Vox Romanica
vox
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Francke Verlag Tübingen
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2008
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Kristol De StefaniNiuno huomo non può sapere la grandezza della nostra terra se none noi
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2008
Lidia Bartolucci
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Niuno huomo non può sapere la grandezza della nostra terra se none noi Su una redazione italiana della Lettera del Prete Gianni Nell’ampio studio dedicato all’Epistola Presbiteri Johannis nelle sue numerose versioni Bettina Wagner si volge a esaminare le redazioni italiane di questo testo che nel Medioevo incontra grande fortuna presso il pubblico. Un potente e misterioso Prete Gianni, che in sé riunisce potere spirituale e potere temporale, descrive in una lettera in latino, indirizzata «Emanueli, Romeon gubernatori» (Zarncke 1879: 909-34), il suo vasto e lontano territorio d’Oriente, ove teratologia, alienità antropologiche e difformità degli elementi si intrecciano. L’Epistola si ascrive agli anni fra il 1150 e il 1165 ed è redatta da autore anonimo, probabilmente, come osserva Gioia Zaganelli, un chierico, uno dei tanti intellettuali che nel XII secolo affollavano le cancellerie dei potenti e dei quali i potenti, non sempre abili nelle pratiche della scrittura, si servivano per la loro amministrazione. Al corrente della letteratura relativa all’Oriente e lettore della Bibbia, egli, come presumibilmente il suo pubblico, sapeva dell’esistenza in Asia di popolazioni cristiane, come pure delle leggende che già all’inizio del XII secolo circolavano in Occidente su un potente re indiano, chiamato «Presbiter Johannes» (Zaganelli 1990: 15). In un lasso di tempo non troppo lungo l’Epistola, che si presta a livelli diversi di lettura, si diffonde in Occidente e conosce numerose interpolazioni, riscritture e traduzioni. Fra le traduzioni in lingua volgare particolare fortuna è conosciuta da una versione oitanica in prosa, siglata P1, che sviluppa l’ambito dei «mirabilia» rispetto alla lettera latina; da questa deriva una redazione breve in antico francese, indicata come P2 (cf. Gosman 1982: 3-22). Da P1 dipende la maggior parte delle versioni italiane sino ad oggi note. Bettina Wagner (2000: 197-200), rifacendosi a una tesi inedita di Petra Salentijn, viene a ripartire i dodici ms. italiani da lei conosciuti in due famiglie, indicate rispettivamente con le sigle «It. F» e «It. L». Quest’ultima famiglia comprende due testimoni di tradizione italo-latina, e cioè il ms. 353 del fondo Patetta della Biblioteca Apostolica Vaticana e il codice Magl. XXXV 169 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze 1 , mentre al gruppo indicato come «It. F» si ascrive un numero più rilevante di ms., che mostrano di attingere dalla prosa lunga oitanica, che, rispetto all’originale latino dell’Epistola, costituisce una traduzione-adattamento. Alla studiosa è sfuggito il ms. da noi rinvenuto alcuni anni fa nella Biblioteca Ca- 1 I due ms. sono stati editi: cf. Bendinelli 1978: 37-64 e Magro 1999: 201-90. Vox Romanica 67 (2008): 1-10 Lidia Bartolucci pitolare di Verona: è il ms. miscellaneo DCCCXX, che alle col. 37r-39r conserva la narrazione iniziale della missiva. Si è recentemente scoperto che è stato esemplato, nella prima metà del XV secolo in mercantesca, da Tuccio Manetti, padre del famoso Antonio, che è stato «indefesso copiatore, traduttore, postillatore di codici, specialmente latini» 2 . Pertanto la tradizione manoscritta italiana della Lettera del Prete Gianni è costituita dai seguenti testimoni 3 : MS. Bartolucci Magro Wagner 1 Firenze, Biblioteca Marucelliana, C CLV A F E 2 Roma, Biblioteca Corsiniana, Rossi 163 C C O 3 Fermo, Biblioteca Comunale, 4 CA I.31 F Fe P 4 Firenze, Bibl. Mediceo-Laurenziana, Ashb. App. 1887 L La N 5 Firenze, Bibl. Mediceo-Laurenziana, Mediceo-Pal. 115 L1 Lb M 6 Venezia, Biblioteca Marciana, It. IX 142 (6280) M Ma G 7 Venezia, Biblioteca Marciana, It. XI 6 (7222) 4 M1 Mb C 8 Firenze, Bibl. Nazionale Centrale, Landau-Finaly 13 N Ne H 9 Firenze, Bibl. Nazionale Centrale, Magl. II II 39 N1 Nc D 10 Firenze, Bibl. Nazionale Centrale, Magl. II IV 53 N2 Nd F 11 Roma, Bibl. Apostolica Vaticana, F. Patetta 353 P A K 12 Firenze, Bibl. Nazionale Centrale, Magl. XXXV 169 Q Na L 13 Firenze, Biblioteca Riccardiana, 1475 R R A 14 Verona, Biblioteca Civica, 398 5 V V 15 Verona, Biblioteca Capitolare, DCCCXX V1 16 Vienna, Österreichische Nationalbibliothek, 3320 W W B Nel ms. della Biblioteca Capitolare, da noi siglato V1, la missiva del misterioso signore d’Oriente si interrompe dopo la menzione del fiume Sanbatyon e delle fortificazioni sul territorio del Prete Gianni: «Dall’altra parte di questa montagnia, donde questo fiume nascie, abbiamo noi .LXII. castella delle più forti del mondo, ed è l’uno all’altro presso a una balestrata» (c. 39r) 6 . V1 si rivela assai vicino al testimone italiano più antico dell’Epistola, il ms. R, che alle col. 146v-164r, custodisce una traduzione fedele di P1, caratterizzata, fra l’altro, da una «orientation française» 7 , ovvero da una reiterata esaltazione dei «Franceschi». Di R esiste una edizione ottocentesca, filologicamente superata 8 , mentre inedito è il testo di V1, 2 2 Cf. Bartolucci 1999: 5-11; Tanturli 1998: 514-15; Uzielli 1902: 473-91. 3 All’elencazione si affiancano le sigle attribuite ai ms. dalla scrivente, da Magro 1999: 212 e da Wagner 2000: 197-98. Cf. pure Bartolucci 2001: 89. 4 Per un refuso il ms. porta la segnatura It. IX VI invece di It. XI VI: cf. Wagner 2000: 197. 5 Il ms. 398 della Biblioteca Civica di Verona viene esemplato, nella seconda metà del Quattrocento, per un personaggio di rilievo della città, Galeazzo Canossa, e conserva una riscrittura dell’Epistola, contraddistinta altresì da numerose interpolazioni a carattere religioso-liturgico. La lettera si lega alla versione del ms. marciano It. IX 142, che Wagner 2000: 197 considera libera elaborazione. 6 Il testo di V1 corrisponde alle righe 1-221 del testo di P1. Per la descrizione del ms. cf. Peruzzi 1992: 241; Bartolucci 1999: 10-11; Marchi 1996: 598-600. 7 Cf. Gosman 1982: 37. Sul ms. cf. in particolare Bartolucci 1998: 5-15. 8 Il codice è stato pubblicato da Moutier 1823: ci-cxiii in appendice alla Cronaca di Giovanni Villani. Su una redazione italiana della Lettera del Prete Gianni del quale nel presente lavoro si fornisce la trascrizione 9 . Si osserva che rispetto a V1 R in qualche caso fornisce un testo più completo: ad es. trattando dei popoli rinchiusi da Alessandro Magno, R riferisce «Né queste generazioni di gente non fuorono de’ figliuoli d’Israel né sono, ma elli fuoro di Gos e di Magos» (c. 149v). La duplice precisazione di R è contenuta in alcuni testimoni oitanici che si raggruppano intorno al ms. I (Parigi, Bibliothèque de l’Arsenal, 5366) e al ms. L (Berna, Bibliothèque de la Bourgeoisie, litt. 113), i due «textes-guide» di P1; «Et ces generacions ne sont ne ne furent des fils d’Israël, mais il furent de Gos et de Magos»: così recita il ms. H, seguito dal ms. J per la prima famiglia e dai testimoni L, R, K e D del secondo gruppo 10 . V1 si limita a dire: «Né questa gienerazione di giente non furono de’ figliuoli d’Israel, ma furono della gienerazione di Gog e Magogh» (c. 38r). I due testimoni R e V1 presentano la stessa versione con poche e lievi divergenze tra loro: V1 R honorevolmente c. 37r honoratamente c. 147r li nostri poveri c. 37r li poveri della nostra terra c. 147r ivi presso c. 37v apresso c. 147v cresciuti c. 38r drudi c. 148v finirà c. 38r durerà c. 149v terra c. 38r città c. 150r Gison c. 38r Fison c. 150v diserto stretto c. 38v diserto estremo c. 152v stenperata c. 39r distenperata c. 153v cheto c. 39r queito 11 c. 153v Oltre all’errore comune già segnalato (Bartolucci 1999: 7) relativo alla pericope di P1 «adont trove on Babilone la Deserte qui est dalés le tor qui est apelee Babiel» (ms. I, p. 300, r43-45), R e V condividono un’altra lezione erronea, dovuta forse a un fraintendimento del modello: orecchi (V1 c. 37v)/ orecchie (R c. 149r) in luogo di «occhi», di cui riferisce P1: euz/ yeux/ yeulz/ oylz/ oilz/ ieus/ euz/ jeuix, come si può leggere ad es. nel ms. I (p. 162, r78): «gent qui ont euz davant et darrier» ‘gen- 3 9 Si è optato per una trascrizione notevolmente conservativa. Sono stati regolati secondo l’uso moderno i segni diacritici, la punteggiatura, l’utilizzo di maiuscole e minuscole e la divisione delle parole. Si è posta l’indicazione della carta fra due barre oblique; si sono utilizzate le parentesi quadre per le integrazioni e si sono segnalate le lacune nel testo con tre puntini posti fra parentesi tonde. Sono state conservate le cifre in forma di numero romano e sono state collocate fra due puntini. Si è distinto u da v, j è stato reso con i; si è segnalato il raddoppiamento fonosintattico con il punto in alto. Per le citazioni all’interno del testo si sono utilizzati i caporali. Per quanto concerne le abbreviazioni, che sono in numero ridotto, è stata resa con e la nota tironiana simile a 2; il titulus curvilineo è stato sciolto in m (es. femmina) o in n (es. stanno); il compendio di origine giuridica p con l’asta discendente tagliata è stato reso con per e il «nomen sacrum» xpiani con il titulus sovrapposto è stato svolto in cristiani. 10 Cf. Gosman 1982: 185, r92-94; 310-11, r92-94. 11 Il raffronto si arresta alla c. 39r di V1 e alla c. 153v di R. Lidia Bartolucci ti che hanno occhi davanti e dietro’; analogamente a I raccontano i testimoni A, Q, F, P e J della prima famiglia, e per la seconda soltanto M (p. 309, r78). Circa quest’ultimo codice Gosman (1982: 113) osserva che, nella tradizione manoscritta di P1, M rivela una considerevole «autonomie des leçons» e occupa una posizione particolare in quanto si collega ad entrambe le famiglie (Gosman 1982: 101-17). I due ms. italiani sono imparentati tra loro e V1, come abbiamo rilevato (Bartolucci 1999: 9-10), mostra di discendere da un codice assai vicino a R. Ciò che delineiamo ulteriormente è il loro dipendere in maniera sistematica dal gruppo oitanico I di P1, il quale, secondo Bettina Wagner, costituisce un gruppo storicotestuale secondario 12 . Avevamo già segnalato attestazioni della loro dipendenza dalla famiglia I: l’offerta della carica di siniscalco da parte del Prete Gianni e la descrizione della seconda fontana di «jouvence» (Bartolucci 1999: 7-8). Altre peculiarità si evidenziano dal loro raffronto con i ms. oitanici: I la frase «et femine ave intra loro di quello medesimo lignaggio» (R, c. 149r) / «e femmine ae intra loro di quello medesimo lingnaggio» (V1, c. 37v) compare solo in alcuni ms. della famiglia I, e cioè in A, H e J, che recita «de cele meismes lignee sont les fames», e della famiglia L (L, R, K, O ed N) 13 ; II la lezione riferita ai Sagittari «e stanno nel deserto» di R (c. 151r) e di V1 (c. 38v) figura in tutti i testimoni della prima famiglia e in M 14 ; III la frase di V1 «non eschono dal diserto inperciò che a Dio non piacie» (c. 38v) e di R «non escono del diserto inperciò ke a Dio non piace» (c. 151r) figura unicamente in M e nei testimoni del gruppo I: B, A, Q, H e J 15 ; IV di tali genti R aggiunge «giacciono continuamente in su l’erba» (c. 151r), al pari di V1 «giacciono continovamente in su l’erba» (c. 38v). La lezione corrispondente herbes ‘erbe’ è presente solo nel ms. B della famiglia I, in quanto tutti gli altri ms. sia di P1 sia di P2 16 hanno arbres ‘alberi’ (Bartolucci 1999: 8); V V1 puntualizza circa una delle tre Indie «tanto è netta e correvi uno fiume» (c. 38v) mentre il copista di R incorre in una omissione «tanto e correvi uno fiume» (c. 151v). Tale puntualizzazione figura in tutti i ms. della famiglia I (si est si nete) e solo in M (Gosman 1982: 182-83, r171; 329, r171); VI per gli arbusti del pepe R precisa: «sono drudi e folti e ramoruti e bene caricati» (c. 153r) traducendo letteralmente il dettato del ms. F, che appartiene 4 12 Wagner 2000: 205-06 constata che nella famiglia di L sono presenti passi provenienti dal testo latino della Epistola, invece mancano nella famiglia di I. 13 Cf. Gosman 1982: 162-63, r80; 308-09, r80. 14 «Et meinnent es desers» (ms. I): cf. Gosman 1982: 176, r144; «et mainent es desiers» (ms. M): ivi: 323, r144 15 Ivi : 176-77, r145-46; 323, r145-46. 16 Gosman 1982: 7-22 indica con P2 la traduzione-adattamento oitanica che si rifà a P1 e che presenta tre interpolazioni tipiche: quella sui Cinocefali pescatori, quella sugli uccelli di calda natura e quella sull’«Arbre de vie» e il crisma. Su una redazione italiana della Lettera del Prete Gianni al gruppo I, «sunt druz et espes, ramé et bien chargé» (p. 189, r188); V1 invece dice solo «sono bene ramoruti e charicati» (c. 39r). La precisazione è assente nei testimoni della famiglia L, ad eccezione di M, che recita «dru et espes et bien ramé et bien karchié» (p. 335, r188). Gli altri ms. della famiglia I che riferiscono di tale particolarità, cioè I, B, Q, F e J, presentano qualche differenza di lezione. È da rilevare che il dettato di J «bien ramez et carchiez» corrisponde alla traduzione di V1. VII Circa la vastità del suo territorio il Prete Gianni dice «Sì abbiamo un altro paese per lo quale noi possiamo visitare la nostra terra» (V1 c. 39r) / «Et se aviamo un altro paese per lo quale noi potiamo visitare la nostra / / terra» (c. 153r-v). Paese è un errore e la corrispettiva lezione païs compare solo in due testimoni della famiglia I, ovvero in J: «Si avons autres païs par quoy nous poöns visiter [nostre terre]», e in H «Si avons altres païs 17 par lequel nous poöns nostre terre visiter» (p. 194, r213). Di tale gruppo riportano correttamente pas ‘passo’ B e P; invece A, Q e F tacciono. La seconda famiglia di P1 ha la lezione corretta passage/ pasages/ passages/ passaiges (p. 340-41, r213). VIII Nell’elencazione delle pietre preziose trasportate da uno dei fiumi paradisiaci compare l’onice: oncie in V1 (c. 38v) e in R (c. 152r). Unicamente nel gruppo dei testimoni di I si ha menzione di tale pietra: ms. I, J, B ed F (p. 184- 85, r177). IX La precisazione «la quale è intra noi e figliuoli d’Israel» (V1 c. 39r) / «ch’ene tra noi e lli figliuoli d’Israel» (R c. 153v) figura soltanto nei ms. della famiglia I: «qui est entre noz et les fiuz Israël» (p. 194-95, r215). Il raffronto di V1 ed R con le versioni oitaniche in prosa conferma la loro dipendenza dal testo di P1, che, rispetto all’Epistola latina, presenta, come osserva Gioia Zaganelli, una grande novità in quanto suggerisce che nessun modello di bene sociale è proponibile se non si tiene conto anche delle forze contrarie, della presenza del male, dell’ingiustizia, dell’aggressione. L’immagine che qui ci è proposta è la meta di un percorso simbolico . . . Solo dopo aver attraversato l’immensità degli spazi esterni, dopo aver preso contatto con la violenza, dopo aver capito che il bene è un equilibrio, una mediazione tra forze antitetiche, si può raggiungere il cuore del regno e percepire appieno il senso dell’immagine sociale che in esso si incarna (Zaganelli 1988: 256). Forse proprio per questo sono state così numerose le versioni italiane della prosa oitanica indicata come P1. Verona Lidia Bartolucci 5 17 Gosman interviene sul testo correggendo in entrambi i ms. Lidia Bartolucci Trascrizione del testo 6 18 La lettura di ç è un po’ incerta: sembra che il copista sia intervenuto su t correggendolo in ç. 19 Rispetto a R, che riferisce di tre Indie (c. 147v), delle quali dà la denominazione, V1 sembra avere una lacuna. P1 racconta di tre Indie (Gosman 1982: 154-55, r41; 360-61, r41); P2 invece 5 10 15 20 25 30 35 40 / c. 37r/ Presto Giovanni, per la graçia 18 di Dio re cristiano, manda salute ed amore a Federigo, inperadore di Roma. Noi, Giovanni, siamo cierti che voi disiderate di vedere per cierte insegnie l’essere nostro e de’ nostri fatti. E inperciò che a noi è dato ad intendere che voi dite che [i] nostri Greci non credono fermamente la nostra leggie e non adorano Iddio sicome fate voi, ora sappiate di vero che noi vi mandiamo diciendo di vero che noi crediamo il Padre, il Figliuolo e •llo Spirito Santo in tre persone in uno Dio solamente; e questo crediamo noi fermamente. E inperciò noi vi preghiamo che voi ci facciate assapere la vostra credenza e •lla maniera della vostra giente e della vostra terra per vostre lettere. E noi vi manderemo singnificando la nostra maniera e •lla nostra leggie. E se a •vvoi piaciesse alchuna cosa che noi potessimo fare o trovare nel nostro reame, si •ccielo fate assapere e noi ve lo manderemo molto volentieri. E se a •vvoi piaciesse di venire infino qua a •nnoi, noi ne saremo molto lieti e faremovi sinischalcho di tutte le nostre terre. Ora sappiate di vero che noi abbiamo la più alta corona e la più riccha che sia al mondo sicchome d’oro e d’arciento e di fini pietre preziose e abiamo intra noi di molte forti tenute, sicchome sono ciptà e castella. Ancora sappiate di vero che .lxxii. re coronati sono sotto la nostra singnoria, i quagli sono tutti buoni cristiani; e sì abbiamo anchora assai altri re, i quali non sono cristiani e sono sotto il nostro comandamento. Ancora sappiate che tutti i nostri poveri noi sostengniamo di lemosine per amore di messer Domenedio sicché egli ànno assai per vivere. Ancora sappiate veramente che, al più tosto che noi potremo, noi anderemo a visitare il Santo Sepolcro del nostro Singniore Idio in Jerusalem e tutta la Terra di promissione, nella quale Idio ricievette morte e passione per noi riconperare delle pene dell’Onferno. E crediamvi andare honorevolmente con grande oste e chon grande conpagnia di baroni e di chavalieri per adorare la santa veracie crocie di Iesu Cristo. Ancora vi faciamo assapere che le nostre parti sono tre 19 : la Maggiore, la Mezzana e •lla Minore. Nella Maggiore India, dove è il nostro stallo, si giacie il corpo di Santo Tommaso appostolo ed è divisata verso l’Oriente dell’altre Indie. Ivi presso troviamo noi Banbillonia la diserta, la quale antichamente fu chiamata la Tore Babel. L’altra India si è la terza parte del Settentrione, diviziosa d’ogni vivande che al corpo dell’uomo bisogna; e questa India è tutta legiptima nostra sanza niuno intervallo. Nella nostra terra naschono i leofanti e moltre altre bestie divisate, sicchome moris, tormadarie, dramadarie bianchi e chammelli bianchi, e nasconci tori salvatichi e lupi bianchi, i quali piglano i ciervi. / c. 37v/ Ancora ci naschono asini salvatichi e leoni bianchi e neri e rossi e tacchati di diversi colori e sono di grandeza come bufoli. Ancora sapiate che noi abiamo bufali salvatichi e molte altre bestie le quali non avete voi in vostra terra né in vostre contrade. Ancora sapiate che noi abbiamo uccielli grifoni, i quali sono di tanta virtù che egli ne portano uno bue tutto intero al nido di loro pulcini, e tanto come queste bestie salvatiche e maniere d’uccielli truovano che mangiare, non eschono mai del diserto. 1 graçia: ç su correzione di t. 40 portano: ms. pottano. Su una redazione italiana della Lettera del Prete Gianni 45 50 55 60 65 70 75 80 7 racconta che il territorio del Prete Gianni è diviso «en quatre parties», in cui si trovano le tre Indie (cf. ivi: 441, r40-41). 20 La parola nel ms. si presta a una duplice lettura: linguaggio e lingnaggio. Abbiamo optato per la seconda lezione dal momento che R presenta «lignaggio» (c. 149r) e P1 dice lignie/ lignee/ lignies/ ligie/ ligne/ lingnye (cf. Gosman 1982: 162-63, r80; 308-9, r80). 21 Vengono unite nella Lettera due leggende distinte: quella della barriera fatta erigere da Alessandro Magno e quella dei popoli impuri, indicati come le genti di Gog e Magog che dilagheranno al tempo del Giudizio Universale. Cf. in proposito Jouanno 2002: 309. Ancora vi facciamo assapere che noi abbiamo infra noi li rodioni, i quali sono sopra tutti gli uccielli del mondo e sono un poco maggiori che non è l’aquila e sono di colore di fuocho e le loro alie sono taglenti sicchome rasoio; e in tutto il mondo non à se none un paio. Faccianvi cierti come naschono questi rodioni: ora sappiate che egli si fanno due huova e covanle .lx. dì; poi s’aprono l’uova ed eschonne fuori due pulcini. E quando il padre e la madre veggono nati i pulcini, si partono il più tosto che possono volare fuggiendo al mare; e quando sono al mare eglino s’affogano in mare. Poi, quando sono affogati, tutti gli uccielli che sono andati in loro compagnia, si ritornano indietro infino a’ due pulcini e sì guardano e nutrichano i due pulcini .lx. dì. Allora sono cresciuti sicché eglino possono volare; allora tutti gli ucciegli che gli ànno guardati, se ne partono inmantanente. Ora avete inteso in che modo nascono li rodioni e quanto è la loro vita. Ancora sapiate che noi abbiamo una maniera di bestie chiamate tigri, i quali sono minori di leofanti e questi tigri divorano molte altre bestie. Ancora sapiate che nell’una parte del nostro diserto si à huomini cornuti e altre gienti gli quali ànno orecchi dinanzi e di dietro, e gli loro nomi sono Fanturi, Picienfali, Tigrolope; e femmine ae intra loro di quello medesimo lingnaggio 20 . Ancora abbiamo altra giente che vivono solo di carne cruda e così si mangiano gli huomini come le bestie; e questa giente non teme la morte. E quando alchuno di loro muore, s’egli è o parente o amicho, eglino se ’l mangiano e dicono che ciò è la migliore carne del mondo. E il nome di quella gente si è Got e Magoth, Amie e Vegiene, Arcennes, Farfo, Cinepi, Gangamare, Agimodi. Tutte quelle gienerazioni e molte altre rinchiuse Allessandro, il grande re di Maciedonia, intra due monti, ciò sono Got e Magot 21 , e questa gente sono nelle parti d’Aquilone, dove noi abbiamo castella nelle quali noi tengniamo grande fornimento di giente per aiutare uno nostro re, che per noi conbatte contra quella setta. Tutte quelle gienerazioni e molte altre rinchiuse Allessandro, il grande re di Maciedonia, intra due monti, ciò sono Got e Magot 21 , e questa gente sono nelle parti d’Aquilone, dove noi abbiamo castella nelle quali noi tengniamo grande fornimento di giente per aiutare uno nostro re, che per noi conbatte contra quella setta. E quivi là appresso si à una ciptà la / c. 38r/ la quale si chiama Orindie. Né questa gienerazione di giente non furono de’ figliuoli d’Isdrael, ma furono della gienerazione di Gog e Magogh. E quando noi vogliamo menare di questa giente in battaglia, noi ne meniamo a nostra volontà; e a •lloro facciamo divorare tutti i nostri nimici e poi gli rimettiamo adietro nelle loro luogora, inperciò che se lungamente conversassero fra noi, egli consumerebbono tutta nostra giente e tutte nostre bestie. E questa giente none uscirà fuori infino a che il secolo finirà nel tenpo d’Anticristo. Allora si spanderanno per tutte terre, e sappiate che niuna persona potrebbe asommare il grande numero di loro se non chome dell’arena del mare, né tutta l’altra giente del mondo non la potrà contastare. E questi sono coloro de’ quali il profeta dicie che per loro pecchato non saranno il dì del giudicio al giudicamento, ma il nostro Singnore manderà sopra di loro il fuoco ardente, che tutti gl’arderà. E in questa maniera saranno distrutti queste gienerazioni delle gienti e il vento ne porterà la loro cienere. 53 chiamate: ms. chiamati. Lidia Bartolucci 85 90 95 100 105 110 115 120 125 8 22 Curiosamente sia V1 che R recitano rispettivamente detti (c. 38v) e tti (c. 151r). Ancora vi facciamo asapere che in una parte del nostro diserto contra il mare arenoso si à una maniera di giente li quali ànno i piedi tondi sicchome cammelli, e sono fessi in tre parti; e queste gienti sono sotto il nostro comandamento, ma egli non sono gienti d’arme, anzi sono lavoratori di terra. E neuna giente puote entrare nella loro provincia se non noi che guardiamo l’entrata e l’uscita; e perciò prendiamo noi trebuto da loro continovo e intanto noi non facciamo loro ghuerra. Nell’altra parte del diserto si à una terra ch’à nome Femmina dove niuno huomo puote vivere se none uno anno; e quella terra è molto grande ch’io voglio che voi sappiate di vero che ella tiene .l. giornate per lungo e altretanto tiene per largo. E avi intra loro tre reine, sanza l’altre donne che tengono la città e le castella da loro. E quando elle cavalcano sopra ad alchuno loro nimicho, elle menano ciento migliaia di donne di pregio bene a •cchavallo, sanza quelle che menano l’arnese e •lla vivanda. Ancora sapiate che la nostra terra si è avvolta d’uno fiume che escie di Paradiso, il quale si chiama Gison e non si puote passare sanza nave. E di là da quel fiume si è una terra [che] si chiama Picconie, nella quale terra abitano gienti piccholine sicchome fanciulli di cinque anni overo di sei e ànno cavagli di grandeza di montoni. E sono cristiani e niuna giente non fa loro guerra se none una maniera d’ucciegli che vengono sopra di loro ciaschuno anno due volte: l’una volta vengono nella ricolta, l’altra volta vengono nella vendemia.Alora i’ loro re esce fuori a battaglia con tutti quegli uccielli e già non se ne / c. 38v/ partono questi uccielli infino a tanto che eglino non ànno fatto grande mortalità di questa giente. E questa pestilenza diede loro Iddio pei pecchati de’ loro antecessori. Anchora abbiamo intra noi una giente di saracini i quali sono dalla cintola in su huomini e di sotto cavalli; e portano archi e stanno nel diserto. Appresso di •lloro confini stanno huomini salvatichi, i quali mangiano erba e carne cruda; e queste genti non eschono del diserto inperciò che a Dio non piacie e giacciono continovamente in su l’erba. E questi huomini salvatichi fanno guerra continovamente contra questi sagittari e gli saciptarii contra di loro. E perciò giacciono costoro in sull’erba, perché i serpenti no· nocciano loro. E sappiate che noi ne facciamo prendere a’ nostri huomini per ingegnio e sì gli guardiamo nella nostra chorte perché la strana giente gli vegghano. Ancora abbiamo una maniera di bestie le quali ànno uno corno in fronte dinanzi, lungo uno braccio. E queste bestie sono di detti 22 cholori: bianchi e neri e rossi, ma i bianchi sono più forti che gli altri, chè eglino combattono contra uno leone, e lo leone per ingengnio l’uccide: che quando eglino si conbattono insieme e lo leone si mette dopo uno albore ben forte e poi viene verso l’unicorno, e l’unicorno il crede ferire e lo lione fuggie il colpo dopo l’albero e l’unicorno feriscie l’albero sì forte che non puote riavere il corno; allora viene lo lione a •lluy e sì l’uccide. Ancora sappiate che noi abiamo apresso di noi gli giganti, i quali nell’antico tenpo solieno avere di lungo quaranto ghomita, ma hora non sono se non quindici. E non possono uscire del diserto se non quando noi vogliamo, inperciò che sono al nostro comandamento. Ancora abiamo una maniera di uccielli i quali ànno nome finici, che in tutto ‘l mondo non à se none uno solo. E questo ucciello vive cinqueciento anni e poi si fa uno nido e entravi dentro e tanto il batte dell’alie che il fuocho l’acciende e arde lui e il nido; poi quello nido diventa polvere e di quella polvere nasce uno simigliante ucciello. Su una redazione italiana della Lettera del Prete Gianni 130 135 140 145 150 155 9 23 Con il termine barba in V1 ed R viene tradotta la lezione oitanica racine/ rachine ‘radice’. Cf. Gosman 1982: 186-87, r181; 332-33, r181. 24 La scrittura di V1 si interrompe a circa metà dello specchio di rigatura a c. 39r. Ancora vi facciamo assapere che nell’una delle nostre Indie none à né vermini né serpenti tanto è netta, e correvi uno fiume il quale à nome Idal, il quale viene dal Paradiso Terresto; e questo fiume si divide in sei parti e va per la contrada India e mena oro e pietre preziose sicchome smeraldi, zaffiri, diaspi e calcidoni, oncie, topazi, grisopasse e rubini, giacinti, grisolette, berriche, sadine e molte altre maniere di pietre. Ancora abbiamo intra noi una erba che chiunque porta sopra la barba 23 puote chacciare via il diavolo e fallo venire a •llui e favellagli ed egli risponde di ciò che è domandato; e inperciò non osa abitare il diavolo intra noi. Ancora sappiate che nel nostro diserto stretto nascie il pepe e sì lo cogliamo / c. 39r/ ciaschuno anno. E la terra dove crescie si è tutta piena di serpenti; e quando il pepe è maturo in sugli alberi e sono bene ramoruti e charichati, allora i paesani vi mettono il fuoco e ardono il boscho e il pepe cade in terra e tutti i serpenti fugghono dinanzi dal fuocho. E quegli che ardono il bosco d’intorno sì gli uccidono tutti; poi quando il fuoco è spento e i paesani si tolgono forcie e rasstrelli e fanno grandi monti e mondallo al vento, poi lo cuocono tutto nell’aqqua perché n’escha fuori il veleno de’ serpenti. E questo boscho è d’intorno a una alta montagna la quale à nome Olinpus; e di quella montagnia escie una fontana che pare stenperata, quando l’uomo ne bee, di tutte le buone spezie del mondo. E qualunque persona ne bee di quella aqqua, non sente niuna infermità da indi a .xxx. anni, se tanto può vivere. E in quella fontana naschono pietre chiamate indevorio e sono di tal vertù quelle pietre che l’aquila le porta al nido de’ suoi pulcini per riconfortare loro la veduta e rischiarare loro gli occhi. Ancora vi facciamo cierti che noi abbiamo un’altra fontana, la quale è di tanta virtù che se alcuno huomo vi si bagnia dentro, egli si truova nell’età di trenta anni. Ancora abbiamo una mare di rena, pericoloso sicchome mare d’aqqua ed è molto grande, e niuno corpo d’uomo non v’osa d’entrare; e perciò niuno huomo non può sapere la grandezza della nostra terra se none noi, che n’abbiamo la scripta. E sì abbiamo un altro paese per lo quale noi possiamo visitare la nosstra terra e andare oltra quello mare per uno fiume ch’escie d’una montagnia, la quale è intra noi e’ figliuoli d’Isdrael; e questo fiume mena molte pietre preziose e fa il suo corso per lo Mare Arenoso e senpre chorre molto forte se none il Sabato, che non si muta in tutto il dì, anzi stà cheto e riposasi. Dall’altra parte di questa montagnia, donde questo fiume nascie, abbiamo noi .lxii. chastella delle più forti del mondo e de l’uno all’altro presso à una balestrata 24 . 128 quale: una macchia di inchiostro su ua. 130 diaspi: di aggiunta nell’interlinea con segno di richiamo dalla stessa mano. 136 pepe: la prima e sovrascritta. Lidia Bartolucci Bibliografia Bartolucci, L. 1998: «Sulle versioni R e W della Lettera del Prete Gianni (mss. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 1475 e Vienna, Österreichische Nationalbibliothek, 3320)», Quaderni di Lingue e Letterature» 23: 5-15 Bartolucci, L. 1999: «Su un nuovo testimone della Lettera del Prete Gianni (ms. Verona, Biblioteca Capitolare, DCCCXX)», Quaderni di Lingue e Letterature 24: 5-11 Bartolucci, L. 2001: «Qualche nota sulla Lettera del Prete Gianni nella versione italiana N1 (ms. II II 39, Biblioteca Nazionale Centrale, Firenze)», Quaderni di Lingue e Letterature 26: 89-94 Bendinelli, M. 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