eJournals Vox Romanica 60/1

Vox Romanica
vox
0042-899X
2941-0916
Francke Verlag Tübingen
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2001
601 Kristol De Stefani

La palatalizzazione di CA e GA nell’arco alpino orientale

121
2001
Paul  Videsott
vox6010025
La palatalizzazione di CA e GA nell’arco alpino orientale Un contributo alla delimitazione dei confini dell’Italia linguistica dell’anno 1000 1 1. Introduzione Questa ricerca muove da due punti di partenza assodati e utilizzati da tempo nell’ambito della geografia linguistica, e cioè dal fatto che la disposizione areale sincronica di un fenomeno linguistico non permette soltanto illazioni sulla sua estensione originale, ma riflette - almeno in parte - anche sviluppi diacronici. In particolare, la disposizione «ad isola» di un determinato tratto linguistico e la sua presenza in aree marginali ed appartate parla spesso a favore di una sua estensione originaria più ampia e compatta - spezzata in seguito dall’imporsi di un’innovazione nelle aree centrali intermedie - candidandolo ad essere il tipo originario, più arcaico 2 . Se inoltre in una determinata area è intercorso un cambiamento linguistico, come nel caso qui analizzato dal neolatino al tedesco in ampie regioni dell’arco alpino orientale, è naturale riscontrare dei «fenomeni frigorifero»: l’imporsi di una nuova lingua congela la situazione linguistica precedente, di modo che tutti i tratti neolatini riscontrabili in territori oggi intedescati devono necessariamente risalire all’era pretedesca 3 . Ciò vale anche per la palatalizzazione di ca e ga, per la quale vorremmo proporre alcune nuove considerazioni areali e cronologiche. 1 Tengo a ringraziare qui i numerosi interlocutori con i quali ho discusso fasi precedenti di questo saggio, in particolare i professori Goebl (Salisburgo) e Gsell (Eichstätt), nonché i professori Renzi, Zamboni (entrambi Padova) e Franceschi (Firenze), intervenuti nella discussione durante il xxxiv convegno della SLI a Firenze: le loro osservazioni critiche mi hanno permesso di migliorare il testo in vari punti. Ovviamente rimango l’unico responsabile per gli errori che inevitabilmente rimarranno in questo lavoro. Ringrazio inoltre i signori Kneidl (Ratisbona) e Sobota (Salisburgo) per la realizzazione delle cartine geolinguistiche che visualizzano in maniera molto nitida il sunto delle mie argomentazioni. 2 Questo principio è noto con il nome di «age - area hypothesis» e viene applicato in molte scienze umane, cf. Alinei 1994. Applicazioni «classiche» dell’«age - area hypothesis» nella linguistica si trovano in Gilliéron 1918, Jaberg 1937 (in particolare 203-91), Bartoli 1945, Jaberg 1965 e Jud 1972. Cf. - in questo senso - anche le argomentazioni in Vanelli 1992: 30 a proposito della presenza della forma «lo/ lu» per l’articolo determinativo maschile in alcune aree dell’Italia settentrionale. 3 Per «era pretedesca» intendiamo tutto il periodo prima dell’imporsi definitivo della nuova lingua, cioè anche la lunga fase di bilinguismo che si deve supporre per gran parte della Romania sommersa alpina. 2. Estensione e cronologia della palatalizzazione di CA , GA 2.1 Le considerazioni cronologiche attuali La palatalizzazione dei nessi ca e ga nell’area alpina in generale e la cronologia di questo processo in particolare rientra tra i problemi più discussi e controversi della dialettologia romanza, specialmente per le conseguenze classificatorie che si sono volute attribuire a questo fenomeno. In sostanza, ad una teoria della palatalizzazione «precoce» e caratterizzante per il tipo linguistico «ladino» si oppone la teoria della palatalizzazione «tardiva» e priva di valore classificatorio, dal momento che questo tratto è riscontrabile - specie in fasi linguistiche più arcaiche - anche in ampie fasce dell’Italia settentrionale, in dialetti appartenenti sicuramente al tipo linguistico «italiano» 4 . I sostenitori di questa seconda teoria si richiamano specialmente al celebre articolo «Über Randgebiete und Sprachgrenzen» pubblicato da Heinrich Schmid nella Vox Romanica 15 del 1956 (cf. Schmid 1956: 53-80). Secondo lo studioso svizzero, la palatalizzazione di ca e ga avrebbe avuto origine nell’Italia settentrionale in periodo preletterario 5 e da lì si sarebbe propagata nelle aree laterali prealpine e alpine, che quindi avrebbe raggiunto solo posteriormente. In base a questa spiegazione e a causa della mancanza di testimonianze scritte dirette e esaustive 6 , la maggior parte dei linguisti concorda nel datare l’inizio della palatalizzazione nelle zone ladine intorno ai primi decenni del xii secolo 7 : Plangg i.c.d.s.: 7 «Nach den vorliegenden Namen und Urkundenformen des DTA Obervinschgau muß der Palatalschub ka zu tja etwa 1200-1400 durchgedrungen sein . . . » 26 Paul Videsott 4 Cf. il riassunto dettagliato della discussione in Vigolo 1986: 62-66 e le considerazioni in Craffonara 1979: 90s. Qui e in seguito per «tipo linguistico» = «geotipo» intendiamo, sulla scia di G. I. Ascoli (1873: 1, 1878: 61) e di H. Goebl (1989, 1990, 1992a, 1995), un’entità classificatoria esclusivamente linguistica, caratterizzata dalla simultanea presenza/ assenza o dalla «particolar combinazione» di determinati tratti. Sulla problematica dell’attribuzione dei dialetti italiani settentrionali, specialmente per le loro fasi altomedievali, al tipo «italoromanzo» tout court, cf. 3. In quanto alla terminologia, di seguito si userà: Ladinia/ ladino (in senso ascoliano) per il territorio odierno definito tradizionalmente tale (quando si fa riferimento a delle sottoaree, esse sono debitamente specificate); Italia settentrionale/ italiano settentrionale per il territorio odierno dei dialetti gallo-italici, del veneto e dell’istriano; Cisalpina/ cisalpino per la somma di entrambe queste aree in riferimento alla loro estensione anteriormente alla fine del primo millennio, cioè comprendendo la Romania sommersa alpina. Per l’inclusione dei dialetti gallo-italici, del veneto e dell’istriano nella stessa categoria di «italiano settentrionale», cf. Tagliavini 1972: 396. 5 « . . . verschwindet der ältere Vorgang der Palatalisierung selbst, was die Poebene anbelangt, vollkommen im Dunkel des ersten Jahrtausends . . . » (Schmid 1956: 73). 6 Come prime testimonianze dirette nell’area ladina si citano comunemente 1184 villam de Chiarlins Carlino per il friulano (cf. Pellegrini 1982: 42, Pfister 1992: 146), 1320 Costolongye Costalunga per la zona dolomitica (cf. Craffonara 1979: 80) e 1456 Peidra agiüda per i Grigioni (cf. Schmid 1956: 61). 7 Per la discussione delle datazioni precedenti cf. l’articolo di Schmid 1956: 54, 59-64. Plangg 2000: 269 « . . . denn die Umdeutung . . . setzt ca ca (sic, è inteso c´a) voraus, das hier [= Montafon] nicht vor 1200 zu belegen ist». Kramer 1992: 143, 146 « . . . è d’origine relativamente recente. Se la datiamo provvisoriamente intorno al 1200 . . . ». (143) « . . . non è molto importante, se essa avvenisse nel dodicesimo o nel quindicesimo secolo; quello che conta è che essa non si può retrodatare a prima del 1000». (146) Holtus/ Kramer 1986: 19 «Niemand wird Einwände gegen die These erheben, daß erste Ansätze zur Palatalisierung bereits um 1100 im Dolomitenladinischen zu beobachten waren . . . . . . bei den Wörtern, die auf eine ‹bereits vor 1000 abgeschlossene Palatalisierungsperiode› hinweisen sollen . . . handelt es sich . . . durchwegs um Elemente, die überhaupt nicht beweiskräftig sind». Pfister 1985: 85 «Es ist nicht ausgeschlossen, dass diese Palatalisierungswelle die Dolomitentäler im 11./ 12. Jahrhundert erreicht hatte . . . ». Pellegrini 1982: 42 « . . . non ho difficoltà ad aderire all’ipotesi che, rispetto alla tarda datazione del Battisti (secolo xv) si debba pensare a qualche secolo prima. Quanto al Friuli, io ritengo tuttora valida la ricerca di A. Grad che colloca l’inizio della palatalizzazione verso il secolo xii (all’incirca)» 8 . Ritter 1981: 240 «Die Tatsache . . . spricht sehr dafür, dass es eine norditalienische Palatalisierungswelle gegeben hat, die seit dem 14. Jahrhundert auf das Bündnerromanische übergegangen ist und dort seit dem 16. Jahrhundert in einigen Gebieten wieder rückgängig gemacht worden ist». Pellegrini 1979: 1008 « . . . che l’intacco palatale non deve essere di molto anteriore al secolo xiii». Kramer 1977: 111 «Für das Dolomitenladinische können wir die Palatalisierung ziemlich sicher auf das 15./ 16. Jhd. datieren» 9 . Pellegrini 1972: 357 «È ormai assicurato che la palatalizzazione di ka e ga anche in Friuli non è di certo antichissima e che non ha alcun rapporto con l’analogo fenomeno del gallo-romanzo; vi sono parecchi indizi che . . . non deve esser anteriore ai secoli xii-xiii . . . ». Tagliavini 1972: 385 « . . . il fenomeno sia relativamente recente . . . In tal modo, la differente cronologia vieta di ritenere la palatalizzazione di ca e ga come un fenomeno comune al Ladino e al Francese . . . ». Grad 1969: 106 «Sarebbe dunque per il periodo tra l’11 o e il 14 o secolo che si potrebbe fissare la data della palatalizzazione . . . in friulano . . . ». Pellegrini 1969: 49 «È verosimile che ka k’a abbia attecchito definitivamente ad Est del Livenza verso il sec. xiii . . . dalla Padana [sic] che verso il 1000-1200 era ancora incerta tra ka e k’a . . . » 10 . 27 La palatalizzazione di ca e ga nell’arco alpino orientale 8 La datazione proposta da A. Grad risulta invece dubbia per almeno due ragioni: i prestiti analizzati sono più probabilmente veneti anziché friulani (cf. Benincà 1995: 49), e anche se lo fossero, non è necessario che lo sloveno rispondesse con una palatale alla palatale friulana (cf. Craffonara 1979: 73). 9 Questa datazione, che si basa soprattutto su Battisti 1931: 73-75, 151-53 è stata successivamente abbandonata da Kramer stesso (cf. Kramer 1992: 143). 10 Questa datazione è accettata anche da Vigolo 1986: 66. D’altra parte riflessioni di carattere strutturalistico (la palatalizzazione di ca e ga deve essere avvenuta prima della delabializzazione di k w a e q w a) hanno spinto Politzer 1967: 67 e sulla sua scia Craffonara 1979: 93 a datare la palatalizzazione di ca e ga come in ogni caso conclusa già nel primo millennio 11 . Questa datazione è stata accolta tra l’altro da Rohlfs 1981: 16 e da P. Tekavcˇ ic´ 1981: 272 e ultimamente, limitandosi all’area grigionese, anche da W. Eichenhofer che colloca - di nuovo con argomenti strutturalistici: la palatalizzazione di ca, ga doveva essere attiva contemporaneamente alla presenza di [ü] nel soprasilvano - nel ix secolo il termine ante quem per l’avvenuta palatalizzazione, mentre ne fissa il possibile inizio nel vi secolo (non rigettando, ma soltanto retrodatando lo scenario sviluppato nella teoria di H. Schmid, cf. Eichenhofer 1989: 29, Liver 1995: 78). Infine, anche Benincà 1995: 49 dubita che la palatalizzazione abbia raggiunto le aree periferiche (peri-)alpine appena quando nel resto dell’Italia settentrionale era già estinta. 2.2 La presenza della palatalizzazione di CA e GA nell’Italia settentrionale Volendo ora addurre argomenti a favore di una delle due teorie, che finora si presentavano inconciliabili (cf. Vigolo 1986: 66), ci sembra importante sottolineare che le numerose ricerche di G. B. Pellegrini e della sua scuola, in particolare di M. T. Vigolo, hanno notevolmente ampliato i dati sulla presenza della palatalizzazione di ca e ga nella Pianura rispetto a quelli conosciuti e presentati da Heinrich Schmid, confermandone - proprio con argomenti areali (cf. Vigolo 1986: 76s.; Pellegrini 1985: 269) - l’assunto fondamentale, e cioè che la palatalizzazione fosse un fenomeno indigeno e endemico nell’intera Italia settentrionale. Si confrontino i seguenti esempi 12 (visualizzati nella Carta dei Dialetti d’Italia di G. B. Pellegrini e nella cartina n° 1) in: area trentina AIS 332: Favèr di Cembra: cˇa per ka, g˘a per ga (prima metà del xx secolo, Pellegrini 1991: 48) AIS 344: Roncegno: giampa calzoni gamba (Vigolo 1986: 68); per la Val Sugana è inoltre documentata la pronuncia chia per ca (Pellegrini 1991: 35); ʃ ’gianda, gianda, ʃ ’giandona sgualdrina gaudere (Vigolo 1986: 71); attestazioni nella toponomastica della Valle di Pinè (Wartburg 1950: 55) A: Trento: ʃ ’giandona sgualdrina gaudere (Vigolo 1986: 71) B: Rovereto: ʃ ’giandóm straccione gaudere (loc.cit.) 28 Paul Videsott 11 Secondo L. Craffonara 1979: 87 ci sarebbero indizi per una palatalizzazione conclusa ancora prima («Könnte die Palatalisierungsperiode möglicherweise bereits um 700 abgeschlossen gewesen sein? »). Pellegrini 1982: 49 ritiene invece che il passaggio k w a ka abbia provocato ca c´ a e che un timbro fortemente velare della a nel primo caso abbia permesso di tenere distinti i due sviluppi. Però già il numero molto esiguo degli esempi soggetti alla delabializzazione rispetto a quelli soggetti alla palatalizzazione rende molto improbabile questa successione, anzi parla a favore dell’ordine inverso. 12 Grafia e etimi delle fonti originali sono stati mantenuti. area veneta AIS 335: Belluno: chian e giate (xvi secolo, op.cit.: 69); g˘ondina gozzoviglia gaudere (op.cit.: 71); jamba (Visone) gamba (op.cit.: 68); g˘aburo, g˘iburo zotico *gaburo- (Pellegrini 1991: 36) C: Revine: g˘onda, ionda gozzovigliare gaudere (Vigolo 1986: 71); cialto specie di cassetto calthus; ianba < gamba (op.cit.: 68); Croda longia (top.) longa (Tomasi 1992: vi); cˇoldèl scompartimento interno della cassapanca calathellus (loc.cit.); scˇat fruscello skat (loc.cit.) AIS 346: Tarzo: cˇalt caldo calidus (Pellegrini 1991: 36) D: Vittorio Veneto: scˇat fruscello skat (Tomasi 1992: vi); Chiamp campus (San Lorenzo di Vittorio Veneto) (Vigolo 1986: 68) E: Treviso (dintorni): cialto scompartimento interno della cassapanca calthus (Tomasi 1992: vi); Chiampo (top.) campus (Pellegrini 1991: 26); g˘aburo, g˘iburo zotico *gaburo- (op.cit.: 36) F: Cereda: jonda (soprannome) gaudere (Vigolo 1986: 71) G: xiii Comuni: esempi nei prestiti romanzi del lessico appellativo, p.e. wrentáa Lager aus Ästen branca (Pellegrini 1983: 110s., Vigolo 1986: 68), Contrada del Chian (top., Roana) canis (Vigolo 1986: 69) H: Breganze: Chiaon e Cˇ aon (top.) *cav-, *gab- (? ) (op.cit.: 75) AIS 363: Vicenza (dintorni): Chiampo (top.) campus (op.cit.: 68); Chiastel d’Isopo (top., Recoaro) castellus (Pellegrini 1991: 36); Chiaregon (top., Lessinia) cathedra + -one (loc.cit.) I: Padova: oyo de vachia (fine xiv secolo) anathemis cotula vacca (Vigolo 1986: 70) AIS 376: Venezia: chian, chiani (xiv secolo) (op.cit.: 68); giondar o far gionda godere, gongolare gaudere (op.cit.: 71); ciavon o chiavon mugil capito caput (op.cit.: 72); s-ciavete de spago gavette di spago (s)ca- (? ) (op.cit.: 74) J: Chioggia: far sgianda rompere tutto gaudere (op.cit.: 71); ciavon o chiavon Mugil Capito caput (op.cit.: 72); ciavarin piccoli del mugil cephalus caput x ciavare fottere, imbrogliare (loc.cit.) AIS 393: Polesine: ʃ ’giondanare e ʃ ’giondanón girandolone gaudere (op.cit.: 71) L: Marano Lagunare: ciavarin piccoli del Mugil cephalus caput x ciavare fottere, imbrogliare (op.cit.: 72); g˘avizo spicara vulgaris garum (op.cit.: 73) AIS 376: Grado: fâ gianda gozzovigliare gaudere (op.cit.: 71) area lombarda AIS 209: Valtellina: attestazioni sporadiche, tra l’altro: ts ´aura capra (Valfurva), táo cauda, tsöla caviglia (Livigno) (Wartburg 1950: 55, Schmid 1956: 55) AIS 205: Chiavenna (dintorni): attestazioni sporadiche (Wartburg 1950: 55, Schmid 1956: 55) M: Busto Arsizio: chian cane canis (Schmid 1956: 55, Vigolo 1986: 69) N: Breme: c´ a casa casa (Pellegrini 1991: 36); g˘at gatto cattus (loc.cit.) O: Storo: attestazioni sporadiche (Schmid 1956: 55) AIS 249: Bagolino: attestazioni sporadiche (loc.cit.) area ticinese attestazioni (sporadiche) nelle valli e paesi di: AIS 41: Maggia (Zamboni 1995: 61) AIS 42: Verzasca (Wartburg 1950: 55, Schmid 1956: 55) AIS 31-32: Leventina (loci cit.) AIS 53: Blenio-Biasca (loci cit.) P: Isone (loci cit.) AIS 70: Indemini (loci cit.) Q: Brissago (loci cit.) 29 La palatalizzazione di ca e ga nell’arco alpino orientale area piemontese AIS 116: Domodossola (dintorni): attestazioni sporadiche (loci cit.) chian cane canis e numerosi altri esempi (Pellegrini 1985: 269s.) area ligure AIS 178: Genova: ciantê e cantê cantheriu (Schmid 1956: 56) AIS 184: basso Monferrato: jazza gazza gaia (cf. anche la colonia gallo-italica di San Fratello) (loc.cit., Vigolo 1986: 69) Viene così confutata anche la teoria secondo la quale tali esempi siano da attribuirsi a dei prestiti ladini o friulani (relativamente all’area veneta) o francesi o franco-provenzali (relativamente all’area piemontese) 13 . In quanto alla cronologia della palatalizzazione, nell’area ora delimitata, le prime prove dirette risalgono agli inizi del xiv secolo (il famoso chian veneziano di Fra Paolino Minorita, cf. Vigolo 1986: 68), mentre per le fasi precedenti si hanno a disposizione soltanto indizi indiretti (grafie ipercorrette <ca> per <cl> scaturite da una fase intermedia comune ca k’ e cl k’, cf. Schmid 1956: 71, Pellegrini 1991: 35). 2.3 La presenza della palatalizzazione di CA e GA nella Romania sommersa alpina Un’analoga operazione di «archeologia linguistica» condotta sulla presenza della palatalizzazione di ca e ga nel territorio della Romania sommersa alpina (atesina e transalpina) permette di trarre conclusioni analoghe: anche qui affiorano numerosi esempi di ca e ga palatalizzati, i quali, riguardando soprattutto toponimi, sono esempi sicuri di palatalizzazione in loco, cioè indigena. Inoltre, la determinazione del periodo di intedescamento di queste aree dovrebbe offrire un termine ante quem per la presenza del tratto linguistico in questione. Tale argomentazione è già stata applicata agli esempi di palatalizzazione finora noti sulla sponda sinistra dell’Isarco e nell’alta Val Venosta (cf. cartina n° 1) 14 : (1) Valle di Funès/ Villnöß (1a) Tschampeton (1450 Tschampertaner) campus + pratone (DTA 5/ 2: 828) (1b) Tschamlöng campus + longus (DTA 5/ 2: 829) (1c) Tschamplun (1317 Chanplunch) campus + longus (DTA 5/ 2: 830) (1d) Tschanbach campus + ted. Bach rivo (DTA 5/ 3: 831) (1e) † 1547 Tschanggmun campus communis (TONK 3: 1013, DTA 5/ 3: 832) (1f) Tschantschenon (1778 Ttschantschenan) campus + cenare (DTA 5/ 2: 834)] 15 30 Paul Videsott 13 In questo senso si erano espressi tra l’altro Ascoli 1873: 463, Stussi 1976: 450, Lausberg 1969: 57 e Levi 1927. 14 Gli esempi citati sono desunti soprattutto dai relativi volumi del DTA, di cui sono state mantenute (come già in 2.2) la grafia e - salvo eccezioni segnalate - le proposte etimologiche, comprese quelle dubbie contrassegnate da (? ). La croce † indica nomi desunti dagli archivi, oggi non più conosciuti. 15 È più probabile una connessione con il gardenese cianon stipa pennata . (1g) Tschnaschen cannacea (? ) (DTA 5/ 2: 841) (1h) † 1774 Tschampertun campus + pratone (a Gudon, TONK 3: 947, cf. DTA 5/ 2: 1084) (2) Laion/ Lajen (2a) † 1778 Tschän campus (DTA 5/ 2: 2051), cf. anche i derivati Tschampil campus + ted. Bühel colle (a causa della ì, cf. DTA 5/ 2: 2050) e Tschanberg ted. Berg alpe, monte (DTA 5/ 2: 2052) (2b) Tschangemun (1778 Tschángemun) campus + communis (DTA 5/ 2: 2054) (2c) Purgia *parricatum (? ? ) (DTA 5/ 2: 1826) (3) Zona di Castelrotto/ Kastelruth (3a) Tschafornack (1392 Tschfernack) caverna + -occu (TONK 1: 178; DTA 5/ 3: 865) 16 (3b) † 1780 Wis in Tschaforn caverna (? ) (DTA 5/ 3: 866) (3c) † 1690 Tschamardun campus (? ) (DTA 5/ 3: 867a) (3d) † 1721 Tschamines caminus (DTA 5/ 3: 867) (3e) † 1721 Tschamlöll caminus + -ellus (DTA 5/ 3: 869) (3f) † 1680 Schanbellen campus (? ) (DTA 5/ 3: 733a) (3g) Tschamlell (1680 Schamblel) camera (DTA 5/ 3: 1224) 17 (3h) † 1480 Chasal unter Runckatz casalis (DTA 5/ 3: 2248) (4) Tires/ Tiers: (4a) Tschamin (1598 Tschaminbach) caminus (TONK 3: 949, DTA 5/ 3: 2647), cf. anche il derivato Tschaminkofel (DTA 5/ 3: 2649) (4b) Tschaminatschwiesen camminus + -aceus (DTA 5/ 3: 2648) (4c) Tschamp campus (DTA 5/ 3: 2650) (4d) Tschanderdoi campus/ canthus (? ) (DTA 5/ 3: 2651) Rimangono invece dubbi i seguenti casi nella Val d’Isarco: (2d) Tschappackerle (cf. DTA 5/ 2: 2055: etimologia oscura) (2e) Tschatterlin (cf. DTA 5/ 2: 2056: la mancanza di forme antiche ostacola la ricerca etimologica) - entrambi a Laion/ Lajen, nonché (5) Tschahàuner (1747 Tschachaun) (cf. DTA 5/ 1: 419: certamente pretedesco, ma per la mancanza di forme antiche e meglio conservate, indecifrabile) e (6) Tschifnón (1284 Schivenan) (cf. DTA 5/ 1: 420: un’ulteriore precisazione non è possibile] 18 - entrambi nel comune di Velturno/ Felthurns. Questi due ultimi esempi 19 sarebbero in particolar modo significativi, perché si trovano sulla sponda destra dell’Isarco, la cui germanizzazione viene comunemente ritenuta anteriore al xii secolo (cf. TONK 3: 964, Richebuono 1980: 229). 31 La palatalizzazione di ca e ga nell’arco alpino orientale 16 Una formazione analoga potrebbe nascondersi anche in 1412 Mul ze Fernacken a Prutz nell’alta valle dell’Inn, riduzione possibile sia di Tschavernackh che di Rovinagg (TONK 1: 179). 17 Pare invece più probabile che gli esempi 3e-3g siano da collegarsi allo stesso etimo campus. 18 Un etimo con ca è possibile: per la resa di -aneolatina pretonica con -itedesca, cf. i n° 23 e 26-28; si presume una base cav-/ cavern-. 19 Cf. anche DTA 5/ 1: 883: † 1740 Tschafell a Lazfons: sembra essere jugum, ma: un tipo *cavella o *gavella premetterebbe la recente palatalizzazione di cain cˇa-. In alta Val Venosta solo le località più appartate conservano un’affricata come esito della palatalizzazione, mentre nella maggioranza dei casi oggi i toponimi presentano una fricativa oppure una dentale 20 : (7) Valle di Mazia/ Matsch (7a) † 1536 Awaschaulda aqua cal(i)da (DTA 1: 2636) (7b) Tumplaun (1454 Camplan) campus + planus (DTA 1: 3048) (7c) Tumpascin (1523 Gamptschin, 1593 Gumpsina, 1729 Chiompaschin) campus + -aceus + -inus (DTA 1: 3041) (8) Planol/ Planail (8a) Tumdadanter campus + de-ad-inter (scil. aqualis) (DTA 1: 1348) (8b) Tumgrånt (1643 Gampgranndt, 1775 Tängrant) campus + grandis (DTA 1: 1349) (8c) Tumgrìll (1643 Gampgrill, 1775 Tängrill = Grillacker) campus + ? (DTA 1: 1350) (8d) Tumpatsch (1755 Gumpätsch) campus + -aceus (DTA 1: 1351, Plangg i.c.d.s.: 5) (8e-g) Tumplaun (1643 Camplaun) campus + planus, presente ben tre volte (DTA 1: 1352- 54) (8h) Tumplaunen (1775 Gumplaun(a)) campus + planus (DTA 1: 1355) (8i) Tumwall (1694 Camwall) campus + aquale (DTA 1: 1356, Plangg i.c.d.s.: 5) (8j) Zetjåmbs (1643 Zotgambs) subtus + campos (Plangg i.c.d.s.: 6) (8k) Zetjáses (1643 Zutiases) subtus + casas (op.cit.: 7) Prato allo Stelvio/ Prad (9) † 1778 Tschamplayra *campellu + -area (DTA 1: 3582) Stelvio/ Stilfs (10) Fåchiava (1531 Valgkaef, 1775 Valgäbä, 1787 Valgiäbä) vallis + cava (DTA 1: 3789) (11) Tampes davò (1596 Tampesdaffa) campus + deforis 21 (DTA 1: 3628) Laudes/ Laatsch (12) † 1616 in Gialwuls *calava (? ? ) (DTA 1: 2173) Montechiaro/ Lichtenberg (13) † 1297 zu Chavair caprarius/ cavarea (? ) (DTA 1: 4170) Burgusio/ Burgeis: (14) Galgan (1390 in Calcanges, 1525 Kalkain, ma 1694 Galgyan con <gy> che dovrebbe indicare una palatale) *calcaneus (DTA 1: 1484) (15) Tubre/ Taufers im Münstertal (15a) Kalven (1117 Calavaina, 1617 Chialavaina, 1682 Challavaina) *calava + -ena (DTA 1: 4601) 32 Paul Videsott 20 Cf. DTA 1: 1344. Una dentale da una precedente velare premette naturalmente una fase intermedia [k’] (o [c] nella notazione IPA). Tale sviluppo non è frequente (nell’arco alpino orientale sembra limitato all’alta Val Venosta), tuttavia è documentato anche in altre lingue che hanno adattato palatali neolatine: cf. il basco tipula cepulla, il cimbro tengl cingula e il berbero tsilkit celsa (cf. Nève de Mévergnies 1976: 19). 21 L’etimo corretto di davò è invece de post (cf. EWD 3: 114). (15b) † 1635 Chiamp da Sann Polin campus + paulus (DTA 1: 4622) (15c) † 1755 Chiamp del ual campus + aqualis (DTA 1: 4623) (15d) † 1755 Chiamp de la Mola campus + mola (DTA 1: 4624) (15e) Chiantac’ canthus + -aceus (DTA 1: 4625) (15f) Chiasolac’ (1512 Casselatsch, 1689 Chiasalatsch) casale + -aceus (DTA 1: 4626) (15g) † 1694 Chiompläz campus + platea (DTA 1: 4627) (15h) † 1635 Chiamp de latas campus + latta (DTA 1: 4628) (15i) † 1694 Chiomp da peter campus + petra (DTA 1: 4629) (15j) † 1755 Ciaschinas caseina (DTA 1: 4631) (15k) Ciasté Sot castellum + subtus (DTA 1: 4632) (15l) Ciaunter trui canthus + *trogiu (DTA 1: 4633) (15m) Ciavalàc’ (1556 Cafalatsch) caballus + -aceus (? ) (DTA 1: 4634) (15n) Ciombiert (1775 Chiomp värt) campus + viridis (DTA 1: 4635) (15o) † 1755 Ciomp de la curezza campus + de illa + corrigia (? ) (DTA 1: 4636) (16) Slingia/ Schlinig (16a) Ghiandusa [g˘] *ganda + -osus (DTA 1: 1892) (16b) Ghiant (1775 Giänt, Tiänt) *ganda/ canthus (? ) (DTA 1: 1893) (16c) Ghiantaut (1527 Candalt) canthus + altus (DTA 1: 1894) (16d) Djånda *ganda (Plangg i.c.d.s.: 7) (16e) Jondapalí *ganda + palude (loc.cit.) (16f) Tjoncèt canthus + conceptus (? ) (DTA 1: 1978) Curon/ Graun (17) Gjåndéll ganda + -ella (Plangg i.c.d.s.: 7) Vallelunga/ Langtaufers (18) Tåmársch campus + arsus (op.cit.: 5) Resia/ Reschen (19) Tschompen (1697 die Tschammper Heiser) campus (DTA 1: 454) (20) Tschansúr campus + supra (Plangg i.c.d.s.: 7) Nauders (in territorio austriaco, ma appartenente al sistema vallivo venostano) (21) Giandersbichel e Giandersbìldbach ganda/ canthus (? ) (DTA 1: 78) Giamres cameras (Plangg i.c.d.s.: 7) (22) Spiss (in territorio austriaco, ma appartenente al sistema vallivo engadinese) (22a) Samsott (1697 Gambsoth, Gyambsoth) campus + subtus (22b) Samsura (1697 Gambsura, Gyambsura) campus + supra (22c) Samstret (1697 Gambstreth, Gyänstreth) campus + strictus (22d) Sanacrusch (1697 Gambdecruß, Gyandelecruß) campus + cruce (22e) Giamdelekuhacker (1697 Ganndelegue) campus + coda (22f) Schamschäras (1775 Giamsöres) campus + serra (? ) (gli esempi 22 tutti da Gusenbauer/ Jenewein/ Plangg 1999: 31s.) Appartenendo però la sponda sinistra della Val d’Isarco e l’alta Val Venosta (fino alla linea Mazia-Stelvio) a quelle zone dell’Alto Adige che sono state germanizzate solo in era moderna (cf. DTA 1: 73s., TONK 3: 964, Richebuono 1980: 230, Kat- 33 La palatalizzazione di ca e ga nell’arco alpino orientale tenbusch 1987: 160), gli esempi appena citati potrebbero anche combaciare con l’ipotesi di una palatalizzazione importata dalla Pianura appena dopo il xii secolo. In questo senso si esprime soprattutto B. Gerola 1939: 117s.; cf. anche Pellegrini 1972: 165: Anche l’evoluzione ca c´ a . . . non è endemica né antica nella fascia alpina, ove penetrò probabilmente irradiando dalla Pianura . . . La riprova della bassa antichità dell’evoluzione nella fascia alpina grigione-dolomitica è data dal comportamento del materiale pretedesco nelle aree intedescate del Reno, dell’Inn, dell’Adige-Isarco. Se escludiamo alcune zone a contatto diretto con gli attuali nuclei ladini . . . non troviamo nei dialetti tedeschi traccia di questa evoluzione . . . è sconosciuta nella valle di Montavón . . . Condizioni analoghe troviamo nel bacino dell’Inn: non solo l’evoluzione ca c´ a è naturalmente sconosciuta nel Vorarlberg e nel Tirolo, ma essa manca pure nell’alto Inn austriaco . . . La stessa constatazione possiamo ripetere per l’Alto Adige. Tolta l’Alta Venosta . . . non troviamo traccia della palatalizzazione nelle vallate atesine, se non in qualche punto sporadico della fascia isarchese adiacente alla Gardena. Tale affermazione è invece stata rettificata supra riguardo all’alta valle dell’Inn (cf. i nr. 21s.) e viene ulteriormente incrinata dai seguenti esempi in posizione notevole (di cui uno con documentazione molto precoce): (23a) Tschifernaun (1278 Schifernaun) presso Meransa/ Meransen all’ingresso della Val Pusteria *cavernone < caverna (TONK 1: 39, Anreiter 2000: 140); (23b) Tschafreit capra + -etu a Ciardes/ Tschars (TONK 3: 959) e (23c) Tschafrai capra + -etu a Laces/ Latsch (TONK 3: 961), entrambi nella bassa Val Venosta 22 . Alla luce della presenza di numerosi esempi di palatalizzazione anche nel Tirolo settentrionale e orientale, nel Vorarlberg e nella Romania sommersa svizzera, si impone invece il capovolgimento dell’argomentazione di B. Gerola: la palatalizzazione di ca, ga non è un’evoluzione recente, perché manca in questi territori, bensì uno sviluppo antico, proprio perché è presente anche nella Romania sommersa a nord dello spartiacque alpino 23 . Innanzitutto sono da segnalare le cospicue prove di palatalizzazione nella Valle dello Stubai (24), a sud-ovest di Innsbruck: (24a) Tschafalles cavare + suffisso (TONK 1: 10) 24 (24b) Tschafatten cavare + -atu (TONK 1: 10, 2: 206) (24c) Tschafinnes *cavinies (TONK 1: 81) 34 Paul Videsott 22 Per 23b e 23c sembra invece più plausibile un etimo *cavar-etu (cf. 24a, b, c, 27s., 43), visto che nella nostra area -etu normalmente non viene suffissato a nomi di animali. 23 Eichenhofer 1989: 26 usa un’argomentazione simile per un territorio molto più ristretto: «Der gemeinbündnerromanische Reflex aus c + á . . . kann schon deshalb als alt angesehen werden, weil er in gesamt Romanischbünden vorkommt/ vorkam». 24 Tschafalles ricorda l’oronimo Kafell nella zona dell’Achensee, a sud dello Juifen < jugum (O. Gsell). (24d) Gschnals vallis + canalis (TONK 2: 717) (24e-f) Kuhgschwätz e Stiergschwätz (pascoli presso la malga Franz Senn) capitium (TONK 2: 647s.) 25 Nella vicina (a sud) valle di Gschnitz (25) sono documentati i toponimi: (25a) Falschwern vallis + caverna (TONK 2: 651) (25b) Gschnitz (1375 Chasnitz) *cassan-itiu gall. cassanos quercia ( fr. chêne, TONK 2: 651) (25c) Vanggenol (xiv sec. Valchanal) vallis + canalis (TONK 2: 651). Il toponimo oggi presenta la velare, ma nel XIV secolo è documentato come Valchanal, con il grafema <ch> che sembra indicare la palatalizzazione. Falschwern, di sicura etimologia, e i molti esempi nel vicino Stubai dovrebbero valorizzare questa ipotesi. A Landeck si trovano tracce della palatalizzazione nel toponimo: (26) Schifenatzle caverna + -acea + diminutivo tedesco (Schmid 1974: 136). Particolarmente degni di nota per la loro posizione geografica sono: (27) Schifernei caverna + -etum (TONK 2: 753, Schmid 1974: 124) sulla destra orografica dell’Achensee e (28) Schiferoi capra + -aria (Ölberg 1984: 43) a Kundl (bassa valle dell’Inn) 26 . Nel Tirolo orientale la palatalizzazione è generale nella toponomastica del vasto comune di Kals (29), ai piedi del Großglockner. Sono documentati una cinquantina di casi 27 , tra cui oltre una dozzina di (29a) Tschamp campus (TONK 1: 218, Odwarka 2000: 205), anche con esiti fricativi: Schamp (Odwarka 2000: 208), e di (29b) Tschadin catinus (TONK 1: 39, 218; Odwarka 2000: 205), tra cui lo sviluppo speciale Gschedin Tschadin (TONK 3: 1077). Cf. inoltre: (29c) Pfortsche furca (Odwarka/ Pohl 1998: 8) e (29d) Tschazlinz *capitalinu (? )/ captiare (? ) (Pohl/ Odwarka 1997: 263) 28 . Notevoli sono anche anche i composti: (29e) Tschamperditze campus + praticius (TONK 1: 218) (29f) Tschablonk campus + longus (Pohl 1997: 7, Odwarka 2000: 208) (29g) Tschempedel/ Tschampedel campitellus (Pohl 1997: 6, Odwarka 2000: 208) 35 La palatalizzazione di ca e ga nell’arco alpino orientale 25 Questi due ultimi toponimi hanno subito l’influsso secondario dell’etimologia popolare (in tedesco dialettale Gschwätz significa chiacchierata , cf. TONK 2: 647). 26 I nr. 26-28 testimoniano nella loro fonetica una tedeschizzazione avvenuta già nel xii secolo: riduzione della -apretonica romanza in -itedesca e sostituzione della -vromanza con -ftedesca. 27 Sono elencati completamente in Odwarka 2000: 208. 28 Pare invece più plausibile l’etimo castellu. (29h) Tschabläun da campellone (Odwarka 2000: 208) (29i) Tschadinepfohlalm catinus + follis burrone + ted. Alm malga (op.cit.: 205) (29j) Schantefroi campus de ferraria (op.cit.: 208). Dubbi sono invece gli esempi riscontrabili nel Paznaun (30) (valle ad ovest di Landeck), perché la loro etimologia è tutt’altro che chiara: (30a) Tschatsche (1785 Tschatschner) casa + -acea/ *captia (? ) (Jaufer 1970: 41) (30b) Galtschere (xviii sec. Galseren Acker) calcarea (? ) (op.cit.: 57) (31) Tschafein (1427 Tschefein) cavare + -inu (? ) (TONK 1: 50)/ -enu (Jaufer 1970: 40). In ogni caso sarebbero da attribuire ai coloni engadinesi che hanno colonizzato la vallata appena nel xiii secolo e perciò non sono utilizzabili per la nostra dimostrazione. Nel Vorarlberg invece, la palatalizzazione è documentata tra l’altro in questi casi a sud della linea Hirschensprung-Rankweil-Götzis: a) nel Montafon a: Bürserberg (32) Burtscha bifurca (Plangg 1994: 38) (33) Vandans (33a) Schandáng (1504 Standawn, 1769 Tschandaun) capitanus aiutante del malgaro (Plangg 2000b: 71) 29 (33b) Muntschnéi monte + cannetu (Plangg 1999a: 46) (33c) Schaukopf caput + ted. Kopf (tautologia onimica) (op.cit.: 48) (34) Tschagguns (34a) Lan(t)schau lignum + caput (op.cit.: 46) (34b) Bleinischau (1502 Pleinschaun) planum + caput (op.cit. 48) (34c) Schaukopf caput + ted. Kopf (loc.cit.) Gaschurn (35) † 1668 Gjamp campus (op.cit. 45) (36) † 1668 Boffizigiambe Tobel campus + rr. uffizi (loc.cit.) b) nel Walgau a Schnifis (37): (37a) † 1363 Schguding catinus (Plangg 2000b: 71) (37b) † 1400 Schgaus, Gschaus scamnum (loc.cit.) (37c) Gschading (1363 Schgudingin) catinus (Plangg 2000c: 268) c) nel Großes Walsertal a St. Gerold: (38) Alp Schgasun casone (op.cit.: 270) (39) † Schaschuw campus supra (loc.cit.) 36 Paul Videsott 29 Interessante la resa di [c´ -] con [át-], che non è un caso isolato nel Walgau, e che testimonia un influsso tedesco molto forte (Plangg 2000b: 71). La palatale viene prima resa approssimativamente in forma inversa <sta, stu> = [át], e poi con <tsch-> = [tá]. Cf. anche i nr. 37b, 37c e 38, dove la palatale viene resa nella forma inversa <schg>. d) nel Klostertal a: (40) Innerbraz (40a) Tschatschan (1411 gu[o]t daz ma ne(m)pt zschalzschan) calcaneum (Plangg 1999b: 328) e (40b) Tschalanta (sec. xv waid genant walduort tschalannten; sec. xvi Maiseß Galantha) *calanda calare (loc.cit.) (40c) Schaukopf caput + ted. Kopf (Plangg 1999a: 48) (41) Dalaas (41a-e) Tschalanta *calanda calare (Plangg 1999b: 328), presente ben cinque volte Klösterle (42) Tschalanta *calanda calare (loc.cit.) (43) Tschifernelle (oronimo nella catena del Silvretta) caverna + -ella (Schmid 1974: 136). Per il Canton San Gallo, sono state proposte le seguenti etimologie: (44) † Tschalfinga (1422 Schalfingen, 1521 tschalfingen) a Walenstadt calvus/ scala + vinea (? ) (Kuhn 1999: 118) (45) † Tschafraubach (1399 schifraus, 1420 Tschafra bach) a Wartau cattia + foratu (? ) (Vinzenz 1992: 210) Nella Svizzera interna, Schmid (1980: 142-55) segnala Tschalun scala + -one 30 a Oberiberg (46), nel Muotatal (47) e a Gersau (48), nonché (49) Rotschalp rocca a Brienz (qui spiegato come forma francoprovenzale, cf. anche Pfister 1985: 86). Anche se alcune delle etimologie qui menzionate sono dubbie (o potrebbero rivelarsi errate), ciò non muterebbe il quadro generale di una reiterata presenza della palatalizzazione anche nella Romania sommersa a nord dello spartiacque alpino. 2.4 Ulteriori considerazioni cronologiche e tipologiche sulla palatalizzazione di CA e GA Come nella Pianura Padana, anche nella Romania sommersa alpina mancano testimonianze dirette della palatalizzazione precedenti il xiii secolo (1278 Schifernaun) 31 , ma possono valere come indizi indiretti per una palatalizzazione precoce: 37 La palatalizzazione di ca e ga nell’arco alpino orientale 30 <tscha> da scatestimonia uno sviluppo romanzo, mentre in bocca tedesca scasi sarebbe ridotto a [áa]. 31 K. Finsterwalder in TONK 1: 10 cita per il xiii secolo ulteriori forme <Schamplung>, <Schampflur> (da Huter 1937), che purtroppo non ci è stato possibile rintracciare. a) La presenza della palatalizzazione stessa, visto che tutti gli altri tratti fonetici riscontrabili nel romanzo sommerso alpino, in quanto non panromanzi oppure dovuti alla conservazione di condizioni latino-volgari, risalgono al primo millennio (cf. Kramer 1992): tra l’altro la sonorizzazione delle occlusive e della [s] intervocaliche, la degeminazione, l’apocope delle vocali finali non accentate meno la a, il passaggio di ü ü 32 , la dittongazione di é e ó in ei e ou 33 , la nasalizzazione delle vocali e l’instabilità delle nasali stesse 34 . Queste caratteristiche si ritrovano sia nella Cisalpina che nella Gallia, specie settentrionale, e documentano la sostanziale unitarietà (in questo caso: fonetica) della Cisalpina, ma anche la sua appartenenza al geotipo galloromanzo (cf. 3). È invece importante sottolineare che tali caratteristiche, come si può dedurre già dall’inclusione della sonorizzazione e della degeminazione, non sono esclusive, ma costitutive del tipo galloromanzo. Ad esse si aggiungono vari tratti morfo-sintattici (p.e. l’uso più prolungato del sistema a declinazione bicasuale, cf. Gsell 1996: 577, oppure il pronome soggetto obbligatorio) e moltissimi esempi lessicali 35 . Le innovazioni invece che si sono diffuse dalla Pianura Padana appena nel secondo millennio (p.e. la palatalizzazione di l postconsonantica, l’assibilazione di cˇ e g˘ 36 , la caduta di -s finale, la riduzione di l i - , lo sviluppo alt aÿt) non hanno in nessun caso raggiunto la Romania sommersa transalpina 37 . b) Il periodo della germanizzazione: criterio meno significativo per la Val d’Isarco, l’alta Val Venosta e per la zona meridionale del Vorarlberg, dove il neolatino è sopravvissuto in parte fino all’era moderna, cf. supra, ma almeno 38 Paul Videsott 32 Cf. Schmid 1974: 136 vs. Kramer 1992: 138. 33 Cf. Wartburg 1950: 127-32, Kramer 1992: 141. 34 A queste caratteristiche si dovrebbe aggiungere, benché non documentata direttamente, anche la fonologizzazione della lunghezza in vocali toniche di sillaba finale davanti ad una consonante precedentemente lene in opposizione alle vocali brevi davanti a consonanti precedentemente forti, condizione necessaria per il passaggio di a e. 35 Cinque casi esemplari sono analizzati in Gsell 1997 e 1999. Non è invece decisivo l’argomento che in nessun caso l’isoglossa di questi tratti (specialmente quella della palatalizzazione) corrisponda perfettamente all’area definita galloromanza. L’area di una caratteristica costitutiva non deve assolutamente combaciare con quella del geotipo, come era chiaro all’Ascoli 1876: 387 e come è stato sottolineato più volte da H. Goebl (specialmente 1990). Tali aree contribuiscono invece, in una sinossi quantitativa, a delimitare le zone di maggiore o minore tipicità di un determinato tipo. Questo concetto classificatorio è p.e. ben noto alla biologia (cf. Goebl 1982: 19) oppure alla filosofia (si rispecchia p.e. nella teoria della «Familienähnlichkeit» di L. Wittgenstein, da dove è stato desunto e applicato come concetto-chiave alla semantica dei prototipi, cf.Gsell 2000). 36 Lo sviluppo di c´ in á negli esempi 22, 26-29 è da attribuirsi alla pronuncia tedesca. 37 La riduzione di l i - , documentabile nell’Italia settentrionale già prima del xii secolo, investe la Ladinia Dolomitica e il Friuli, ma non raggiunge i Grigioni. Nella Romania sommersa alpina la grafia <ll> oppure l’esito -ellen da -alia richiamano la presenza di l romanzo (TONK 1: 160, Jaufer 1970: 78). Le forme alt altus conservate nella Romania sommersa alpina sono invece state reinterpretate numerose volte con il ted. alt vecchio : cf. Alte Goste ( costa alta) nella Val Pusteria, e i molti esempi in Schmid 1980: 129s. gli esempi 26, 27 e 28 testimoniano, tramite la loro veste fonetica, una germanizzazione avvenuta già prima del 1200 (cf. Ölberg 1984: 44). c) La posizione di alcune aree che presentano la palatalizzazione: criterio nuovamente non decisivo per la Val d’Isarco, l’alta Val Venosta e la parte meridionale del Vorarlberg, zone rimaste a contatto con aree tuttora neolatine, ma significativo per le zone di Achenkirch e di Kundl nonché per il comune di Kals, che sono tipiche isole di ritiro del neolatino, circondate dal bavarese (Kundl) e dallo slavo (Kals) già prima del x secolo (cf. Pfister 1985: 64-67, TONK 1: cart. G5, Odwarka 2000: 203; proprio a causa della presenza della palatalizzazione a Kals Finsterwalder 1929: 241 ne data l’inizio già prima del 600). A proposito delle aree linguistiche isolate (che vanno confrontate con colonie alloglotte) è stato dimostrato come anche sistemi linguistici chiusi e segregati non rimangono immobili, ma si sviluppano in maniera autonoma: tuttavia situazioni identiche di partenza conducono a risultati finali identici o almeno simili. Applicando questa cognizione alla palatalizzazione di ca e ga, ne risulta p.e. che le condizioni per la palatalizzazione nella Pianura e nell’area alpina dovevano essere simili (se non identiche) e che proprio queste premesse erano presenti nel neolatino parlato a Achenkirch, a Kundl e a Kals già prima del suo isolamento, cioè molto prima del x secolo. Pare perciò lecito dedurre che: a) Nell’intera Cisalpina la palatalizzazione è iniziata già nel primo millennio. b) In tutta questa area fino al x secolo ca. la palatalizzazione era un fenomeno fonetico e non fonologizzato, probabilmente legato alla sillaba tonica (cf. Schmid 1956: 76, Eichenhofer 1999: 212 - tuttavia questa connessione deve essersi allentata ben presto, visto che in tutta la fascia orientale, Tirolo austriaco compreso, la palatalizzazione si realizza indipendentemente dall’accento); c) la sua realizzazione allo stadio fonetico era una occlusiva postpalatale k’/ g’. Partendo da questi presupposti, si impone nuovamente il capovolgimento dell’argomentazione e si rende necessaria la spiegazione dell’odierna assenza (e non presenza) della palatalizzazione in determinate aree della Cisalpina. Questa assenza è dovuta ai fattori seguenti: a) Alla palatalizzazione di l postconsonantica: si spiega così la regressione del fenomeno nella Padania, essendo lo sviluppo ca k’/ ga g’ entrato in collisione fonetica con cl k’ e gl g’, di modo che ca k’ ka e ga g’ ga vs. cl k’ cˇ e gl g’ g˘ (cf. Schmid 1956: 71, Vigolo 1986: 64). b) In zone, dove l postconsonantica non è stata palatalizzata, gli esiti di ca e ga dipendono dallo sviluppo di [ü]: in particolare, secondo la teoria di L. Craffonara 1972: 165, in aree che hanno trasformato la [ü] in [i] ancora nel primo millennio (è il caso della Sure Sutselva), k w a si è conservato, mentre ca 39 La palatalizzazione di ca e ga nell’arco alpino orientale k’a ka (eccezionalmente úa, che testimonia effettivamente una fase generale intermedia k’: cf. soprasilv. tgaun cane , tgau capo ). Solo dove [ü] è documentabile tuttora (o fino a poco tempo fa), lo sviluppo è stato ca k’a c´ a vs. k w a k ü a ka (è il caso della Ladinia Dolomitica, della Val di Non e dei Grigioni Centrali, cf. Craffonara 1972: 165). Unica eccezione a questa regola pare essere l’Engadina bassa, che presenta [ü], ma ha conservato k w a e palatalizzato ca k’a c´ a: qui però la palatale potè essere fonologizzata a causa della continua immissione di parole (nord-)italiane con ka- 38 . c) Naturalmente, anche dove c´ raggiunse lo status fonematico, potè essere restituito seriormente in k per varie ragioni (specialmente sociolinguistiche, cf. Wartburg 1950: 55, Schmid 1956: 55, Pellegrini 1972: 147, Vigolo 1986: 65). d) Nell’odierno territorio della Romania sommersa alpina l’assenza di forme palatalizzate può essere causata anche dagli usi fonetici e grafici del tedesco: un k’ romanzo, in antico alto tedesco - che non conosceva occlusive o affricate palatali - poteva facilmente venire adattato con k sia nella pronuncia che nell’ortografia: cf. i numerosissimi esempi non soltanto nella Ladinia dolomitica (cf. le coppie C´ ianëi/ Kaneid, C´ ianacëi/ Kanetscheid, C´ iampëi/ Kampill, C´ iablun/ Kablon, C´ iampedel/ Kampidell ecc. e Craffonara 1979: 79), ma lungo l’intero confine romanzo-germanico (cf. Schmid 1956: 60, 1980: 154) 39 . Pur tenendo conto dei fattori appena elencati, rimangono tuttavia alcune zone della Romania sommersa che paiono effettivamente prive di palatalizzazioni. Tale impressione potrebbe invece essere riveduta allorché: a) Tutto il patrimonio toponomastico, specialmente nordtirolese, sarà raccolto sistematicamente 40 . b) Verrà definito (in base alle singole occorrenze) in modo inequivocabile il valore fonetico del grafema medievale <g>, che in più di un caso pare rendere una palatale piuttosto che una velare (cf. alcuni esempi di questo uso documentabili nella Ladinia dolomitica: 1325 Ganatscheid per C´ ianacëi, 1325 ze 40 Paul Videsott 38 Notoriamente l’influsso dell’italiano sull’engadinese è stato molto forte, cf. Schmid 1976, Diekmann 1981, 1982 e le cartine dialettometriche pubblicate in Goebl 1984. In quanto al Ladino dolomitico, è significativo per la cronologia della palatalizzazione che uno dei prestiti meridionali più antichi documentabili, capiun mercoledì delle ceneri antico bell. capiuni, è stato introdotto già nel xi secolo con la velare. 39 Questo fattore rende anche comprensibile l’esiguità di testimonianze dirette della palatalizzazione prima del xii secolo. Con quale grafema avrebbe dovuto essere reso un k’, specie in testi latini o tedeschi? Cf. Stolz 1931: 68 e Craffonara 1979: 79 vs. Tagliavini 1972: 385. 40 Attualmente, le raccolte toponomastiche del Tirolo sono ben lungi dall’essere esaustive o paragonabili al DTA per l’Alto Adige, sebbene molti toponimi siano stati analizzati nell’opera imponente di Karl Finsterwalder. Il Tiroler Namenbuch, ideato e elaborato dall’Istituto di Romanistica dell’Università di Innsbruck sotto la direzione di G. Plangg, finora è fermo al primo volume relativo al comune di Spiss. Ellesgäses per Les C´ iases, 1619 Gablanhof per Ciablon, ma anche nel Vorarlberg e nel Tirolo: cf. i nr. 8, 10, 22, 40; cf. inoltre TONK 1: 221) 41 . c) Saranno riviste le etimologie di alcuni toponimi alla luce della possibilità che la palatalizzazione sia stata effettivamente presente già nel primo millennio nell’intera area cisalpina 42 . d) Si stabilirà, caso per caso, se i numerosi Gschlier(s)/ Gschleir(s) *castelleriu dell’area tirolese (cf. DTA 2: 6916, DTA 5/ 2: 414, DTA 5/ 3: 219, TONK 2: 655) abbiano raggiunto il loro aspetto tramite una trafila romanza: *castelleriu *kaslér *k’aslíer bav. *g á aslier g á lìr (con caduta della vocale pretonica) 43 , oppure solamente bavarese: *castelleriu *kaslér bav. ga á lìr g á lìr. Per la corrispondenza di [cˇ] romanza e [g á ] tedesca cf. la coppia Gschlier/ C´ iastlins all’ingresso della Val Badia (DTA 2: 6916) e i nr. 24e-f, 25b, 30b, 37b-c. Cf. evt. anche Gschnals vallis + canalis (24d)/ casinale (in altri luoghi) ecc. e) Saranno accertati alcuni dettagli del cambio linguistico neolatino tedesco: in particolare, ci pare molto probabile che - dopo una fase di bilinguismo - al momento dell’adozione del tedesco, gli stessi locutori neolatini abbiano abbandonato in moltissimi casi la palatale a favore della velare a causa della corrispondenza tra c´ a neolatino (specie allo stadio postpalatale) e ka tedesco che doveva risultare loro trasparente, a prescindere dalla trasparenza del significato dell’appellativo o del toponimo stesso. Le forme con la palatale elencate in 2.2 sono dei relitti sfuggiti a questa conversione, e naturalmente sono più numerose, dove il tedesco si è imposto più tardi. Soltanto ammettendo una generale palatalizzazione nella Romania sommersa alpina e una seguente conversione della palatale in velare, da parte dei neolatini stessi e al momento del cambiamento linguistico, si può spiegare plausibilmente la presenza della palatalizzazione in punti dove altrimenti sarebbe difficilmente spiegabile tramite un processo diffusorio oppure una germanizzazione tardiva (cf. Schmid 1980: 155) 44 . 41 La palatalizzazione di ca e ga nell’arco alpino orientale 41 Cf. Richter-Santifaller 1937: 95, 91; Tarneller 1984, nr. 1626. Sull’uso di <g> per una palatale (o per i - ), cf. Plangg 1995: 176, Craffonara 1998: 192 e Benincà 1995: 50, 52. 42 In particolare, dovrebbero essere rivedute argomentazioni del genere: «Tschangg, con probabile documentazione nel 1281 Hermann der Schangk. Etimologia oscura. Per quanto possa essere incerto il valore fonetico della grafia schdelle forme più antiche, la sua documentazione già nel sec. xiii esclude che tschapremetta un neolatino kacon palatalizzazione» (DTA 5/ 2: 2053); «Tschän campus . . . la palatalizzazione di kain cˇa-, che nella nostra area è propria dei dialetti dolomitici, dell’anauniese e del fassano, mentre non vi partecipa il materiale toponomastico dell’Alto Adige intedescato, se non sporadicamente nelle zone marginali alla Gardena e nell’Alta Venosta, in quei punti, ove il neolatino si estinse in questi ultimi secoli . . . » (DTA 5/ 2: 2051); «Tschafaun (1421 Schaffawn) cavone (Tarneller) . . . questa etimologia urta contro due difficoltà: . . . e specialmente che essa premette che la palatalizzazione di casia un fenomeno medievale, mentre dal Battisti fu dimostrata la seriorità del fonema» (DTA 5/ 1: 2927). 43 Come accennato sopra, la palatalizzazione nell’area tirolese non è condizionata dall’accento tonico. 44 La plausibilità di questa ipotesi è confermata dal comportamento di aree germanizzate appena nell’ultimo secolo, come p.e. Samnaun: l’engadinese parlato a Samnaun conosceva la pala- Alla luce della presenza della palatalizzazione nell’intera Cisalpina come fenomeno fonetico e sin dal primo millennio, si ripropone la questione di una sua eventuale relazione con l’analogo sviluppo nella Gallia transalpina. Tale presenza in ambedue le Gallie non si riesce a spiegare appoggiandosi sulla teoria di un’emanazione diretta in direzione orientale, proposta da Wartburg 1950: 57, e non sembra decisiva nemmeno l’ipotesi, proposta molto cautamente da Schmid 1956: 6-77, che si tratti di uno sviluppo originariamente padano e che tramite la diocesi di Lione avrebbe raggiunto la Francia settentrionale. Alla pari di altri sviluppi linguistici relativi al primo millennio (cf. supra) pare invece verosimile che la presenza della palatalizzazione su un territorio così vasto sia dovuta alla continuazione delle stesse condizioni protoromanze (cf. Gsell 1996: 77), senza dover ricorrere ad un unico centro emanatore; in sostanza si tratta di uno sviluppo poligenetico in aree linguistiche strutturalmente affini 45 , cioè di evoluzione, non di diffusione. Una tale spiegazione è già stata avanzata tra l’altro da Benincà 1995: 49, aggiungeremo perciò che secondo noi l’apparizione della palatalizzazione nella Gallia transe cisalpina (Romania sommersa compresa) è contemporanea. La differenza cronologica nella resa grafica del fenomeno si dovrebbe inserire nel quadro del generale ritardo dell’apparizione del volgare scritto in Italia rispetto alla Francia 46 . 42 Paul Videsott talizzazione dei nessi ca, ga (cf. Ritter 1981: 231) e tale situazione si rispecchia nelle forme originali dei toponimi. Tuttavia, molti di essi dopo il cambiamento linguistico presentano la pronuncia con la velare: cf. <Chachasper> [cˇ α káápør], <Chamins> [k α míns], <Champ radond> [komrødó. nt], <Champatsch> [kompácˇ], <Chomplench> [kumplé˛ ŋ k] (cf. RN). Una situazione analoga si verificherebbe p.e. se la Ladinia dolomitica passasse all’italiano o al tedesco: gli stessi abitanti userebbero Canazei (invece di Cianacei), Furggl (invece di Furc´ ia), San Cassiano (invece di San C´ iascian) ecc. come avviene già adesso, quando si parla italiano o tedesco (anche la microtoponomastica ne viene coinvolta, anche se in minor modo: Canins [invece di C´ ianins], Caselles [invece di C´ iaseles], Costalunga [invece di Costalungia] ecc.). Se i dialettologi futuri in tal caso dovessero decidere sulla presenza della palatalizzazione nella Ladinia dolomitica soltanto in base alle forme scritte dei toponimi, desunti dai documenti e dai catasti (tuttora, i catasti tramandano anche per i microtoponimi le forme «ufficiali» italianizzate o tedeschizzate, prive di palatalizzazione), dovrebbero supporre che anche qui la palatalizzazione fosse stata sporadica, oppure che il cambiamento linguistico fosse avvenuto quando k’ e g’ non erano ancora fonologizzati, ecc. 45 La teoria, secondo la quale questa affinità possa essere dovuta tra l’altro a un influsso del sostrato celtico, verrebbe così tendenzialmente rafforzata (anche se non mancano numerose spiegazioni sistematiche, cf. Ineichen 1985: 96, Zamboni 1995: 62s.). In quanto all’assenza della palatalizzazione nel dominio provenzale meridionale (con l’eccezione dell’area guascone, che conserva k w a), andrebbe valutata la possibilità che anche in quest’area (almeno in parte) la situazione odierna possa essere il risultato di un regresso, alla pari dell’Italia settentrionale. A favore di questa ipotesi sembrano parlare: a) la presenza di toponimi con la palatalizzazione in aree che oggi presentano la velare negli appellativi; b) la presenza di molte forme con grafia sospetta di palatalizzazione nel provenzale antico (giudicate forme settentrionali, cf. Cremonesi 1966: 66); c) vari ipercorrettismi in questi testi (cf. Ronjat 1932: 43-45). 46 Perciò le datazioni proposte da E. Richter (1934: 215s.: anteriore al vi secolo) sono applicabili anche alla Cisalpina. H. Schmid 1956 non si esprime sulla datazione dell’inizio della palatalizzazione nella Cisalpina, sebbene il suo articolo venga spesso citato come prova che la palatalizzazione cisalpina sia seriore a quella galloromanza. In ogni caso, un indizio per la cronologia 3. La palatalizzazione di CA , GA e i confini dell’Italia linguistica nell’anno 1000 La sostanziale unitarietà della Cisalpina del primo millennio 47 (relativamente ad alcuni tratti fondamentali [cf. 2.4], che tuttora vengono individuati come costitutivi del geotipo francese, cf. Bec 1971: 2-17) crea un problema classificatorio in merito alla sua posizione all’interno del mondo neolatino. Problema complesso, che non ha ancora avuto una risposta unanime. In chiave geotipologica, cioè prettamente linguistica, il cisalpino del primo millennio farebbe parte della Romania occidentale, più precisamente, del geotipo galloromanzo. Una classificazione del genere è già stata proposta ripetutamente (Wartburg 1950: 2, Lausberg 1969: 9, Kuhn 1951: 45, Schorta 1958: 2, Schmid 1956: 9, Zamboni 1984: 2, 1995: 3), anche se hanno incontrato più fortuna le classificazioni che attribuiscono il cisalpino - seppure con attenuanti per le sue fasi altomedievali - al sistema italoromanzo (cf. Monteverdi 1952: 0, Tagliavini 1972: 54 Pellegrini 1973: 06) 48 . Le due attribuzioni non si escludono, se la prima si riferisce alla situazione del primo millennio e la seconda a quella del secondo millennio. Una suddivisione invece, che attribuisce anche il cisalpino altomedievale al geotipo italoromanzo 49 , risulta alquanto insoddisfacente dal punto di vista classificatorio: un tale geotipo ingloberebbe caratteristiche tipiche della Romania orientale e quella occidentale, della Romania centrale e quella periferica, della Romania mediterranea e quella continentale (cf. Gsell 1992: 11) 50 . Per le stesse ragioni non è esauriente l’etichetta «italiano gallo- 43 La palatalizzazione di ca e ga nell’arco alpino orientale relativa del fenomeno ci è dato dal passaggio (tramite una spirantizzazione) di [-aka] [-a i a], che deve essere anteriore alla palatalizzazione. Ultimamente sono state avanzate due nuove teorie per l’origine della palatalizzazione: la palatalizzazione sarebbe dovuta ad un influsso di superstrato del francone (cf. Jodl 2000) risp. ad un influsso di superstrato slavo (Alinei 1998, 2000). Essendo però il nostro punto di vista tipologico, la questione genetica della palatalizzazione è di importanza secondaria. 47 Cf. Pfister 1985: 85: «Lautliche Unterschiede zwischen dem im Alpenraum gesprochenen Romanisch und den Mundarten Oberitaliens sind vor dem 11. Jahrhundert nicht feststellbar». Cf. N48. 48 Complice di questa classificazione è sicuramente il forte concetto di «Italia geografica» presente nella penisola appenninica in continuazione dell’Italia augustea (cf. Pellegrini 1972: 167, 1991: 46, 1992: 273). La proiezione di confini politici (moderni o antichi) su situazioni linguistiche sfasate di parecchi secoli rimane però dubbia e astorica: nessuno definirebbe p.e. i confini della Germania linguistica medievale in base ai suoi confini odierni. Effettivamente, come è stato accennato anche durante il xxxiv convegno della SLI a Firenze, la delimitazione dell’«Italia linguistica anno 1000/ anno 2000» in base agli attuali confini politici, ne escludeva p.e. gli idiomi parlati nella Corsica. 49 Tale lettura si può dare ai numerosi riferimenti riguardo all’affinità del ladino con l’italiano settentrionale medievale nei vari scritti di C. Battisti oppure G. B. Pellegrini e di J. Kramer. Cf. anche Vigolo 1986: 61: « . . . per cui non è possibile contrapporre il ladino all’ italiano ». 50 Argomentazioni simili sono già state avanzate da C. Merlo 1924s. e sono state definite da G. P. Pellegrini 1991: 34 una «banale ingenuità» (cf. anche Pellegrini 1995: 6). Sulla visione classificatoria del Merlo - tutt’altro che ingenua - cf. invece Gsell 1992: 211. Gerola 1939: 102-20 e specialmente Pellegrini (1972 passim; 1991: 32-38, 1995: 7s.; cf. anche Vigolo 1986: 60) documentano la presenza di tutti i «tratti ladini» dell’Ascoli 1873: 337 anche nella Padania medievale (verromanzo» che si è voluta dare al cisalpino medievale (Pellegrini 1992: 93). Linguisticamente e storicamente più corrette ci sembrano, invece, le classificazioni che tengono ben distinte le fasi storiche di un qualsiasi idioma (non soltanto nell’ambito italoromanzo) e che prevedono la possibilità di un cambio di orientamento a causa di fattori linguistici interni o esterni. Un tale cambiamento di orientamento (dal geotipo galloromanzo a quello iberoromanzo) viene p.e. postulato per il catalano, e proprio un fenomeno simile è intercorso nell’Italia settentrionale, i cui dialetti, da gallo-romanzi, sono diventati gallo-italici (in questo punto concordano sia Pellegrini 1972: 67 che Gsell 1992: 209; anche il veneto - specialmente quello più influenzato dall’uso linguistico di Venezia - ha subito una simile «toscanizzazione», però più veloce e profonda dei dialetti gallo-italici: cf. la cartina n° 2, riprodotta da Goebl 1984/ 3: 69). Qualora si voglia perciò classificare la situazione linguistica intorno all’anno 1000, ne emerge che il geotipo italoromanzo si fermava ancora lungo la famosa linea La Spezia-Rimini e che a nord di essa vigeva il tipo galloromanzo, che arrivava dal crinale appenninico alle Alpi ed in parte inoltre in territori transalpini. Nell’ultimo millennio i confini dell’italoromanzo si sono indubbiamente spostati verso nord 51 . Gli idiomi cisalpini, che non sono stati investiti dalla toscanizzazione, continuano, in sostanza, invece il geotipo galloromanzo originale, che solamente nel secondo millennio, grazie a sviluppi autonomi, si è trasformato nel geotipo retoromanzo (cf. Pellegrini 1972: 145, Gsell 1992: 210) e francoprovenzale (Ascoli 1878). Riassumendo in tale chiave la problematica della palatalizzazione di ca e ga nella Cisalpina, concludiamo che: a) la palatalizzazione è presente come tratto fonetico nell’intera area già nel primo millennio, b) come tratto fonetico è uno dei criteri costitutivi della Galloromania in senso lato (cf. Zamboni 1995: 61), c) appena con la sua fonologizzazione - avvenuta all’inizio del secondo millennio - è diventata uno dei criteri costitutivi per la Ladinia in senso ascoliano/ gartneriano. Innsbruck Paul Videsott 44 Paul Videsott detto, sul quale concordiamo pienamente): ampliando però l’analisi, esattamente questi tratti ritornano nella Gallia (settentrionale), mentre mancano in questa combinazione al tipo italoromanzo vero e proprio. Un affermazione come « . . . non possiamo disconoscere che la Cisalpina, anche nei suoi dialetti, costituisca una parte assai rilevante, anzi preminente, della nazione italiana» (Pellegrini 1992: 296) è giustificata (dal punto linguistico-classificatorio) soltanto per il secondo millennio. 51 Le isoglosse, che dalla linea La Spezia-Rimini si sono spostate verso il crinale alpino, hanno contribuito a formare dei nuovi confini tipologici (p.e. tra il francoprovenzale e il piemontese, tra il lombardo e il grigionese ecc.), che sincronicamente sono di intensità uguale (o persino superiore) della stessa - però in tal modo ridotta - linea La Spezia-Rimini (cf. Goebl 1982: 55). 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Poligoni grigi: aree affine al geotipo italoromanzo; poligoni neri: aree distanti dal geotipo italoromanzo (= affini al geotipo galloromanzo). Il profilo coropletico è quello di una cartina dissimilarità relativa al punto 999 „italiano standard“ (corrispondente al poligono rimasto biancho in calce al grafico) (cf. Goebl 1984, vol. 1: 129-130, vol. 3: 68-69 e Goebl 1992: 446, 466). La rappresentazione cartografica molto sommaria con solo due grandini cromatici situati sopra e sotto la media aritmetica della rispettiva distribuzione di frequenza permette una visualizzazione molto nitida delle due tendenze geolinguistiche divergenti presenti nell’area cisalpina.