eJournals Vox Romanica 65/1

Vox Romanica
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0042-899X
2941-0916
Francke Verlag Tübingen
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2006
651 Kristol De Stefani

Gerhard Ernst, Martin-Dietrich Glessgen, Christian Schmitt, Wolfgang Schweickard (ed.), Romanische Sprachgeschichte/Histoire linguistique de la Romania. Ein internationales Handbuch zur Geschichte der romanischen Sprachen/Manuel international d’histoire linguistique de la Romania, 1.Teilband/Tome 1, Berlin/New York (Walter de Gruyter 2003), 1152 p. (Handbücher zur Sprach- und Kommunikationswissenschaft 23.1)

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2006
Michele  Loporcaro
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Gerhard Ernst, Martin-Dietrich Glessgen, Christian Schmitt, Wolfgang Schweickard (ed.), Romanische Sprachgeschichte/ Histoire linguistique de la Romania. Ein internationales Handbuch zur Geschichte der romanischen Sprachen/ Manuel international d’histoire linguistique de la Romania, 1. Teilband/ Tome 1, Berlin/ New York (Walter de Gruyter 2003), 1152 p. (Handbücher zur Sprach- und Kommunikationswissenschaft 23.1) Il volume recensito, imponente, è il primo di tre tomi. Come si evince dal piano dell’opera stampato in apertura, la trattazione si articolerà complessivamente in 16 capitoli cui si aggiungerà a conclusione come cap. XVII un indice analitico. Ogni capitolo consta di articoli, numerati progressivamente da 1 a 263 (con suddivisioni ulteriori in alcuni casi: ad es. 119a, 119b, 119c), a cura di una numerosa e qualificata schiera di 240 collaboratori. Il primo tomo include i cap. I-IX. Si tratta nell’ordine di I. Methodische Grundlagen der romanistischen Sprachgeschichtsschreibung 1 , II. Geschichte der Reflexion über die romanischen Sprachen, III. Forschungsorganisatorische Aspekte der romanistischen Sprachgeschichtsschreibung, IV. Die romanischen Sprachgeschichte aus interdisziplinärer Sicht,V. Vorgeschichte und Ausgliederung der romanischen Sprachen. Chiudono il volume quattro capitoli sulla storia linguistica (esterna) delle Romaniae submersa (VI), continua (VII), nova (VIII) e creolica (IX). Il secondo tomo è dedicato ad aspetti sociolinguistici e socioculturali, il terzo soprattutto alla linguistica storica. Come si vede si tratta di un’opera di ampio respiro, al cui progetto i curatori hanno lavorato a partire dal 1993, come spiega la prefazione, in cui si ricorda in particolare come l’elaborazione dell’opera sia stata accompagnata da discussioni in sedi pubbliche quali i congressi triennali della SILFR. Ciò conferma quanto già dice l’indice: quest’opera si vuole al contempo scientifica (in quanto raccoglie trattazioni specialistiche su specifici aspetti del campo d’indagine) ed istituzionale (in quanto documenta le forme organizzative, culturali e accademiche, della disciplina). È inoltre evidente la volontà di proporre il concetto di storia come motivo unificatore dei diversi filoni tematici che innervano l’opera: storia della disciplina, storia interna (strutturale) dei sistemi linguistici indagati e storia esterna (socio-culturale) dei domini linguistici romanzi. Data l’ampiezza del concetto sovraordinato di storia, trovano però ricetto nell’opera, rubricati sotto «storia della disciplina», anche capitoli di indole puramente sincronica e teorica: ad es. Ch. Schwarze, Romanische Sprachgeschichte und Sprachbeschreibungsmodelle, n° 9) analizza l’impatto che sulla descrizione delle lingue romanze hanno avuto gli sviluppi teorici novecenteschi i quali hanno reimpostato, chomskianamente, lo studio delle singole lingue «unter dem Gesichtspunkt der universalen menschlichen Sprachfähigkeit» (99). Trovano posto qui osservazioni sulla fonologia autosegmentale, sui modelli sintattici «Principi e Parametri» e «Lexical-Functional Grammar» e sulla Teoria dell’Ottimalità nelle sue applicazioni alla fonologia e alla sintassi. Di un contenuto tanto ampio e variegato è impossibile dare un’idea in sintesi. Trascelgo dunque nel seguito soltanto alcuni articoli ed alcuni temi, iniziando con un’osservazione sull’aspetto esteriore dell’opera. È da sottolineare l’atto di fede che essa presuppone nella tradizione romanistica tedesc(ofon)a, trasparente nella titolatura bilingue che è in tedesco/ francese nelle parti redazionali e negli articoli scritti in tedesco, mentre nei restanti articoli, scritti in francese, spagnolo o italiano, fa seguire la traduzione tedesca al titolo nella lingua prescelta dal collaboratore 2 . Interessante anche la differenza di trattamento fra il tedesco, riproposto come lingua comune della tradizione scientifica romanistica (moderna), 136 Besprechungen - Comptes rendus 1 Nel seguito, per i capitoli come per gli articoli, si citerà soltanto il primo titolo. 2 Con leggere differenze, è la formula dell’LRL, altra grande opera della romanistica (tedesca) contemporanea con cui quella recensita direttamente si confronta (condividendo fra l’altro uno dei curatori). e il latino, del quale non si presuppone alcuna conoscenza, cosicché in diversi articoli (direi, a occhio, la maggior parte) ogni singola parola, sintagma, frase o testo citato viene tradotto: ad es. «‹ex nominum derivatione, ut prudens a prudentia› (. . . aufgrund der Ableitung der Wörter» ecc. (310). Con questa presa d’atto (realistica) dell’interruzione d’una tradizione è forse in leggero contrasto la scelta di non traslitterare il greco (v. sulla stessa pagina fúsei, vései ecc. e ancora 455, 458, 523 ecc.) 3 . L’opera si presterà ad un utilizzo ottimale quando, conclusa, disporrà degli indici analitici che permetteranno al lettore di usarla appieno come testo di riferimento e di seguire al suo interno percorsi trasversali. Uno dei pregi è infatti quello di presentare la materia da molti punti di vista differenti. Così capita di incontrare lo stesso dato, lo stesso tema o lo stesso studioso citato in articoli di taglio (e di orientamento) diverso. E completamente diverse sono, talvolta, anche le conclusioni. Qualche esempio. M. Perugi, Histoire de la réflexion sur les langues romanes: l’occitan (art. 22, cap. II), menziona «le point de vue comparatiste introduit par Raynouard et Diez» (247) argomentando che, entro quella che presenta come un’endiadi, «la coupure . . . n’a pas été aussi nette que les savants ne le pensent couramment». D’altro canto A. Varvaro, trattando di Convergenze e divergenze metodologiche nella storiografia delle lingue romanze (art. 37, cap. II), contrappone radicalmente Diez a Raynouard quando ricorda la controversia circa la teoria di quest’ultimo (che identificava «lingua romana» e occitanico) e, menzionando l’opposizione ad essa tanto di August Wilhelm Schlegel quanto di Diez, così distingue: «il primo, ad onta di tutta la sua finezza intellettuale e sensibilità storica, non può che opporre allo studioso francese una tesi diversa; ma è solo il secondo che di questa diversa tesi dà la dimostrazione» (413; il paragrafo s’intitola significaticamente La scoperta di un metodo). Altri incontri stimolanti si presentano al lettore che percorra le pagine di questo e di molti altri degli articoli storiografici. A volte, al contrario che nel caso di Diez/ Raynouard, si ha fra le diverse voci una consonanza perfetta. Di Hugo Schuchardt e G. I. Ascoli sia P. Swiggers, n° 6, Histoire des langues romanes et linguistique historique comparée (56) che Ch. Seidl, n° 42, Les langues romanes dans l’historiographie des langues indo-européennes (456) che, più ampiamente, A. Vàrvaro (n° 37, 415-16) sottolineano la convergenza in quanto oppositori dei neogrammatici. Resta fuori dal campo visuale, in questo caso, la netta opposizione stabilita fra i due dalla scuola dell’Ascoli, sin dall’elogio funebre di quest’ultimo ad opera dell’allievo Carlo Salvioni che dice l’Ascoli «un neogrammatico prima dei neogrammatici» 4 , mentre lo stesso Salvioni, qualche anno prima, rivolgendosi epistolarmente a Hugo Schuchardt ne criticava - con garbo - l’adesione e l’ulteriore elaborazione dell’etimologia di trovare da turbare (aquam), già del Diez, plausibile sul piano semantico ma non su quello fonetico: «Le dirò con onesta franchezza che non mi pare altrettanto riuscita la prova fonetica» 5 . 137 Besprechungen - Comptes rendus 3 Citazioni dagli articoli n° 27 (M. Pfister), 42 e 49 (Ch. Seidl). Una pratica difforme adottano alcuni altri articoli: se l’art. 48, d’argomento strettamente latino (D. H. Steinbauer, Lateinische Sprachgeschichte), traduce il latino perlopiù ma non sempre (ad es. munièbat 512), Ch. Schmitt, Die verlorene Romanität in Afrika: Afrolatein/ Afroromanisch (art. 61) traduce le citazioni greche ma non le latine. 4 C. Salvioni 1910: «Commemorazione di Graziadio Isaia Ascoli», RIL 43: 53-84. E già l’Ascoli diceva ciò di se stesso, polemizzando con la scuola di Lipsia: v. G. I. Ascoli 1886: «Dei Neogrammatici. - Lettera al prof. Pietro Merlo», in: Miscellanea di filologia e linguistica in memoria di N. Caix e U. A. Canello, Firenze, p. 436-71, a p. 452. 5 Cartolina del 18 gennaio 1900 conservata fra le carte Schuchardt presso la biblioteca dell’Università di Graz (n° 9914 nel catalogo di Michaela Wolf 1993: Hugo Schuchardt Nachlass, Graz). Dei lavori dello Schuchardt al proposito - un caso da manuale, in senso proprio - parla M. Pfister, n° 27, Problemgeschichte der romanistischen etymologischen Forschung (313-14), anch’egli osservandone la difficoltà fonetica (rispetto all’alternativa tropare, ch’è invece foneticamente inappuntabile). Passando dalla storiografia alla storia linguistica, anch’essa è rappresentata nel senso più ampio e il lettore trova - nei diversi saggi - moltissime preziose informazioni e interessanti discussioni su temi fondamentali della ricerca nel settore. La maggior parte dei contributi di questo primo tomo adottano una prospettiva soprattuto esterna, concentrandosi sul rapporto fra lingua (latino e romanzo, nei diversi tempi e luoghi) e realtà extralinguistica. Ad esempio nell’art. 51 M. Banniard, Délimitation temporelle entre le latin et les langues romanes, riassume gli esiti delle sue ricerche sulla localizzazione temporale della crisi dell’intercomprensibilità verticale e orizzontale, passaggio cruciale nello sviluppo delle lingue romanze a partire dal latino. Nel suo scenario, è (solo) fra i sec. VIII e IX che «la communication verticale se brouille» (548) come effetto del passaggio dal «monolinguismo complesso» (latino scritto/ latino parlato) 6 alla diglossia latino-romanza, compiutosi entro fine sec. VIII in Francia (e poco più tardi altrove) dopo un periodo di crisi accelerata (la «zone de transition langagière décisive», 551) abbracciante tre-quattro generazioni fra 650 e 750 circa. In questo quadro, con scelta coraggiosamente esplicita, il «proto-romanzo» viene collocato fra i sec. VIII e IX (550), il che pone un problema terminologico e concettuale di fondo: non può trattarsi, per definizione, di quel proto-romanzo cui si arriva per ricostruzione dalle lingue figlie, se è collocato cronologicamente nello stesso periodo in cui almeno una di queste (il «proto-francese», 551) ha già assunto la propria fisionomia individuale. L’accezione tradizionale - e, per quanto controversa, non radicalmente contradditoria come quella di Banniard - di proto-romanzo è rappresentata nell’articolo precedente del compianto A. Stefenelli, n° 50, Die lateinische Basis der romanischen Sprachen, in cui si descrivono tratti proto-romanzi e si delinea l’attività di «Rückerschließung der protoromanischen Sprachverhältnisse» (531) a partire dalle lingue romanze attestate. Quei tratti, quelle condizioni proto-romanze, in quest’ottica, sono piuttosto elementi all’interno del (dia)sistema del latino parlato in via di graduale trasformazione nei primi secoli dell’èra volgare. Si tratta, appunto, della «base latine des différentes langues romanes» (528) di cui è questione anche nell’art. n° 49, Les variétés du latin, di Ch. Seidl. Siamo passati così sul fronte dei lavori piuttosto rivolti alla storia linguistica interna che, benché minoritari in questo volume, pure vi sono e sono di ottima qualità, com’è il caso di quello di Seidl. Esso tratta, in quattro sezioni, della variazione diacronica, diatopica, diastratica e diafasica: la griglia è dunque fornita dal rapporto fra lingua e contesto d’uso nel tempo e nello spazio, così come analizzato in sociolinguistica, ma in questa griglia sono incasellati e vagliati un gran numero di fatti strutturali lungo l’intera storia del latino, dalla preistoria indoeuropea agli esiti romanzi. La conclusione (528) è che è l’asse diacronico quello sul quale la variazione si constata entro il latino nel modo più diretto (attraverso i testi), mentre per tutti gli altri assi i testi latini aiutano meno e il contributo ricostruttivo delle lingue romanze è fondamentale 7 . 138 Besprechungen - Comptes rendus 6 Banniard segue in ciò R. Wright 1993: «Complex Monolingualism in Early Romance», in: A. J. Ashby/ M. Mithun (ed.), Linguistic Perspectives on the Romance Languages, Amsterdam/ Philadelphia, p. 378-87. 7 In un panorama così ampio, tracciato dominando la bibliografia indoeuropeistica quanto romanistica, è fisiologica qualche piccola imprecisione. Il foreigner talk (525) è la varietà semplificata parlata da nativi a stranieri, non un’interlingua di questi ultimi. Quanto alla variazione diatopica, l’elenco delle modalità romanze di formazione del futuro (524) segue il topos per cui l’Italia meridionale avrebbe ab origine «complètement renoncé à ce temps verbal» (mentre il futuro cantarehabeo vi è corposamente attestato in fase tardo-medievale e scompare solo successivamente: v. M. Loporcaro 1999: «Il futuro cantare-habeo nell’Italia meridionale», AGI 80: 67-114) ed infine fra le «tournures à différents verbes modaux» usate per coniare nuove forme di futuro include «lat. vulg. volere . . . en roumain, debere en sarde et habere partout ailleurs», menzionando per il sardo quella che in realtà è la formazione del solo condizionale, non del futuro: il primo in logudorese (non Si potrebbe ancora continuare a lungo nel render conto dei tantissimi eccellenti ed interessanti contributi che il volume ospita. Va però anche osservato che qualcuno degli articoli, per concezione ed esecuzione, non è al livello degli altri. È il caso di Ch. Schmitt, n° 61, Die verlorene Romanität in Afrika: Afrolatein/ Afroromanisch che tratta di questo tema affascinante e indagatissimo negli studi romanzi da un’angolatura essenzialmente latinistica. Dedica così gran parte del saggio alla cultura letteraria dell’Africa romana, enumerandone gli autori, ed alla «Africitas». Chiude la discussione di questi aspetti una lunga citazione dalla Antike Kunstprosa di Eduard Norden in cui questi critica le speculazioni infondate, correnti fra i classicisti del suo tempo, sulle presunte matrici puniche della ampollosità dello «stylus africanus». Subito prima della citazione, Schmitt definisce «die Africitas . . . eine Erfindung der deutschen Latinistik des 19. Jh.» continuando: «Diese Ansicht vertritt auch Norden» (670). Ma il Norden, sette righe dopo il passo citato da Schmitt, inizia a spiegare che l’invenzione avvenne ben prima: «Questa espressione [tumor Africus] la dobbiamo . . . agli umanisti ciceroniani dei secoli decimosesto e decimosettimo» [spaziato nell’originale] che condannarono Apuleio, africano, come il più noto rappresentante di uno stile di prosa agli antipodi del prediletto modello ciceroniano 8 . Una pagina più in là Norden riporta un passo di Erasmo, Praef. in Hilarii editionem (1523) [= epist. 613] in cui ricorre la parola Africitas: «Augustinum multum habet Africitatis in contextu dictionis» 9 . Ad ogni modo, anche lasciando da parte le imprecisioni di fatto 10 , ognun vede che non si tratta di questioni centrali per il tema del(la struttura linguistica e dello sviluppo del) latino d’Africa. Il saggio appare dunque sbilanciato sul fronte classicistico e nondimeno maltratta la bibliografia in quest’ambito e maltratta pure le lingue classiche. Vi si osserva infatti un addensarsi di errori, laddove i refusi nel resto del volume s’incontrano di rado 11 . Così si legge uno strano titolo Perì ArxÍt (senza spirito e con t finale per n) th+ (senz’accento) }Rwmaíwt (con lo spirito dolce anziché aspro e di nuovo t finale per n) Politeía+, e nella citazione seguente si legge aút fi Í con l’accento anziché lo spirito sulla prima sillaba (671). Gli errori viziano anche le citazioni latine. Così, passando finalmente dalla stilistica ai fatti linguistici, si cita la nota testimonianza di Agostino sull’insensibilità degli Africani alla distinzione quantitativa, ma nella forma seguente: «De doctr. christ. IV, 24: ‹Afrae aures de corruptione vocalium vel productione non iudicant›», dove gli estremi vanno corretti in IV, 10, 24 e l’accorciamento di cui parla Agostino [recte: de correptione] è diventato una «corruzione» delle vocali. Di Agostino sono rilevanti per l’obliterazione della quantità anche altri passi (Enarrationes in Psalmos 138,20, 139 Besprechungen - Comptes rendus in campidanese) rimonta effettivamente a d(eb)e(b)at facere ( / diat faker/ → [ dia f a gere] ‘farebbe’) mentre il futuro in tutto il sardo continua ha(be)t ad facere ( log. [ ad a f a gere] ‘farà’). 8 Cf. E. Norden 1909: Die antike Kunstprosa vom VI. Jahrhundert v. Chr. bis in die Zeit der Renaissance, 2 vol., Leipzig-Berlin (si cita dalla trad. it. E. Norden 1986: La prosa d’arte antica dal VI sec. a. C. all’età della Rinascenza, ed. it. a. c. di Benedetta Heinemann Campana, con una nota di aggiornamento di G. Calboli e una premessa di S. Mariotti, 2 tomi, Roma, vol. I, p. 596-97). 9 V. E. Norden 1909 [trad. it. 1986] vol. I, p. 598. 10 Si noti che nella bibliografia di Schmitt (674) il titolo del Norden è riportato sbagliando il secolo d’inizio («vom 2. Jahrhundert» anziché «vom VI. Jahrhundert») della tradizione che ricostruisce il Norden quando nel I capitolo (su «La nascita della prosa d’arte attica» con Trasimaco e Gorgia, sec. V a. C.) ne discute i precedenti presocratici (sec. VI). 11 Ne segnalo qualcuno: «(cf. die Zusammenfassung in ib., 226s.; Kaiser 1999; 2002) weist jedoch» etc. (97) dove sono cadute una parentesi chiusa dopo «226s.» ed una aperta prima di 1999 coll’effetto di fondere indebitamente le posizioni di Roberts (cui si riferisce l’ib.) e di Kaiser; D’Arco Avalle (550, 553) [recte Avalle, D’Arco Silvio]; «Buddosò» per Buddusò (796). De doctrina christiana III, 3, 7) su cui v. ora la discussione di M. Mancini 12 , uscita troppo tardi perché S. potesse tenerne conto, mentre lo stesso non si può dire di molti altri saggi sul vocalismo africano e in generale sul latino (e l’incipiente romanzo) d’Africa, del pari non tenuti in conto 13 . Altra pecca del saggio è infatti un’insufficiente considerazione della specifica bibliografia romanistica sull’argomento. Solo ignorando i lavori di uno dei maestri della linguistica storica romanza del secondo Novecento, il compianto József Herman (non citati, infatti), è possibile affermare ut sic nel Duemila che la considerazione del latino epigrafico è, in fin dei conti, senza frutto per l’individuazione di peculiarità linguistiche regionali, perché «die mit großem Aufwand betriebene Analyse der lateinischen Inschriften des Römischen Reiches hat ergeben, dass überall cum grano salis dieselben Fehler auftreten» (670). In numerosi suoi saggi Herman ha mostrato che l’analisi quantitativa delle percentuali di deviazioni grafiche dalla norma per singoli tratti, ad es. e per i, b per v ecc., ponderate in rapporto al complesso di tali deviazioni, restituiscono l’immagine di mutamenti in atto nel latino delle diverse province dell’Impero, in continuità con gli esiti romanzi delle rispettive zone 14 . Per l’Africa, in particolare, l’analisi del vocalismo delle iscrizioni metriche condotta da Herman conferma il quadro di una confusione delle quantità distintive in sillaba tonica più precoce che non a Roma, in accordo con le testimonianze di Agostino e di Consenzio (Keil V 392) 15 . Poiché l’autore di questo contributo è uno dei curatori, potrebbe sorgere il dubbio che si debba ritener questo un esempio di come mansioni organizzative tanto impegnative a vantaggio dell’intera comunità possano andare a detrimento della qualità scientifica del lavoro del singolo. Dubbio fugato dalla semplice considerazione che anche quanto alla cura formale questo contributo costituisce una sfortunata eccezione in un volume per il resto non solo interessante per contenuti e grandioso per concezione ma anche formalmente molto ben redatto. L’impressione positiva è ora corroborata dall’uscita dell’ancor più corposo tomo II, che contiene i cap. X-XIII dedicati a tematiche socio-storico-culturali 16 . Qui è - se possibile - ancor più evidente sin dal sommario lo sforzo di concezione unitaria e sistematica compiuto dai curatori. Così ad es. il cap. X (Soziokulturelle Faktoren in der romanischen Sprachge- 140 Besprechungen - Comptes rendus 12 M. Mancini 2001: «Agostino, i grammatici e il vocalismo del latino d’Africa», RdL/ IJL 13: 309- 38, a p. 310-11. Ugualmente recente G. Lupinu 2000: Latino epigrafico della Sardegna. Aspetti fonetici, Nuoro, che tratta del vocalismo africano alle p. 18-20. 13 Ad es. G. Bonfante 1956: «Il sardo kenápura e la quantità latina», La Parola del Passato 11: 347-58, S. W. Omeltchenko 1977: A quantitative and comparative study of the vocalism of the Latin inscriptions of North Africa, Britain, Dalmatia and the Balkans, Chapel Hill, North Carolina e F. Fanciullo 1992: «Un capitolo della Romania submersa: il latino africano», in D. Kremer (ed.), Actes du XVIII e Congrès International de Linguistique et Philologie Romanes, Université de Trèves (Trier) 1986, vol. I. Romania submersa - Romania nova, Tübingen, p. 162-87. 14 V. almeno J. Herman 1965: «Aspects de la différenciation du latin: problèmes généraux», BSL 60: 53-70 [rist. in Id. 1990: Du latin aux langues romanes. Études de linguistique historique, Tübingen, p. 10-28] e Id. 2000: «Differenze territoriali nel latino parlato dell’Italia tardo-imperiale: un contributo preliminare», in: J. Herman/ A. Marinetti (ed.), La preistoria dell’italiano. Atti della Tavola Rotonda di Linguistica Storica, Università Ca’ Foscari di Venezia, 11-13 giugno 1998, Tübingen, p. 123-35. 15 Cf. J. Herman 1982: «Un vieux dossier réouvert: les transformations du système latin des quantités vocaliques», BSL 77: 285-302 (rist. in Id. 1990: 217-31). Si può non esser d’accordo con le conclusioni, come Mancini (v. sopra la N12), ma il dissenso va argomentato - così fa appunto Mancini - e i lavori di Herman non si possono ignorare. 16 2. Teilband/ Tome 2, Berlin - New York 2006, 2318 p. (Handbücher zur Sprach- und Kommunikationswissenschaft 23.2) schichte) contiene nuclei di articoli dedicati all’influsso sulla storia linguistica delle singole aree romanze di politica e sviluppo socio-economico (art. 101-04), istruzione (105-09), comunicazioni di massa (110-13), religione e filosofia (111-17), traduzione (118-24). Seguono, con impostazione ugualmente simmetrica e sistematica, il cap. XI su contatto e migrazione e infine il XII su ambiti e mezzi di comunicazione e tipologie testuali. Anche questo volume promette dunque letture interessanti a giro d’orizzonte, opera di specialisti di alto livello, e conferma che ci troviamo di fronte ad un’opera di riferimento ottimamente strutturata e mirabilmente eseguita, che non potrà mancare in alcuna biblioteca romanistica. Michele Loporcaro ★ Emanuela Cresti/ Massimo Moneglia, C-ORAL-ROM. Integrated Reference Corpora for Spoken Romance Languages, Amsterdam (Benjamins) 2005, xvii + 304 p. + DVD (Studies in Corpus Linguistics 15) C’est à l’occasion du colloque international Macrosintassi e analisi del parlato, qui s’est tenu à l’Université de Florence les 23 et 24 avril 1999, que les représentants de quatre grandes équipes de recherche européennes spécialistes dans la linguistique de corpus 1 ont donné naissance au consortium C-ORAL-ROM. Le but visé par les initiateurs de ce projet était de mettre à la disposition de la communauté scientifique et de l’industrie linguistique, à l’intérieur comme à l’extérieur de l’Union Européenne, un corpus représentatif et comparable de quatre des principales langues parlées à l’heure actuelle dans le domaine roman: l’italien, le français, le portugais et l’espagnol 2 . D’un point de vue statistique, le C-ORAL-ROM représente 1.200.000 mots (300.000 mots par langue), soit quelques 121 heures de parole «spontanée» recueillies en milieu naturel. Ce grand corpus du «roman parlé» a été pensé de manière à pouvoir rendre compte des variations significatives rencontrées dans les discours de tous les jours, selon différents «paramètres sociolinguistiques bien reconnus par la tradition». Ainsi il peut servir de base de référence pour des comparaisons de différents types 3 d’une part; être utilisé directement dans les études de reconnaissance vocale et de synthèse de parole d’autre part. Les fichiers audio et les transcriptions du C-ORAL-ROM sont mis à disposition de l’acquéreur sur support DVD. Pour faciliter la recherche textuelle, deux outils très utiles sont également fournis. Le premier est un logiciel d’analyse prosodique multifonction, WinPitch Corpus (Pitch France), élaboré par P. Martin. Il offre - entre autres choses - la possibilité de lire le texte aligné avec le son en même temps que défilent les tracés intonatifs. Le se- 141 Besprechungen - Comptes rendus 1 E. Cresti/ M. Moneglia (laboratoire LABLITA de l’Université de Florence); Cl. Blanche-Benveniste (GARS, aujourd’hui DELIC, dirigé par J. Véronis à l’Université de Provence); F. Bacelar (CLUL de l’Université de Lisbonne), F. Marcos Marín/ C. Nicolás (relayés dans le projet par A. Moreno à l’Université Autonome de Madrid). 2 On laissera de côté la problématique «dialectologique» de l’entreprise. Signalons que les auteurs ont simplement cherché à donner un aperçu représentatif de la langue «standard» de leurs pays. Les enregistrements ont été faits en l’Italie dans l’ouest de la Toscane, au centre de la partie continentale du Portugal, dans le sud de la Castille et dans sud de la France (8). 3 Études contrastives avec des corpus des langues romanes écrites (LINGUA, EUROM-4) et avec d’autres corpus de langue parlée (outre les corpus déjà constitués des équipes participantes), citons pour l’anglais l’ouvrage de D. Biber et al., The Longman Grammar of Spoken and Written English, Longman 1999 et plus récemment en ce qui concerne le néerlandais le Spoken Dutch Corpus (http: / / lands.let.kun.nl/ cgn/ doc_English/ topics/ project/ pro_info.htm).