eJournals Vox Romanica 64/1

Vox Romanica
vox
0042-899X
2941-0916
Francke Verlag Tübingen
Es handelt sich um einen Open-Access-Artikel, der unter den Bedingungen der Lizenz CC by 4.0 veröffentlicht wurde.http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/121
2005
641 Kristol De Stefani

Daniele Piccini, Un amico del Petrarca. Sennuccio del Bene e le sue rime, Roma-Padova (Antenore) 2004, ccxiv + 99 p. (Studi sul Petrarca 30)

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2005
Paolo  Gresti
vox6410244
«una sorta di glossa, o per dir meglio, di controcanto esplicativo, prima, e più ancora, che come un esercizio di stile» (292). Ed è difficile, nel rileggere le parole della Griselda petrarchesca («Fac sentiam tibi placere quod moriar . . . »), non pensare con rimpianto al troppo breve cammino di questa studiosa. Chiude il volume un elenco delle pubblicazioni di Rossella Bessi (349-52). Gabriele Bucchi ★ Daniele Piccini, Un amico del Petrarca. Sennuccio del Bene e le sue rime, Roma-Padova (Antenore) 2004, ccxiv + 99 p. (Studi sul Petrarca 30) Il volume è così strutturato: Introduzione (xi-lxv) - a sua volta suddivisa in due capitoli: Nota biografica (xi-xlii) e Sennuccio poeta (xlii-lxv) -, Nota al testo (lxvii-cxcix), Sigle e abbreviazioni bibliografiche (cc-ccxiv), Rime (3-84), Indici (dei nomi e dei manoscritti citati, 87-99). Il profilo biografico, arricchito da nuovi ritrovamenti documentarî, presenta esaurientemente le coordinate spazio-temporali all’interno delle quali si è svolta la vicenda umana di Sennuccio del Bene, nato a Firenze tra il 1270 e il 1275 (ma probabilmente più vicino alla prima delle due date), esiliato nel 1313, rientrato in città forse nel 1327 e morto poco prima del 28 novembre 1349. Durante l’esilio, ad Avignone ebbe la possibilità di conoscere Francesco Petrarca, al quale restò legato da un rapporto di sincera amicizia; conobbe anche Giovanni Boccaccio, e dovette fare da tramite, in qualche occasione, tra i due grandi letterati del XIV secolo: anzi, una serie di riscontri testuali farebbe pensare a un Sennuccio attore non sempre necessariamente comprimario nel gioco dei rapporti tra Petrarca, Boccaccio e Dante. Nel capitolo Sennuccio poeta, Piccini mostra, con una ingente massa di confronti, quanto sia importante nella produzione del rimatore il ricordo di Dante: «l’influsso dantesco è nel complesso talmente ingente da parere incalcolabile: non c’è quasi componimento . . . in cui Sennuccio non guardi a qualcuno dei versanti toccati dal suo grande concittadino» (lii). Al contrario, ma non poteva che essere così per un poeta del secolo XIV, Sennuccio «guarda poco o nulla» a Petrarca (li). Dante - che forse, ma non ci sono prove, Sennuccio conobbe - si mostra fondamentale soprattutto nelle rime della maturità sennucciana, il cui eclettismo tematico e stilistico, ma anche linguistico, si muove «sulle orme dello sperimentalismo dantesco e [viene] soprattutto suggestionato dal forte rimescolamento delle categorie stilistiche operato nella Commedia» (xlvii). Questo lo porta verso un’originalità e un’autonomia che non sono caratteristiche tanto ovvie nella ricca produzione «minore» trecentesca. Gli esordî all’ombra dello Stil nuovo, invece, pur non privi della linfa proveniente dall’Alighieri, germogliano soprattutto grazie al padre Guinizzelli, a Cavalcanti, a Lapo Gianni, a Cino. D’altra parte il Sennuccio stilnovista, davvero riconoscibile, in fondo, solo nei tre sonetti L’alta bellezza tua è tanto nova, O salute d’ogni occhio che ti mira e No si potria compiutamente dire (che non a caso aprono, in quanto frutto assai probabilmente giovanile, l’edizione), replica «i motivi meno impegnativi connessi alla topica della donna apportatrice di ‹salute›» (xlv), lasciando da parte le più profonde indagini speculative di impronta, invece, prettamente dantesca. Addirittura verrebbe da pensare, come ipotizza Piccini, che il linguaggio stilnovista recuperato - e superato - da Petrarca possa essere confluito nel Canzoniere seguendo una linea che parte proprio da Senuccio, almeno parallela a quella classica, e già sondata, che ha la sua scaturigine in Cino. Insomma «Sennuccio si presenta a noi come . . . un rimatore che filtra e media gli influssi più rappresentativi della lirica d’arte del tempo», raggiungendo, in alcuni casi «risultati piuttosto interessanti sotto il profilo qualitativo» (lxv). 244 Besprechungen - Comptes rendus Nella lunga e ricca Nota al testo, Piccini descrive tutti i testimonî dell’opera di Sennuccio, e tenta, rima per rima, la razionalizzazione stemmatica. La complessità di tali imprese è nota: la trasmissione affidata alle raccolte miscellanee - nessuna delle quali, peraltro, trasmette per intero il corpus di Sennuccio, segno che probabilmente il poeta non aveva provveduto a una raccolta organica delle proprie rime - è particolarmente instabile, soggetta a continue e insidiose contaminazioni che rendono particolarmente viscido e sdrucciolevole un percorso rigidamente lachmanniano. Piccini, mi pare, si muove tuttavia con saggezza e maneggia con la dovuta cautela la massa delle varianti, pervenendo spesso a stemmi di singolare complessità (ad es. quello della canzone in morte di Arrigo VII, Da·ppoi ch’i’ ho perduto ogni speranza, trasmessa da ben 30 manoscritti e due stampe, cf. clxix). Ciascuno dei 14 componimenti di cui è formato il corpus poetico a noi pervenuto di Sennuccio del Bene (8 sonetti, 3 canzoni, 2 ballate, 1 lauda in forma di ballata) è preceduto da un breve cappello metrico e accompagnato da un ricco commento, oltreché, naturalmente, dall’apparato delle varianti. Faccio solo qualche minimo rilievo, che non inficia di certo la bontà del lavoro. I. La rima ricca non è solo tra i v. 9-13, ma anche con il v. 11 (biltade : onestade : umanitade). Per l’interpretazione di isprende del v. 2 si rinvia alla recensione di A. Canova, in corso di stampa su Studi e problemi di critica testuale, che ipotizza il francese esprendre ‘infiammarsi’ e, di conseguenza, in contesti amorosi, ‘innamorarsi’. II. Al v. 14 si potrebbe aggiungere un’altra citazione, in aggiunta a quelle già presenti nel commento, dal trovatore Rigaut de Berbezilh: «on tuit li ben del mon son asemblat» (è la canzone Tuit demandon qu’es devengud’Amors, v. 15); inoltre varrà Aimeric de Peguilhan, Mantgas vetz sui enquiritz, v. 46-47: «pus la valors e·l semblans/ son assemblat en tal bella faisso». III. Il doblar del v. 5 è, come si dice giustamente in nota, un gallicismo; in effetti vi sono molte clausole trobadoriche simili a quella di Sennuccio («a cu’dobla desire») e a quelle citate in nota; una per tutte (perché ha lo stesso sostantivo) è Guilhem Ademar, Pos vei que reverdeja·l glais, v. 14: «ades mi dobla·l dezirier». Per i v. 6-7 credo non via sia dubbio circa la memoria cavalcantiana ipotizzata da Piccini, anche per l’identica immagine della donna in movimento: vèn in Cavalcanti, vai in Sennuccio (v. 3). IV. L’ipometria del v. 19 («Se questo fia per via corta o lunga») è sanata con una dieresi su fia, e probabilmente si tratta della soluzione giusta, sia per la testimonianza del v. 21, dove non si può far altro che dieresizzare questa forma verbale per far tornare il computo delle sillabe, sia per le varianti di al v. 19, «se sarà questo», dove la forma bisillabica del futuro può essere la spia che proprio su questo elemento del verso si doveva intervenire. Certo si poteva anche rendere trisillabo via (seguendo gli esempi citati nella pagina della Metrica di Menichetti cui Piccini rinvia 1 ), ovvero ipotizzare una dialefe tra corta e o, non comunissima, ma nemmeno inedita. L’attacco del v. 25 «ma ben conosco . . . » è commentato con il rinvio, in nota, all’analogo movimento «qe ben conosc que . . . » di Peire Vidal, ma in verità vi sono decine di attacchi simili nella lirica trobadorica. V. L’attacco («Amor, così leggiadra giovinetta / giamai non mise foco in cor d’amante / con così bel sembiante . . . ») potrebbe ricordare alcuni versi di un trovatore italiano, Ramberti Buvalelli, Mout chantera de joi, v. 11-13: «c’ab bels semblans et ab digz plazentiers / mi mes al cor lo fuoc d’amor arden / la plus bella qez anc nasques de maire». VI. Al v. 5 «no spero più veder vostra sembianza» si sente forse Dante, Inf. 3, 85 «non isperate mai veder lo cielo», più che al v. 49 della canzone XIII di Sennuccio, «no speri mai potere esser salvato», per il quale, invece, Piccini recupera il verso dantesco. VIIIa. È il sonetto di Petrarca Sì come il padre del folle Fetonte, che funge da proposta al sennucciano La bella Aurora nel mio orizonte. Piccini riutilizza il testo delle Estravagan- 245 Besprechungen - Comptes rendus 1 A. Menichetti, Metrica italiana. Fondamenti metrici, prosodia, rima, Padova 1993: 250. ti stabilito dalla Paolino (Milano 1996), integrando però, come richiede la misura del verso, il segno di dieresi su Europa al v. 6 («per Ëuropa trasformossi in toro»), nonostante con eu protonico la dieresi sia più rara che con au (Menichetti, p. 272): in effetti una dialefe tra trasformossi e in sembra particolarmente difficile da accettare. Forse sarebbe però stato meglio apporre il segno di dieresi sulla u anziché sulla E, seguendo le norme di Menichetti (309s.). VIII. I rimanti della rima D, sdorma : conforma : norma, sono anche in Par. 3: 98-100-102, dove ovviamente sdorma - hapax assoluto di Sennuccio, come rileva Piccini nel commento - è sostituito da dorma. Del resto Petrarca nella proposta usa forma e orma (oltre a dorma), anch’essi danteschi. X. Per un esempio ancora duecentesco della metafora equestre di Amore che appare al v. 1 di questo sonetto si veda il sonetto anonimo del codice Vat. Latino 3793 Fin amor di fin cor ven di valenza, v. 11: «chi sente forza d’amoroso sprone». XI. Nel v. 5 «e molte genti mi farai nemiche» forse c’è l’eco, oltre che di Inf. 1, 51 «e molte genti fé già viver grame», come ricorda Piccini in nota, anche di Par. 25, 90 «de l’anime che Dio s’ha fatte amiche», con rovesciamento del rimante, che si aggancia, in Dante come in Sennuccio, a antiche (in Dante v. 88, qui v. 2). Per quanto riguarda il v. 11, «nacquer di neve ch’ardono il cor lasso», sono giuste le citazioni da Guido delle Colonne e da Peire Vidal (avrei anticipato qui anche Giacomo da Lentini «e freda neve rendere chiarore» usato in margine al v. 16 di Sennuccio: «che della neve nacque ardente foco»). Sarebbe stato certo inutile squadernare qui il relativamente ampio dossier di esempi sul tema, ma forse si poteva citare un altro luogo di Peire Vidal, Anc no mori, v. 30-31: « . . . quar de la freja nieu / nais lo cristals, don hom trai fuec arden», oltre a quello ricordato in nota, «trac de neu freida fuec clar» (Pus tornatz sui em Proensa, v. 26). Per curiosità si può anche ricordare che quest’ultimo verso è citato (per meglio dire, tradotto) da Guittone nella lettera XXI: «traggo foco chiaro de fredda neve». Paolo Gresti ★ Temistocle Franceschi, La struttura fonologica dell’italiano e le sue radici latine, Alessandria (Dell’Orso) 2004, 143 p. Die neueste Publikation von Temistocle Franceschi ist ein schwieriges, schwer einzuordnendes (dünnes) Buch, das oft Zustimmung, aber auch ebenso oft Widerspruch hervorruft. Der Titel verspricht so etwas wie eine historische Phonologie des Italienischen, und das ist es zum Teil auch - aber keineswegs durchgängig. Über weite Strecken ist es auch eine Einführung in die Phonologie (und die Phonetik), noch mehr als eine historische Phonologie ist es eine historische Phonetik (im Sinne von Bourciez et al.), und überdies behandelt es auch zahlreiche Themen, die in den Bereich der Phonetik bzw. Phonologie des heutigen Italienisch und seiner Varietäten gehören. Es ist also ein mixtum compositum, und dies lässt eine Reihe von Konflikten zwischen den verschiedenen Arbeitsbereichen erwarten. Weiter fällt schon beim ersten Durchblättern auf, dass das Buch keine Makrostruktur hat. Wir haben es vielmehr mit 43 locker aneinander gereihten Kapiteln zu tun, die in ihrer Gesamtheit zwar nicht unorganisch, aber eben gleichwohl eher assoziativ als strukturiert verbunden sind. Über die Genese der Publikation schweigt sich der Autor aus. Es scheint sich aber im wesentlichen um eine Art Bilanz seiner jahrzehntelangen Lehr- und Forschungstätigkeit zu handeln, die über weite Strecken anderweitig schon Gesagtes wieder aufnimmt, es pointiert zuspitzt und in einer Art Gesamtschau neu kontextualisert. Die Duplizität Lehre/ Forschung 246 Besprechungen - Comptes rendus