione sulla datazione di Abril issia di Raimon Vidal de Besalú» (83-108) che si inserisce nell’ambito degli studi sulla narrativa breve, Monica Calzolari propone una valutazione storico-letteraria di Abril issia di Raimon Vidal de Besalú, «testo . . . di gran lunga più ricco di riferimenti storici» (23), che rimette in discussione la datazione di questo testo ed i suoi rapporti con la letteratura occitanica della fine del xii secolo. I diversi fattori della crisi invocati da Raimon Vidal de Besalú, tra cui l’orientamento anti-francese che emerge dalle citazioni di personaggi storici (90), la polemica anticlericale e la decadenza dei baros (91), non sono che alcuni tra i motivi che inducono a rimettere in discussione la datazione «costantemente riproposta dalla critica . . . tra il 1199 e 1213». In Abril issia, il trovatore mette a confronto «diversi periodi della civiltà, identificati attraverso i principali esponenti del mecenatismo di ciascuna epoca» (92) e pone in scena tre personaggi: il giullare, il Delfino e Raimon Vidal stesso (93) in quanto rappresentanti delle tre generazioni messe a confronto. L’analisi dettagliata dei personaggi «irreali e idealizzati», privi di connotati specifici ma pur sempre evocanti determinati contesti storici (94-100), permette a Calzolari di datare Abril issia tra il 1219 e il 1222, e di togliere a Raimon Vidal l’etichetta di precursore collocando la sua opera «in una fase iniziale del vasto movimento di riflessione trobadorica», nato come «risposta alla crisi della società occitanica» (ib.). In «Il Blandin de Cornoalha e la letteratura popolare tra Provenza e Catalogna» (145-59) S. M. Cingolari rivaluta la situazione all’interno della letteratura provenzale e catalana del romanzo Blandin de Cornoalha, benché la critica stilistica abbia dato numerosi strumenti per comprendere questo testo. L’analisi formale delle rime e del lessico ristrettissimo, in cui sottolinea la forte presenza di italianismi, gli permette di collocare l’origine del copista nell’Italia del Nord (148). Sul piano formale, Cingolani scarta i Cantari, che sono per la loro forma in ottave metricamente incoerenti col testo in questione, e si concentra sul poemetto Rainaldo e Lesengrino del ciclo della volpe del Renart, la cui somiglianza è più notevole. 338 Besprechungen - Comptes rendus Cingolani cerca di enucleare il modo in cui l’autore anonimo è riuscito a ricollegarsi al filone della narrativa medievale del romanzo arturiano (151) visto che mancano sia il richiamo a personaggi tipici del ciclo, sia allusioni all’altro romanzo Jaufré. Come già sottolineato da C. H. M. Van der Horst, Bladin de Cornuaille, the Hague/ Paris 1974: 64-70 «sul piano della tematica folklorica e meravigliosa» (151) la coincidenza con la tradizione, anche se innegabile, non è riconducibile ad espliciti modelli classici. In Blandin de Cornoalha si possono sí riscontrare due tra i motori principali della narrativa arturiana, quali l’avventura e l’amore, ma essi appaiono come svuotati del loro significato formale. Se nei romanzi arturiani l’avventura viene inseguita come una necessità, un esercizio che pertiene obbligatoriamente a dei valenti cavalieri, in Blandin de Cornoalha le avventure si susseguono senza un legame preciso, e i personaggi non sembrano ricavarne nulla. Lo stesso vale per l’amore. L’amore non è il fine ultimo dell’evoluzione interiore dei personaggi, un valore da difendere, ma viene assunto come facente parte del mondo cavalleresco e cortese. La conclusione dell’avventura «con una semplice notte di sesso, nel più bello spirito di chansons de geste e fabliaux» (153), per Cingolani non è altro che la prova dell’«impoverita ripresa di motivi classici da parte di un autore . . . che non ha chiara coscienza delle ragioni originarie, né è interessato a queste» (154). Cingolani esclude dunque una lettura in chiave parodistica o ironica, perché ritiene il pubblico al quale si rivolge il testo nettamente diverso da quello per esempio di una Geste Francor. Secondo lui Blandin de Cornoalha non è altro che la «resa popolare di una materia colta» (154). Quanto alla localizzazione del testo, i dati linguistici e codicologici portano più verso la Provenza che verso la Catalogna, anche se sul piano contenutistico sembra ricollegarsi alla tradizione letteraria catalana di tipo popolare (157). Il facet che tratta Francesca Ziino in «Alcune osservazioni sul facet catalano» (185-215) è un «volgarizzamento (del Facetus moribus et vita) pseudo-ovidiano in noves rimades ottosillabiche (ms. 381 (olim 377 bis) alla Bibliothèque Municipale de Carpentras)», che espone «norme di comportamento utili nelle diverse circostanze della vita» (185), e che riusa i materiali tratti dai primi due libri dell’Ars amandi e dei Remedia Amoris, nella parte (più ampia del poema) dedicata alla trattazione dell’esperienza amorosa (v. 131-384). Di stampo chiaramente didattico, questo facet si rifà alle rime didattiche ovidiane, collocandosi nella tradizione ovidiana in Catalogna, di cui Lola Badía («Per la presència d’Ovidi a l’Edat Mitjana catalana, amb notes sobre les traduccions de les Heroides i de les Metamorfosis al vulgar», in : id., Tradició i modernitat als segles XIV i XV . Estudis de cultura litereraita i lectures d’ausiàs March, Valencia/ Barcelona 1993) ha studiato l’influenza nella cultura catalana medievale. Nel sottoparagrafo «Il Facet e la tradizione cortese» (193-97), Ziino analizza in primo luogo le allocuzioni, in quanto «innovazioni del volgarizzatore, che spesso esplicita in un discorso l’atto che nel Facetus è solamente descritto» (193). Il passo dialogato, in cui la principale voce enunciante è quella dell’innamorato, rispecchia alla meglio l’influenza della letteratura cortese, e permette un raffronto con il genere dell’epistola amorosa in versi, al quale l’anonimo volgarizzatore pare si sia ispirato (194). Ma, nonostante i numerosi richiami alla letteratura cortese, Ziino sostiene che il Facet è «sostanzialmente estraneo all’universo cortese di cui utilizza gli elementi più caratteristici» (195). Vista l’assenza di «ogni idealità cortese» (ib.) ed essendo il linguaggio trobadorico svuotato di contenuto e inserito in un contesto mutato da quello suo originario, Ziino accosta il saluto d’amore molto lungo del Facet (v. 943-1067) al salut IV , Cel cui vos esz al cor plus pres di Arnaut de Mareuilh, di cui è però soltanto «una versione prosaica e banalizzata» (196). Anche ai versi 198-203, il Facet catalano si discosta dal latino Moribus et vita (v. 65-68), per il trattamento di alcuni particolari come il termine di poeta (che è sostituito da fasia) oppure il personaggio femminile che nel facet catalano è messo in maggior risalto (197). 339 Besprechungen - Comptes rendus In conclusione, Ziino soffermandosi sui versi dedicati al biasimo delle donne (v. 1373-1743), sottolinea la componente misogina del Facet. Sono topici sia la descrizione della donna come creatura incostante, ipocrita, avida (198), sia i riferimenti a personaggi illustri condotti alla rovina dalle donne. In appendice sono riportati gli estratti del Facet (il giovane e la fanciulla v. 664-827; il giovane si rivolge alla fanciulla v. 939-1071; una replica della fanciulla al giovane v. 827-53) come anche estratti del salut d’amor, il conte d’amor e Fraire de Joi e Sor de Plazer. Chiude il volume l’articolo «La storiografia come forma di narrativa complessa: traduzione e innovazione della narrativa catalana» (217-33) di Anna Maria Compagna Perrone di Capano. Di contro alle raccolte di novelle che preferiscono la concatenazione delle storie narrate, la storiografia in quanto «unica forma di narrazione pura» (218), privilegia il rapporto di subordinazione, la tecnica dell’inserimento di un racconto in un altro («il racconto secondario viene inserito ad incastro» [218]), ciò che la rende simile al romanzo per quel che concerne la tendenza a narrare una storia unitaria. L’unica differenza sta però nel fatto che nel romanzo le storie subordinate sono meno funzionali al racconto principale di quanto lo siano invece nella storiografia. Rifacendosi all’articolo di R. Bertrán 3 sull’inserimento della leggenda della donzella con le mani tagliate in un’opera storiografica (la biografia cavalleresca di Pero Niño, conte di Buelna, chiamata El Victorial, che risale alla prima metà del secolo xv [219]), Compagna Perrone di Capano sottolinea il carattere funzionale delle inserzioni. La leggenda del buon conte di Barcellona e dell’imperatrice di Germania è per esempio inserita nei primi undici capitoli della Crònica di Desclot, nella Proposició letta dal re Martino nel 1406 (222), nell’opera di Bernart Boades, nel Libre de les nobleses dels Reys di Francesch, nell’opera di Pere Tomich (1438) ecc. La leggenda, che secondo J. Rubió 4 viene inserita in questi testi storiografici «per a giusticiar la donació, o la infeudació, del comtat de Provença al de Barcelona», non presenta però la stessa motivazione in altri testi narrativi, non storiografici quali ad esempio Dotzé del Crestià di Francesc Eiximeris. Il problema sollevato dall’ipotesi avanzata da M. Colli Alintorn 5 nella sua edizione della Crònica di Desclot, che la leggenda del buon conte sia la prosificazione di un romanç oggi perduto da lui attribuito a Raimon Vidal de Besaudú - sulla base di alcuni raffronti testuali -, ipotesi sottolineata anche da Rubió e De Riquier, va inquadrato, secondo Compagna Perrone di Capano in una prospettiva più ampia. Le interessa non tanto la ricerca delle fonti dei testi che colleghi la poesia narrativa provenzale e la storiografia catalana, quanto piuttosto lo sviluppo dei temi e delle forme - complesse o semplici - nella narrativa provenzale e catalana (225). Se ci fosse davvero un processo di sprovenzalizzazione per la narrativa catalana, come per la lirica, «dal punto di vista formale il passaggio dai versi alla prosa, dalla struttura semplice a quella complessa comporterebbe un taglio netto col passato» (225-26). Come la lirica cortese, anche la poesia narrativa in lingua d’oc ha continuato a svilupparsi in Catalogna. Se in Francia andava via via affermandosi, con la nascita del romanzo cortese, la narrativa lunga e in prosa, anche in Catalogna si cercavano nuove forme di narrativa, il che «(permise) una più rapida sprovenzalizzazione linguistica» (228). Compagna sottolinea quest’evoluzione del genere narrativo in Catalogna con l’esempio dell’opera novellistica di Ramon Vidal. Sono caratteristiche come «la dimensione personale della narrazione», la «costruzione ad incastro», la «prospettiva allungata», la «presenza di personaggi il- 340 Besprechungen - Comptes rendus 3 Bertrán, R. 1992: «La leyenda de la doncella de las manos cortadas: tradiciones italiana, catalana y castellana», in: id. (ed.), Historias y ficciones: Coloquio sobre la literatura del siglo XV , Valencia: 25-36. 4 Rubió J. 1932: «Les versions catalanes de la llegenda del bon comte de Barcelona i l’emperadiu d’Alemanya», in: id., Estudis Univeritaris Catalans, xvii: 250-87. 5 Desclot, B. 1949-51: Crònica, ed. M. Coll i Alentorn, 5 vol., Barcelona: 31-40. lustri» ecc. che distinguono l’opera di Raimon Vidal dalle Novas del papagai, o dai fabliau, di struttura più semplice e lineare (230). La tendenza verso una struttura più complessa e la preferenza per una narrativa didattica si svilupperà poi nell’opera di Raimon Llull. La letteratura catalana del xiv e xv secolo «non è costituita solo da epigoni, opere di transizione o anacronistiche» (232), ma conosce anche autentici capolavori: «la tradició literària catalana tardomedieval té . . . des dels seus orígens, uns matisos locals que són responsables de la seva personalitat i de la seva singularitat en el marc romànic» (Badía 1993: 11). Gli interventi di cui non ci siamo occupati, per difetto della nostra competenza, non certo per la loro inadeguatezza, sono i seguenti: Miriam Cabré, «La Faula del rosinyol de Cerveri de Girona» (67-81); Isabel Grifoll, «Les noves rimades entre el jo líric i la ficció de la prosa» (109-44); J. Pujol, «El narrador al verger. Tradicions i models en les Ventures allegòriques amoroses del segle xiv» (161-84). Ute Limacher-Riebold H Manuel Pérez Saldanya, Del Llatí al Català. Morfosintaxi Verbal Històrica, València (Universitat de València) 1998, 329 p. (Bibliotheca Lingüística Catalana 22) Se nos ofrece en esta obra una visión de conjunto sobre uno de los temas que más atractivo merecen a la lingüística histórica, y ello por el conjunto de aspectos interrelacionados que el investigador debe atender y por la particular sensibilidad que se le exige en la valoración de los mismos. La evolución del sistema verbal desde el latín al catalán, tal como nos la presenta el profesor Pérez Saldanya, se nos muestra en efecto como palestra en la que el saber lingüístico se ejercita en plenitud. El trabajo que reseñamos resulta no ya sólo de máximo interés para el ámbito de la filología catalana, a la que aporta una contribución de gran valor, sino también para los intereses de una lingüística general. Los modelos teóricos de partida ponen ya ciertamente en el camino que lleva al autor a trabar un discurso, por otra parte de gran claridad expositiva, en el que la atención a un fenómeno particular se entrelaza de manera continua con la consideración de los principios generales que lo explican. Ello resulta de especial interés cuando estos principios generales intervienen en diferentes relaciones antagónicas, la fuerza y naturaleza de las cuales debe establecerse para cada caso concreto sometido a análisis. El autor combina a lo largo de su estudio tres tipos generales de proceso con los que el investigador debe contar como factores explicativos, y cuya prevalencia relativa debe evaluarse para cada objeto de estudio particular. Tenemos, en primer lugar, el proceso general de morfologización de reglas fonológicas, que es entendido desde una perspectiva próxima a la de Kiparsky 1 . Los primeros capítulos del libro ejemplifican la intervención prioritaria de procesos de morfologización en la evolución del tema de presente, tanto en lo que se refiere al tratamiento de la consonante como de la vocal final del radical verbal. Contamos, en segundo lugar, con el fenómeno de la analogía que se interpreta en este estudio a la luz de los principios de naturalidad morfológica, tal como han sido establecidos por la conocida como Morfología Natural. En la aplicación de estos principios a la morfología histórica del catalán el autor cuenta en particular con las aportaciones notables de Wheeler 2 . Los 341 Besprechungen - Comptes rendus 1 Kiparsky, P. 1973: «Phonological representations», in: O. Fujimura (ed.), Three dimensions of linguistic theory, Tokio: 5-86. 2 Wheeler, M. W. 1993a: «On the hierarchy of naturalness principles in inflexional morphology», Journal of Linguistics 29: 95-111; id. 1993b: «Changing inflection: verbs in North West Catalan», in: D. Mackenzie/ I. Michael (ed.), Hispanic linguistic studies in honour of F. W. Hodcroft, Llangrannog: 171-206.
