eJournals Vox Romanica 59/1

Vox Romanica
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2941-0916
Francke Verlag Tübingen
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591 Kristol De Stefani

Alain Corbellari, Joseph Bédier écrivain et philologue, Genève (Droz) 1997, 766 p. (Publications romanes et françaises 220)

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Paola  Allegretti
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Alain Corbellari, Joseph Bédier écrivain et philologue, Genève (Droz) 1997, 766 p. (Publications romanes et françaises 220) Nell’interrogativo dell’introduzione Philologie ou écriture? (xi-xxv), chiastico con il titolo del bel volume, sono leggibili i due poli delle competenze dispiegate da Corbellari nella monografia su Bédier 1 , e si entra in pieno nella chiave di specularità (ben architettata) e di implicazione (consapevole, visto il dilemma) in uno stesso orizzonte epistemologico tra autore e studioso esaminato nella ricerca. Se le quattro parti, costruite sul parallelismo di vita e opere (xiii), si chiudono simmetricamente con i capitoli iv. Les Fabliaux (71-126), vi. Tristan (155-296), viii. Chansons de geste (335-420) e xii. Problèmes d’édition (505-60), e l’intero lavoro è coronato dalla pubblicazione di inediti (Annexes, i. Textes et fragments inédits: 1. La légende des Aliscamps [573-616], 2. Épisode inédit du Roman de Tristan et Iseut [617s.], 3. Dire de M. Joseph Bédier à MM. les experts [619-28], 4. Un texte sur le Roman de Tristan et Iseut [629-30], 5. «En sortant de lire le roman du Saint Graal» [631-38], Fragments divers [639-44], a p. 642 e a p. 643 correggere «Carton xviii» in «Carton xx», cf. p. 677), è nell’intitolazione di alcuni capitoli che il piacere di muoversi tra coordinate usuali si affianca al gioco di accostamenti che ne vien fuori (Les enfances de Joseph Bédier). Il libro si articola infatti come segue: Première partie Jeunesse et formation (1864-1893): i. Enfances (5-12), ii. Contexte et influences (13-40), iii. Voyages et apprentissages (41-70), iv. Les Fabliaux (71-126); Deuxième partie L’affirmation de soi (1893-1903): v. À l’École Normale (131-54), vi. Tristan (155-296); Troisième partie La maturité conquérante (1903-1914): vii. Vie intellectuelle et mondaine (301-34), viii. Chansons de geste (335-420); Quatrième partie Consécrations et confirmations (1914-1938): ix. L’effort de guerre (425-48), x. Le Bédier-Hazard et l’histoire littéraire (449-76), xi. La carrière et l’homme (477-504), xii. Problèmes d’édition (505-60); Conclusion (561-70). Chiudono Annexes ii: Tableaux généalogiques (645-52), Bibliographie (653-740), in cui si segnala la descrizione dettagliata dei fondi presso le Archives du Collège de France (674-81), e Index des noms de personnes (741-58). Non solo vengono in mente le disposizioni della materia nelle opere di Bédier, ma appunto la scansione in capitoli di Le roman de Tristan et Iseut (Les enfances de Tristan, p. 1-13), in cui proprio le intitolazioni, con le citazioni che le accompagnano in epigrafe, costituiscono l’apporto strutturalmente innovativo alla tradizione tristaniana (194-97). È rivisitazione di una regola illustre di divulgazione, quale si può trovare teorizzata già negli avvertimenti di un grande volgarizzatore medievale, Domenico Cavalca: « . . . imperciocché i libri bene distinti e capitolati più volentieri si leggono e meglio s’intendono» (Vite de’ santi Padri, Trieste 1858: 13). Per pagare un ultimo tributo a una tecnica elaborativa, denigrata da qualcuno con l’etichetta di «esprit de polymathie», e presentata qui fin nell’introduzione con la formula di «bricolage» (p. xix, forse più plastica ed empirica di quella di «découpage et collage», che ci si sarebbe ben potuti aspettare), bisognerà ricordare che è comune destino quello per cui « . . . notre commentaire, nous l’écrivons, nous l’élevons au rang d’ouvrage. Devenu chose publiée et chose publique, à son tour il attirera un commentaire qui, à son tour . . . » (M. Blanchot, L’Entretien infini, cit. in A. Compagnon, La seconde main on le travail de la citation, Paris 1979: 155). Le note di lettura che seguono testimoniano una curiosità stimolata dai dati propriamente storici e anedottici, che sono l’informazione utile di una impalcatura di lavoro consolidata, più che positivistica, genericamente biografica: parabola vitale e contrapposizioni od accostamenti dualistici, tra divulgazione ed erudizione, sullo sfondo del quadro storico caratterizzato dal primo conflitto mondiale. 311 Besprechungen - Comptes rendus 1 È ben vero che lo slittamento della prima categoria in quella di «critique» (xvi), estremamente avvertibile al di fuori dell’àmbito francese, può ben essere all’origine di certa disappetenza verso la monografia del Corbellari dichiarata da F. Mazzoni, «Dal carteggio di Pio Rajna», in: G. Chiappini (ed.), Echi di memoria. Scritti di varia filologia, critica e linguistica in ricordo di Giorgio Chiarini, Firenze 1998: 414-26: 425 N31,in cui si troveranno anche delle precisazioni ed integrazioni bibliografiche. L’interpretazione di caratteristiche della personalità con schemi binari opera infatti nelle parti ricapitolative, dalle battute iniziali: «Nous retrouverons chez l’homme mûr la dualité, latente dès l’enfance, entre l’homme des vastes horizons (l’enfant de l’île Bourbon et le futur commis voyageur des Lettres françaises se donnent ici la main) et l’homme de cabinet, philologue méticuleux et Parisien invétéré (car Bédier est né à Paris) . . . » (3), fino a quelle conclusive: «Bédier écrit ‹pour faire avancer la science›, certes, mais il écrit aussi, et avant tout, parce que l’écriture est pour lui, comme pour tout écrivain authentique, la seule forme de vie possible.» (567), oppure «Réalisée dans une époque donnée, l’œuvre de Bédier témoigne d’une tension exemplaire entre deux postulations de l’écriture, et cette tension, bien que marquée par les enjeux d’un moment historique précis, ne saurait être résolue en faveur de l’un de ses deux pôles: elle est consubstantielle à l’acte même de l’écriture et apparaît, par là, susceptible de s’actualiser dans des cas de figures qui dépassent infiniment notre horizon de référence» (568, cf. 165). La tesi confessata del libro è mettere in luce il ruolo del magistero bédieriano nell’idea di Medioevo della cultura francese contemporanea: «Or,Bédier me semble précisément, du côté des érudits, l’auteur chez qui s’effectue le passage: premier médiéviste français à lutter pied à pied contre le positivisme plus ou moins avoué des pionniers de sa discipline, il redécouvre, sans du tout renier le sérieux scientifique de ces derniers, que l’on peut réellement aimer la littérature du Moyen Âge, même si, comme nous le verrons, les modalités de cet amour sont loin d’être toujours pures de tout doute . . . » (30). Recuperando da queste strutture portanti il dettaglio evenimenziale, peculiare e unico, si rimane però colpiti da certi passi, che lo storico ha riferito magari con un qualche pudore, come curiosità spicciola, ametodologica ed estemporanea (si notino i puntini sospensivi): «À quatorze ans, il reçoit en guise de premier prix de littérature au lycée de Saint-Denis de la Réunion . . . l’édition par Léon Gautier (alors toute récente puisqu’elle avait paru en 1872) de la Chanson de Roland! L’influence du livre sur les choix ultérieures est confirmée par les confidences de Bédier lui-même: La Chanson de Roland, le plus antique des grands livres français, l’élève Bédier Joseph l’a lue pour la première fois sous le beau manguier qui ombrage, au coin de la rue Saint-Denis, la terrasse de sa maison, et c’est de ce jour que s’est éveillée en lui sa vocation d’historien de l’ancienne France » (11s.). Quando Bédier rendeva pubblico l’aneddoto, nel 1922 in occasione del suo ingresso all’Académie française, simile miracolo d’innesco («ébranlement» è il termine preferito da Bédier [149, 642], ma anche la pascaliana «chiquenaude» è pertinentemente usufruibile, cf. p. 509) s’era già prodotto anche a Domodossola: « . . . io leggevo delle vecchie annate della ‹Letteratura›, e a un certo punto si citavano alcuni versi della Chanson de Roland, versi in cui compariva il nome di Rolando, ‹Rolantz›, con la zeta alla fine. Questo mi intrigava: aveva un aspetto medioevale . . . e volli saperne qualche cosa, volli attraversare questo mistero» (Diligenza e voluttà. Ludovica Ripa di Meana interroga Gianfranco Contini, Milano 1989: 156). Si conceda pure spazio probabilistico alla cosiddetta eterogenesi dei fini, ma che cosa pensare, dalla parte opposta della parabola, di vocazioni così simili 2 in destini incrociati «Per di più, alcuni anni dopo, seguii un corso sulla Chanson de Roland che fece Joseph Bédier al Collège de France» (157)? Ma quello di Contini è un nome che questo libro si fregia di citare una sola volta, in nota (555 N145). 312 Besprechungen - Comptes rendus 2 In queste versioni laiche del «tolle et lege» di S. Agostino, notevole è la puntualità dell’episodio. Si pensi, all’opposto, alle riflessioni del giovane Contini sulla conversione manzoniana nella parigina chiesa di S. Rocco: « . . . chiamato però da se medesimo a dare un punto di partenza, a fissare una cronologia ideale, egli avrebbe posto mente all’unico episodio preciso che gli presentasse la storia sua di quegli anni, e così riassunta (dal punto di vista storico, illegittimamente) in una data un’evoluzione per tempo indefinita, durata parecchi mesi e soggetta ad alternanze» (G. Contini/ I. Sanesi, Corrispondenza inedita, Como 1998: 39, lettera del 6 giugno 1935). Il pendolo tra storia intellettuale e politica degli anni 1864-1938 e filologia romanza, che oscilla dalle grandi recensioni contenute nei capitoli iv, vi, viii e xii al resto dell’opera, ha il suo punto di equilibrio nel capitolo dedicato al Roman de Tristan et Iseut: « . . . témoignant de mon dessein avoué de voir dans le Roman le point nevralgique autour duquel s’ordonne l’ensemble de l’œuvre de Joseph Bédier» (130). Ancora, «Le conflit douloureux de l’amour et de la lois, c’est toute la légende» (Thomas, Roman de Tristan, vol. 2: Introduction, Paris 1905: 161, cit. a p. 177), una matrice dilemmatica come scaturigine e una narrazione in prosa moderna che nasce da un lungo e vario lavoro d’erudizione sui frammenti di Béroul e Thomas e sui testi successivi. Conforta riprovare nell’esame approfondito di Corbellari l’efficacia di un metodo filologico, quello lachmanniano degli errori o delle innovazioni comuni (199s.), lo stesso cui Bédier ricorre nel «Dire de M. Joseph Bédier à MM. les Experts (1921-1923)» per certificare l’esistenza di un plagio ai suoi danni secondo una magistrale graduatoria che blocca gli accusati sulle loro responsabilità: «Qu’ils ont exploité mon livre, et largement» (622-25) e «Que les auteurs du film ont exploité mon roman exclusivement comme leur source unique» (625). Resta che l’innovazione, individuata e auscultata a fondo da Corbellari, germina anch’essa, inestricabilmente, su stilemi lirici medievali, primo fra tutti Jaufre Rudel 3 . Così nell’elaborazione dell’episodio delle falci, che, individuato nell’archetipo quale brano «l Les Faulx» (189- 94), confluisce nel Roman nel capitolo vi. Le grand pin, come allucinazione notturna di Iseut. «Et pour rendre plus prégnante cette vision, Bédier la juxtapose à un semblable délire de Tristan, non plus présenté comme un cauchemar, mais comme le développement hallucinatoire d’une chaîne métaphorique (prècisons que cette scène ne correspond strictement à rien de ce que l’on peut trouver dans les textes anciens): Mais, sans relâche, dans l’ardeur de la fièvre, le désir l’entraînait, comme un cheval emporté, vers les tours bien closes qui tenaient la reine enfermée; cheval et cavalier se brisaient contre les murs de pierre; mais cheval et cavalier se relevaient et reprenaient sans cesse la même chevauchée » (261). Si confronti Quan lo rossinhols el folhos, v. 22-27 (BdT 262,6, testo del canz. prov. B): «D’aqest’amor son tant cochos / qe qant eu vauc vas lieis corren / veiaire m’es q’arehusos / m’en torn, e q’ella m’an fugen / e mos cavals i cor tant len / greu er q’oimais i ateigna» (280) 4 . Ancora, dall’inedito «En sortant de lire le roman du saint Graal» (1895) (631-38, che formicola di armoniche scritturali), nel passaggio «Et puis sur ce vague océan de légendes,(Oh! combien de marins! combien de capitaines / Qui sont partis là-bas vers les plages lointaines ...)» (632), per cui una nota ricorda opportunamente che «Bédier cite visiblement de mémoire l’Oceano Nox de Victor Hugo. Si le premier vers est correct, le second se lit en réalité Qui sont partis joyeux pour des courses lointaines » (632 N21), il sintagma intruso è prossimo al mito della canzone Lanquan li iorn son lonc en mai (BdT 262,2), v. 3 «e qand me sui partitz de lai», v. 33 «a! quar no fuy lai pelegris» (canz. prov. C), v. 38s. «mi don poder qu’enquera lai / eu remir cest’amor de loing» (canz. prov. K). «Si, en effet, recréer et créer sont termes exactement synonymes , le roman de Bédier n’est qu’une version parmi d’autres de la légende tristanienne et, comme le dit Gaston Paris, Joseph Bédier est le digne continuateur des vieux trouveurs » (280). Paola Allegretti H 313 Besprechungen - Comptes rendus 3 Matrice classica importante è dietro il motivo del grido che ripete tre volte il nome, che Bédier esplicita nella traduzione di Béroul (v. 2437-39) nel capitolo x. L’Ermite Ogrin «Tristan! Tristan! Tristan, mon fils! » (219) ed introduce nel capitolo xix. La Mort (247-49 «Il dit trois fois: Iseut, amie! »): si tratta del grido di Orfeo nelle Georgiche di Virgilio. 4 Si segnala qui, per le osservazioni sviluppate nella sua analisi dal Corbellari, un lemma importante della bibliografia sulla metafora del cavallo e del poeta/ amante-cavaliere: C. Bologna/ T. Rubagotti, « Talia dictabat noctis aut equitans : Baudri de Bourgueil o Guglielmo ix d’Aquitania? », Critica del testo 3 (1998): 891-917.