Vox Romanica
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Francke Verlag Tübingen
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Kristol De StefaniAndrea Canova (a cura di), Falconetto (1483). Testo critico e commento, Mantova (Gianluigi Arcari Editore) 2001, 253p.
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Paolo Gresti
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Massimo di Dionigi da Borgo San Sepolcro 3 . Va finalmente detto che secondo B., il quale nella fattispecie dissente radicalmente da S. Bellomo 4 , il commento non era affatto destinato ad un pubblico competente, e che «l’unico gruppo a cui la sua opera avrebbe detto ben poco sarebbero i “dantisti” di professione» (125). Col saggio conclusivo, Le costrizioni della forma: verso una definizione provvisoria dei Triumphi di Petrarca (153-173), B. lascia le problematiche del dantismo trecentesco per trattare di poetica petrarchesca e proporre alcune interessanti riflessioni sul pensiero metaletterario del Petrarca. Ad interessare B. sono soprattutto i Trionfi, opera nella quale «Petrarca raccoglie insieme le proprie affermazioni teoriche sulla letteratura» (157). Le visioni allegoriche dei Trionfi illustrano ad esempio la convinzione petrarchesca «che la specificità della letteratura si fondi sul suo involucro allegorico; e l’idea che sotto questo elegante ornamento, la poesia sia portatrice di verità la cui comprensione produce un effetto di elevazione morale e intellettuale» (158). I versi del poemetto incompiuto rappresentano inoltre una messa in pratica della concezione petrarchesca dell’imitatio. Ottimamente espresso nei Trionfi secondo B., risulta infine il sincretismo - fondamentale nel pensiero letterario dell’ultimo Petrarca - fra cultura classica e cristiana: «mentre l’aspetto apertamente ideologico e morale dei Trionfi è di marca cristiana, la forma del poema è fondamentalmente classica» (173). Nonostante le indubbie qualità critiche delle considerazioni espresse, la scelta di ripubblicare questo studio di poetica petrarchesca 5 nella presente raccolta sembra poco felice e poco corrispondente al dichiarato proposito di organicità enunciato nella premessa (11) a questo interessantissimo volume. M. Spiga H Andrea Canova (a cura di), Falconetto (1483). Testo critico e commento, Mantova (Gianluigi Arcari Editore) 2001, 253p. Non sappiamo molto sull’origine di questo poema epico sui generis, il cui unico esemplare arrivato fino a noi è la stampa milanese di Lehonard Pachel e Ulrich Scinzenzeler risalente al 1483, e conservata oggi alla British Library. Secondo Carlo Dionisotti, che ha il merito di avere attirato l’attenzione degli studiosi sul Falconetto, il testo che noi possediamo di quest’opera sarebbe una traduzione non particolarmente accurata di un originale franco-italiano; e non si può scartare a priori nemmeno l’ipotesi che esso «sia la rozza versificazione di una fonte in prosa» (56). Il fatto che al posto delle più normali ottave qui si trovino delle scalcagnate lasse, potrebbe testimoniare dell’antichità dell’opera, o della perifericità del luogo di allestimento. Comunque sia, «l’aspetto generale del Falconetto sembra rinviare a una data precedente il 1483, ma non sussistono indizi per una collocazione cronologica attendibile» (59). È assai probabile, secondo anche l’ipotesi di Dionisotti, che quella del 1483 sia la prima stampa del «poema», e che comunque non si possa andare troppo indietro nel tempo. Ma la storia del Falconetto è, come facilmente si immagina, ben più intricata di quanto si possa dar conto in queste righe. Si tenga almeno presente che esiste anche una versione in ottave, la cui più antica traccia è una stampa veneziana del 1500, i cui rapporti con quella in lasse del 1483 sono tutt’altro che chiari, ammesso che ce ne siano. Esiste poi anche un proseguimen- 293 Besprechungen - Comptes rendus 3 Sono riportati in appendice (151-153) gli elenchi di Dionigi e di Maramauro. 4 Introduzione a G. Maramauro, Expositione sopra l’«Inferno» di Dante Alligieri, in: Pier Giacomo Pisoni/ Saverio Bellomo (ed.), Padova 1998: 24 5 Il saggio intitolato in inglese The Constraints of Form: Towards a Provisional Definition of Petrarch’s «Triumphi», era stato pubblicato nel volume Petrarch’s «Triumphs»: Allegory and Spectacle, in: K. Eisenbichler/ A. A. Iannucci (ed.), Ottawa 1990: 63-83. to del Falconetto, la Vendetta di Falconetto, ma di quale Falconetto sia la continuazione non è dato sapere (61). E ancora: sul finale l’Innamoramento di Carlo Magno chiama in causa una «istoria de Falconeto», ma anche in questo caso non si riesce a capire a quale Falconetto si faccia riferimento. Il curatore dell’edizione della quale qui si discorre ha il merito indubbio di esporre lo status questionis con grande chiarezza, senza aver timore di avanzare qualche proposta. L’aspetto senz’altro più interessante del Falconetto, dal punto di vista almeno tecnicoeditoriale, è la veste formale con la quale esso ci si presenta nel testimone unico. Le lasse nelle quali il Falconetto è organizzato sono strutturate in una successione di righe «spesso non riconducibili al alcuno schema metrico» (25) e questo non ci permette di capire se l’autore perseguisse davvero uno schema preciso, senza riuscire a raggiungere i risultati sperati per personale ignavia, o se l’opera sua sia stata sfigurata dalla cura redazionale, di cui, come vedremo, ci sono comunque tracce indubitabili. Si aggiunga che il computo sillabico è reso difficile anche dalla «grande incertezza linguistica del poema, scritto in un tipico ibrido fra volgare settentrionale e apprezzabili influssi toscaneggianti» (ib.). Quanto alle clausole, in esse l’autore ha esperito tutte le possibilità: rima, assonanza tonica e atona, consonanza. Gli alessandrini possibili sono scarsi, ed anche gli endecasillabi «rappresentano una percentuale minoritaria sebbene non trascurabile» (26). Fra questi si possono contare eventualmente «gli endecasillabi sovrabbondanti in cesura, forse memoria del décasyllabe francese con cesura epica, frequenti nei cantari italiani tra Tre e Quattrocento» (ib.). La «teratologia» del Falconetto non sembra essere riconducibile a schemi ordinati: «l’impressione è, in generale, di una notevole casualità suscitata dalla mancanza di una ‘forma vuota’ stabile» (28). È ben vero che il genere letterario nel quale il Falconetto si iscrive, l’epica, è il meno rigoroso dal punto di vista metrico-prosodico: ma anche tenuto conto di ciò, questo soi disant poema ci appare davvero come un monstrum. Alla rozzezza dell’autore, probabilmente congenita, si aggiunga, come accennato, la «palese mediazione» (65) di una mano redazionale spesso maldestra, grazie alla quale «il Falconetto usciva dalla tipografia forse peggio di come c’era entrato» (30). Innestare su questo desolato e desolante panorama una ricerca - vera e propria quête - volta a scovare la volontà dell’autore può sembrare impresa temeraria e frustrante al tempo stesso. Tuttavia, la constatazione che la maggioranza dei luoghi che pare inevitabile dover medicare si collochi all’inizio del Falconetto «incoraggia a intervenire, seppure con cautela» (67). In effetti, solo 17 infrazioni sulle 102 totali sono rintracciabili dopo la pagina b5v dell’incunabolo, e quattro di queste, oltretutto, sono «classificabili meglio come ‘errori meccanici’ che come ‘errori interpretativi’» (ib.) da parte del redattore. Gli interventi - esemplificati nella loro totalità alle p. 69-86 - seguono i precisi, e completamente condivisibili, criteri esposti a p. 65s.: identità fonetiche in clausola, usus generale del testo, lunghezza delle righe, presenza di versi molto brevi o di enjambements molto marcati, elementi tradizionalmente assenti nell’epica. Dal punto di vista pratico, della resa editoriale, Canova sceglie opportunamente di adottare un callido sistema semiologico che permette al lettore di rendersi immediatamente conto dei cambiamenti rispetto al testimone: se una riga di stampa sia stata spezzata, ovvero se vi siano stati accorpamenti, e così via. Qualcuno obietterà che tale strumentazione disturba la lettura del testo, ma la confluenza della maggior parte degli interventi nella sezione incipitale del Falconetto fa sì, a nostro avviso, che il fastidio sia di gran lunga inferiore ai vantaggi. Inoltre, la riproduzione della prima pagina dell’incunabolo a fronte dell’inizio del testo critico, permette di controllare l’operato dell’editore almeno per questa porzione di testo. Questo ci consente di constatare che al v. 3 Madre e che, che sono contigui sia nella stampa sia nell’edizione critica, non dovrebbero essere separati, in quest’ultima, dal simbo- 294 Besprechungen - Comptes rendus lo , che, come spiegato nella legenda di p. 115, è «impiegato per segnalare i luoghi in cui un segmento unito nel testimone è stato spezzato». Che l’autore del Falconetto non possa essere accolto in Parnaso con tanta leggerezza si è già detto, e si desume anche dall’analisi stilistica, condotta con grande attenzione da Canova. A parte il fatto che la trama del poema è tutt’altro che esente da salti logici e palesi incongruenze, è necessario sottolineare il ripetitivo spiegamento di espressioni identiche o quasi a breve distanza, l’inquietante abbondanza di avverbi in clausola che facilita di non poco la ricerca di rime e assonanze, l’abuso dello stile formulare: «determinate parole vengono allogate in espressioni pressoché fisse, le quali spesso formano emistichi ricorrenti» (33). Attraverso l’analisi linguistica del Falconetto (p. 90-111), infine, si giunge a constatare che questo testo è uno dei tanti esempi «d’interferenza tra volgari settentrionali e modelli toscani in quell’età che precede la rapida e vittoriosa offensiva dei canoni bembeschi» (87). Rispetto alle opere coeve, però, il Falconetto mostra un maggiore attaccamento al passato, corroborato da una scarsa propensione all’«adeguamento a linee evolutive già ampiamente affermate» (88). Quanto all’aspetto grafico, la stampa milanese non si discosta dall’uso delle stampe popolari contemporanee. La trascrizione è giustamente conservativa, visti l’unicità del testimone e le «tenebre che avvolgono i pregressi della stampa del 1483» (111); gli interventi sono soprattutto volti a rendere più familiare al lettore moderno, almeno sotto l’aspetto grafico, un testo per il resto non facilmente digeribile. L’edizione è accompagnata da un fitto commento, nel quale trovano spazio i loci paralleli, le spiegazioni puntuali di parole o espressioni poco chiare, i rilievi di tipo linguistico. Chiudono il volume l’Indice lessicale e l’Indice dei nomi. P. Gresti H Arrigo Castellani, Grammatica storica della lingua italiana, i. Introduzione, Bologna (Il Mulino) 2000, xxxviii-618 p. (Collezione di testi e di studi - Linguistica e critica letteraria) A compimento di un lavoro iniziato più di quindici anni fa, questo primo volume della attesissima Grammatica storica della lingua italiana di Arrigo Castellani, il massimo esperto d’italiano antico nei suoi fondamenti fiorentini e toscani, è costituito da un’Introduzione in cui, in sei capitoli dedicati a «Latino volgare e latino classico» (1-27), «L’elemento germanico» (29-94), «L’influsso galloromanzo» (95-134), «Mode settentrionali e parole d’oltremare» (135-252), «Le varietà toscane nel Medioevo» (253-457), «Cenni sulla formazione della lingua poetica» (459-536), si illustrano le varie componenti, linguistiche e dunque culturali, che nel periodo più antico si sono innestate sul tronco fiorentino per formare l’idioma nazionale 1 ; il volume è completato dagli indici, curati da Pär Larson, delle forme (539- 85), dei fenomeni e dei temi, cioè degli argomenti (587-600), e dei nomi (601-18). Come appunto conviene a una trattazione preliminare, il discorso è storico in senso largo e teso a ricomporre nei suoi risultati l’azione delle grandi forze operanti nella formazione e nello sviluppo della lingua italiana; va dunque rilevato, rispetto ai rigorosi limiti grammaticali entro cui di solito si contiene la materia nei peraltro meritevolissimi strumenti analoghi d’uso corrente (basti citare la Grammatica di Rohlfs) 2 , il più ampio respiro di questa Introduzione, nella quale è spesso trascesa l’argomentazione strettamente tecnico-linguistica che 295 Besprechungen - Comptes rendus 1 I primi cinque capitoli erano già apparsi negli SLI 10(1984): 3-28, 11(1985): 1-26 e 151-81, 13(1987): 3-39, 14(1988): 145-90, 15(1989): 3-63, 16(1990): 155-222, 18(1992): 72-118, 23(1997): 3-46 e 219-54. Tutti vengono ripubblicati con ritocchi e aggiunte (cf. vii-viii). 2 G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, 3 vol., Torino 1966-69.
