eJournals Vox Romanica 70/1

Vox Romanica
vox
0042-899X
2941-0916
Francke Verlag Tübingen
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2011
701 Kristol De Stefani

La subordinazione completiva a verbo finito nel Libro de la destructione de Troya: tra sintassi e stilistica

121
2011
Paolo  Greco
vox7010047
La subordinazione completiva a verbo finito nel Libro de la destructione de Troya: tra sintassi e stilistica 1. Introduzione 1.1 Principali obiettivi dello studio Il principale obiettivo di questa ricerca è quello di fornire una descrizione dell’uso delle completive introdotte da che e da c(h)a 1 nel Libro de la destructione de Troya (XIV secolo), un volgarizzamento anonimo in napoletano di un testo latino del XIII secolo: la Historia destructionis Troiae di Guido delle Colonne. Il nostro studio si fonda su un’analisi dei Libri 1, 2, 18, 19, 20, 21 e del Prologo (cioè delle pagine 47- 60 e 175-197 dell’edizione critica di riferimento) 2 . All’interno di questa sezione di testo abbiamo preso in considerazione tutte le subordinate completive introdotte da che o da c(h)a in dipendenza da verbi o da perifrasi a base verbale. In alcune parti dell’analisi abbiamo tuttavia esteso la nostra indagine alla totalità delle occorrenze delle frasi completive introdotte da c(h)a presenti nel volgarizzamento napoletano. Ovviamente nel corso dello studio segnaleremo sempre quando le nostre riflessioni saranno portate avanti sulla base dei dati provenienti da tutto il testo e non soltanto dalla sezione scelta per costituire il nostro corpus d’analisi. Per quanto riguarda la struttura di questa ricerca, dopo una descrizione della storia compositiva del Libro de la destructione de Troya, delle sue relazioni con la fonte latina e delle sue caratteristiche stilistiche più significative (paragrafo 1.2.), passeremo ad una breve discussione (paragrafo 1.3.) dei principali studi che nel corso della seconda metà del Novecento, a partire da presupposti e punti di vista differenti, hanno cercato di descrivere il fenomeno dell’alternanza dei complementatori che e c(h)a nei dialetti dell’alto meridione d’Italia (nei quali è ancora oggi possibile utilizzare entrambe le congiunzioni con funzione completiva). A partire dal paragrafo 2.1. entreremo nel vivo della nostra analisi e cercheremo di evidenziare alcuni fattori sintattici, semantici e stilistici che paiono entrare in gioco nella scelta di un complementatore o dell’altro. In particolar modo discuteremo un aspetto che ci sembra cruciale: il rapporto che esiste tra l’uso dell’Ac- 1 Si noti che nel corpus da noi analizzato si ritrovano in alternanza le grafie ca e cha. Si tratta, con tutta probabilità, di due varianti puramente grafiche di cui una (ca) molto minoritaria (in tutto il Libro de la destructione de Troya solo il 17,5 % dei casi, cioè 24 occorrenze contro le 137 di cha). In questo studio utilizzeremo sempre la dicitura «completive introdotte da c(h)a» per riferirci alle subordinate il cui complementatore è ca o cha nei casi in cui non abbiamo ritenuto necessario suddividere le frasi in base alla variante grafica che si ritrova nel testo. 2 L’edizione critica che abbiamo utilizzato per questa ricerca è quella curata da De Blasi (LDT). Vox Romanica 70 (2011): 47-62 Paolo Greco cusativus cum Infinitivo (d’ora in poi AcI) e delle completive introdotte da quod e ut nella Historia destructionis Troiae, e l’uso dei complementatori che e c(h)a nel Libro de la destructione de Troya. 1.2 Principali caratteristiche del Libro de la destructione de Troya Il Libro de la destructione de Troya rappresenta più un «rifacimento» che un vero e proprio volgarizzamento della Historia destructionis Troiae. Come è stato evidenziato da De Blasi 1979 e 1980, il testo napoletano si discosta sensibilmente da quello latino ed in numerosi punti le due opere divergono vistosamente. In particolare, come sottolinea De Blasi 1980, gli interventi del volgarizzatore tendono tutti (sia quelli più frequenti e di minore entità, sia quelli, più rari, che modificano profondamente il testo) ad aumentare il pathos e più in generale la carica propriamente narrativa dell’opera. Se il testo latino si pone come un racconto erudito e colto, obiettivo e scientifico, il volgarizzamento napoletano si presenta piuttosto come un testo quasi romanzesco, destinato probabilmente a dilettare più che a istruire la corte angioina. L’anonimo traduttore considera dunque attuale ed «aperta» l’opera su cui lavora (De Blasi 1980: 49-52). D’altronde, a complicare ulteriormente la già intricata questione del rapporto tra il testo latino e il volgarizzamento napoletano si pone il problema del manoscritto usato come fonte dall’anonimo autore del Libro de la destructione de Troya. Come è stato dimostrato da De Blasi 1979 sulla base del confronto tra alcuni passi presenti nell’opera napoletana e assenti in HDT, il testimone utilizzato dal volgarizzatore apparteneva probabilmente ad un ramo della tradizione manoscritta di cui Griffin non ha tenuto conto nella sua edizione della Historia destructionis Troiae. L’assenza di un punto di riferimento certo nel confronto con la fonte rende dunque ogni riflessione sul rapporto tra il testo latino ed il volgarizzamento napoletano piuttosto problematica e comunque provvisoria. Prima di procedere oltre, ci sembra necessario descrivere gli aspetti principali della storia compositiva del Libro de la destructione de Troya poiché avranno una certa importanza nell’ambito della nostra analisi. Il testo ci è tramandato da due manoscritti chiamati da De Blasi O (Oxoniense, prima metà del XV secolo) e P (Parigino, seconda metà del XIV secolo) 3 : P presenta una lingua nettamente connotata in senso napoletano, la lingua di O è invece meno chiaramente marcata in questa direzione. Tuttavia il manoscritto P dal XXXII Libro in poi non presenta più il testo del Libro de la destructione de Troya ma una traduzione in napoletano (questa volta molto più fedele al testo originale) del volgarizzamento fiorentino della Historia destructionis Troiae di Filippo Ceffi.Abbiamo dunque da un lato O con lingua meno napoletana, ma con tutto il testo del Libro de la destructione de Troya, e dall’altro P, vergato in un volgare fortemente caratterizzato in senso napoletano, ma 48 3 Si veda l’introduzione all’edizione critica presentata in LDT. La subordinazione completiva a verbo finito nel Libro de la destructione de Troya con il testo del Libro de la destructione de Troya fino al Libro XXXI e la traduzione del volgarizzamento di Ceffi dal XXXII. Di qui la scelta di De Blasi di proporre dal XXXII Libro in poi i due testi, quello di O e quello di P, sinotticamente. La scelta dell’editore ci sembra tanto più oculata in quanto, se è vero che O ci presenta il «vero» Libro de la destructione de Troya, non bisogna sottovalutare dal punto di vista linguistico l’importanza dell’operazione compiuta dall’autore della parte finale del testo di P, che ha coscientemente tradotto dal fiorentino al napoletano, adattando foneticamente, morfologicamente ed in qualche caso anche sintatticamente l’opera di partenza 4 . Così, il Libro de la destructione de Troya rappresenta, dal punto di vista linguistico, «la più ampia e meglio conservata affermazione del volgare napoletano trecentesco, che viene usato in modo unitario e costante in alternativa sia al latino che al fiorentino» (De Blasi 1980: 48). 1.3 L’alternanza dei complementatori che e ca nei dialetti dell’Italia del sud: dalla descrizione classica alle analisi in chiave generativista La presenza nei testi antichi dell’Italia del sud di una doppia serie di complementatori per l’introduzione delle frasi completive a verbo finito è stata più volte evidenziata e descritta nel corso della seconda metà del Novecento. Non tutti i testi antichi in napoletano presentano però la variante c(h)a (che resta comunque sempre minoritaria anche nelle opere in cui compare): in alcuni casi l’unico complementatore attestato è che. In particolare, come evidenzia Ledgeway, sulla scia di quanto già osservato da Maria Corti (RL: clxix), i «testi che volutamente evitano i tratti più caratteristici del dialetto locale sotto l’influsso del modello letterario toscano» (Ledgeway 2003: 92) tendono ad evitare l’uso di c(h)a. La presenza di questo complementatore rappresenterebbe dunque un tratto associato con l’uso di una lingua più marcatamente locale e popolareggiante 5 . La descrizione che potremmo definire «classica» dell’alternanza dei complementatori che e c(h)a nei dialetti del sud è stata fornita da Rohlfs 1969: 190, che mette in relazione questo fenomeno con una distinzione semantica dei verbi reggenti. Secondo questa ipotesi, nei dialetti dell’Italia meridionale, i verbi dichiarativi selezionerebbero la congiunzione c(h)a e quelli volitivi che, sulla scia della differenza latina tra volo ut venias e scio (credo) quod (quia) mortuus est 6 . L’esito 49 4 Si noti che comunque De Blasi 1980: 76 segnala alcune rare «sviste» nella traduzione dal fiorentino al napoletano. 5 Una lista di testi in cui si riscontra soltanto il complementatore che, così come un elenco di opere in cui è attestata anche la congiunzione c(h)a in funzione completiva si trova in Ledgeway 2003: 92. 6 Esclusa l’Italia meridionale, all’interno della Romània una tale specificazione delle funzioni di due congiunzioni che introducono frasi subordinate completive si ritrova solo in rumeno, lingua in cui (in accordo con quanto si riscontra nelle lingue balcaniche) si ha opposizione tra cred c ă va veni ‘credo che verrà’ e voiu s ă vin ă ‘voglio che venga’ (Rohlfs 1969: 190). Paolo Greco romanzo secondo Rohlfs non sarebbe tuttavia da imputare ad un’evoluzione diretta dal latino, ma sarebbe piuttosto mediato da un influsso greco, perché «la stessa distinzione si nota in Italia nei dialetti italogreci» (Rohlfs 1969: 190 N1). Le analisi condotte su singoli testi antichi nel corso degli ultimi trent’anni hanno dimostrato che la descrizione proposta da Rohlfs non sembra potersi adattare alla lingua delle opere provenienti dall’alto meridione d’Italia. Formentin (LDR: 432-33) ha ad esempio notato che nei Ricordi di Loise De Rosa il complementatore che viene utilizzato anche in dipendenza da verbi di tipo dichiarativo. Se dunque nei Ricordi i verbi di tipo volitivo governano esclusivamente completive al congiuntivo introdotte da che, dai verbi dichiarativi dipendono completive all’indicativo introdotte talvolta da che e talaltra da c(h)a. Come vedremo, nel Libro de la destructione de Troya si ritrova una situazione similare per quanto riguarda la relazione tra il modo del predicato della completiva e il subordinatore che introduce la frase; la questione delle classi verbali è invece più complessa 7 . Nel corso degli ultimi dieci anni Adam Ledgeway è più volte tornato sulla questione dell’alternanza delle congiunzioni che e c(h)a 8 , avanzando alcune nuove interpretazioni per descrivere le caratteristiche dell’alternanza della doppia serie di complementatori nei dialetti dell’Italia meridionale. In particolar modo, Ledgeway 2003: 107-35, sulla scorta di uno studio compiuto su alcuni testi antichi napoletani (XIV-XV secolo) 9 , ha ipotizzato che l’uso di che o di c(h)a in funzione completiva in napoletano antico fosse dovuto all’attivazione della «periferia sinistra della frase» 10 . Secondo Ledgeway, infatti, c(h)a occorre quasi esclusivamente se i nodi della periferia sinistra non vengono attivati; che rappresenta invece l’unica 50 7 Già in alcuni testi tardo-latini la congiunzione quia (il più probabile antenato dell’elemento [ka] che si ritrova nei dialetti dell’Italia meridionale) introduceva tendenzialmente subordinate all’indicativo. Su questo aspetto si veda ad esempio Herman 1963: 42-43 e, su testi provenienti dall’Italia centro-meridionale, Greco 2007 e 2008: 447-50. 8 Si vedano in particolar modo Ledgeway 2000: 70-75, 2003, 2006 e 2009: 863-82. Si noti che nel corso degli anni la posizione di Ledgeway si è sensibilmente modificata; in particolare in Ledgeway 2000: 70-75 l’analisi che viene proposta per il napoletano segue le ipotesi formulate da Calabrese 1993: 45-48 a proposito di alcuni dialetti salentini (nei quali l’alternanza dei complementatori sarebbe legata alla presenza di verbi caratterizzati da un [- anaphoric TENSE] o da un [+ anaphoric TENSE]); a partire da Ledgeway 2003 l’interpretazione dell’alternanza di che e di c(h)a viene messa in relazione, come vedremo, con altri fattori. 9 Si tratta di lunghi estratti da quattro testi in napoletano del Trecento e del Quattrocento: il Libro de la destructione de Troya, il Romanzo di Francia, i Ricordi di Loise de Rosa e il Ferraiolo. 10 Un elenco dei principali studi sulla cosiddetta «struttura fine della periferia sinistra della frase» si trova in Ledgeway 2003: 108. Per quanto riguarda la nostra analisi, sarà sufficiente sottolineare che in grammatica generativa il nodo CP (tradizionalmente considerato la «periferia sinistra della frase» e associato con le posizioni del complementatore e delle interrogative wh) viene oggi diviso in più campi: «more than a single X-bar schema seems to constitute the left (pre-IP) periphery of the clause» (Rizzi 1997: 281). In particolar modo i campi che compongono la «periferia sinistra» della frase sono quelli di Topic (nodi «più alti») e di Focus (nodi «più bassi»), l’uno composto da elementi noti, l’altro associato invece a informazioni nuove (sui differenti comportamenti sintattici degli elementi in Topic ed in Focus si veda Rizzi 1997: 289-300). La subordinazione completiva a verbo finito nel Libro de la destructione de Troya realizzazione possibile laddove i nodi di Topic e di Focus sono presenti, potendo comunque comparire in concorrenza con c(h)a nelle frasi prive di periferia sinistra. Dunque, la variazione tra che e c(h)a sarebbe legata non solo al modo del predicato della completiva, ma anche, nei casi delle subordinate dotate di un verbo all’indicativo, all’attivazione dei campi di Focus e di Topic nella periferia sinistra della frase. Per quanto riguarda il nostro corpus, l’ipotesi di Ledgeway è confermata solo in parte: se da un lato si riscontra una tendenza abbastanza delineata all’uso del complementatore che come introduttore di frasi dotate di periferia sinistra, dall’altro abbiamo ritrovato un certo numero di frasi introdotte da c(h)a in concomitanza con l’attivazione dei campi Focus e Topic 11 . Alla luce di questi dati ci sembra dunque più opportuno considerare la formulazione di Ledgeway non come una regola vera e propria, ma piuttosto come una tendenza 12 . L’analisi di Ledgeway non chiarisce inoltre quali caratteristiche possano determinare l’uso di che o di c(h)a nei numerosi casi in cui la periferia sinistra non viene attivata e la completiva è all’indicativo. In questo studio partiremo da una prospettiva diversa e cercheremo di mostrare che in molte occasioni l’alternanza dei due complementatori sembra legata a questioni di tipo stilistico, e dunque a condizioni potenzialmente variabili da testo a testo. In particolar modo, per quanto riguarda il nostro corpus, un ruolo centrale sarà giocato dal rapporto del testo napoletano con la fonte latina. 2. Analisi 2.1 Verbi reggenti e schemi compositivi Nella parte del Libro de la destructione de Troya che abbiamo analizzato in dettaglio (il Prologo e i Libri 1, 2, 18, 19, 20, 21), abbiamo ritrovato 24 subordinate completive introdotte da c(h)a e 126 da che. Le frasi introdotte da c(h)a rappresentano dunque il 16 % del totale; quelle con che costituiscono il restante 84 %. Le subordinate introdotte da c(h)a sono però tutte all’indicativo, quelle introdotte da che sono sia all’indicativo che al congiuntivo (43,9 % all’indicativo, 56,1 % al congiuntivo, v. Tabella 1). 51 11 Anche nei dati di Ledgeway si ritrovano in effetti subordinate completive introdotte da c(h)a in concomitanza con la presenza di elementi topicalizzati o focalizzati. Ledgeway 2003: 111 sottolinea tuttavia che quando c(h)a introduce una completiva dotata di periferia sinistra, il campo attivato è quasi sempre quello del Focus. Nei nostri dati invece si riscontrano anche alcuni esempi di frasi introdotte da c(h)a dotate di elementi topicalizzati (cf. ad esempio LDT, 17, 172, 15 oppure LDT, 23, 205, 2). 12 D’altronde questa interpretazione sembra essere almeno parzialmente avallata dallo stesso Ledgeway 2003: 112, il quale sottolinea che la tendenza da lui osservata è «quasi assoluta». Paolo Greco Che + indicativo 54 / 126 (43,9 %) Che + congiuntivo 69 / 126 (56,1 %) 13 Tabella 1 Se dunque confrontiamo tra di loro esclusivamente le completive con verbo all’indicativo il rapporto tra le subordinate introdotte da c(h)a e quelle con che varia sensibilmente: le 24 frasi con c(h)a rappresentano il 30,8 % del totale e le 54 subordinate con che il restante 69,2 %. Un interessante aspetto dell’alternanza delle completive introdotte da che e da c(h)a nel nostro corpus è poi legato ai modi dei verbi reggenti: Modi dei verbi Completive intro- Completive all’indica- Totale completive reggenti dotte da c(h)a tivo introdotte da che introdotte da che Indicativo 14 / 24 (58,3 %) 33 / 54 (61,1 %) 86 / 126 (68,2 %) Infinito 3 / 24 (12,5 %) 9 / 54 (16,7 %) 14 / 126 (11,1 %) Congiuntivo 2 / 24 (8,3 %) 4 / 54 (7,4 %) 10 / 126 (7,9 %) Gerundio 4 / 24 (16,7 %) 4 / 54 (7,4 %) 9 / 126 (7,1 %) Tabella 2 14 Come evidenzia la Tabella 2, le percentuali di subordinate governate da reggenti i cui verbi sono all’indicativo, all’infinito o al congiuntivo sono praticamente identiche indipendentemente dal complementatore che introduce la completiva. Diversa è invece la percentuale delle completive introdotte da c(h)a e da che in dipendenza da reggenti al gerundio. Apparentemente la presenza di un gerundio nella reggente tende a favorire l’uso di una completiva introdotta da c(h)a, ma il numero di occorrenze è troppo basso per essere statisticamente rilevante. Questo fenomeno può legarsi ad un’altra caratteristica delle frasi introdotte da c(h)a, e cioè una certa ripetitività dei verbi reggenti ed in alcuni casi anche del modo cui il predicato è coniugato. Se prendiamo in esame il totale delle completive introdotte da c(h)a nel Libro de la destructione de Troya, ben 105 completive su 137 (il 76,6 %) sono governate da sei predicati (cinque verbi pieni ed una locuzione a base verbale), mentre (considerando questa volta solo il nostro corpus) solo 62 completive introdotte da che su 126 (il 49,2 %) sono rette dai sei predicati più frequenti. 52 13 Come si vede, al computo mancano tre completive introdotte da che: due (LDT 1, 50, 26 e LDT 18, 176, 6) sono infatti al condizionale ed una (LDT 2, 59, 18) è caratterizzata da un forma che potrebbe essere sia di indicativo che di congiuntivo. 14 Nella Tabella 2 non abbiamo segnalato la presenza di una completiva introdotta da c(h)a governata da un participio, di tre frasi introdotte da che rette da un imperativo (tutte all’indicativo) e di quattro subordinate introdotte da che rette da un condizionale (di cui una all’indicativo). La subordinazione completiva a verbo finito nel Libro de la destructione de Troya Principali verbi che reggono completive Principali verbi che reggono completive introdotte da c(h)a (totalità delle completive introdotte da che (nostro campione) presenti nel Libro de la destructione de Troya) Conoscere (12 occorrenze) Credere (7 occorrenze) Dire (35 occorrenze) Dire (23 occorrenze) Pensare (9 occorrenze) Parere (7 occorrenze) Sapere (20 occorrenze) Pensare (4 occorrenze) Vedere (18 occorrenze) Pregare (12 occorrenze) Se non fosse (11 occorrenze) Sapere (9 occorrenze) Tabella 3 A partire dalla Tabella 3, si possono fare le seguenti osservazioni: - Innanzitutto, il verbo dire è il più utilizzato per governare frasi completive, indipendentemente dalla congiunzione che lo introduce. - Alcuni verbi invece vengono utilizzati quasi esclusivamente come reggenti di frasi introdotte da che (è il caso di verbi che, ad esempio, generalmente selezionano il congiuntivo nelle completive come pregare, parere e, in parte, credere). - Altri predicati sono infine utilizzati quasi esclusivamente per governare subordinate introdotte da c(h)a: è il caso di vedere e di conoscere (per entrambi i verbi solo due occorrenze con che nel nostro corpus), ma anche di sapere, che seleziona venti volte c(h)a e nove volte che. Soffermiamoci sul modo in cui sono coniugati i sei predicati che più frequentemente governano completive introdotte da c(h)a: si riscontrano infatti in alcune occasioni degli schemi compositivi ricorrenti. Si prenda ad esempio il caso di vedere, che in 11 occasioni su 18 in cui governa una completiva con c(h)a è coniugato al gerundio (vedendo): risulta dunque piuttosto tipica la costruzione vedendo c(h)a; d’altronde, anche il verbo pensare è coniugato al gerundio (pensando) in 4 delle 9 occasioni in cui regge frasi con c(h)a. Queste caratteristiche probabilmente possono spiegare, almeno in parte, l’alta frequenza di subordinate introdotte da c(h)a rette da gerundi. D’altronde una certa ripetitività degli schemi compositivi si può ravvisare in tutto il testo. Si veda ad esempio l’uso della locuzione «se non fosse». Questa struttura compare 36 volte nel testo del Libro de la destructione de Troya, e non regge mai completive con che: tutte le volte in cui governa un complementatore, seleziona c(h)a (si tratta di 11 casi su 36). Tuttavia, anche quando compare all’interno del testo senza selezionare alcun complementatore, spesso (6 volte) questa locuzione presenta uno schema sintattico del tipo: «se non fosse stato + quillo + aggettivo + nome»: (1) E forriano stati certamente tutti muorti e presuni se non fosse stato quillo maraviglyuso e franco cavalieri Achilles in opera de arme amaystrato (LDT, 13, 133, 27) 15 . 53 15 Il sistema di riferimento ai passi citati da LDT rimanda prima al Libro, poi alla pagina e poi al rigo in cui si trova la struttura evidenziata. Paolo Greco (2) E loco forriano stati tutti li Grieci sconficti, se non fosse stato quillo valeruso Palamides, lo quale achygao co le soy nave e descendendo con tutta la gente soa in terra e con tutti li suoy cavalli, mantenente tutti montaro a ccavallo per gran desiderio de soccorrere a li suoy e derropandosse con grande impeto a la vattaglya defrescaola duramente a la soa intrata (LDT, 14, 145, 15). In un caso poi se non fosse regge prima il complementatore cha e poi lo schema ricorrente «quillo + aggettivo + nome»: (3) E senza dubio averrialle occisi ambeduy se non fosse cha quillo fortissimo prencepe Ayas e corayuso venne a lloro in soccurso (LDT, 15, 164, 13). Questi dati devono a nostro avviso spingerci a riflettere sull’importanza che in certi testi romanzi delle origini (come in certi testi tardo-latini) hanno alcuni schemi compositivi ricorrenti. Una locuzione come se non fosse, ad esempio, presenta costruzioni sintatticamente identiche in 17 casi su 36. Si noti per altro che le sei occorrenze dello schema «se non fosse stato + quillo + aggettivo + nome» sono tutte racchiuse tra i Libri XIII e XV. Ci sono in effetti nel Libro de la destructione de Troya anche altre strutture ricorrenti che tendono ad occorrere tutte solo in una certa parte del libro: le stesse completive con c(h)a governate dalla locuzione «se non fosse» compaiono, ad esempio, tutte solo a partire dal Libro XII; i tre quarti delle completive introdotte da c(h)a e rette da vedere si trovano invece nei primi quindici Libri 16 . Da questo punto di vista è anche interessante sottolineare la progressione della presenza di c(h)a come complementatore nel Libro de la destructione de Troya: nei primi quindici Libri si ritrovano solo 51 c(h)a contro le 86 occorrenze che compaiono nei successivi 16 Libri. D’altronde, come mostra la Tabella 4, anche all’interno dei Libri da noi analizzati si nota un certo incremento dell’uso di c(h)a in funzione completiva: Prologo Libro Libro Libro Libro Libro Libro I II XVIII XIX XX XXI C(h)a 0 0 5 2 8 1 8 Che + ind. 2 13 17 2 18 2 0 Che + cong. 2 10 17 7 20 2 11 Tabella 4 Infine merita un cenno l’alternanza delle grafie ca/ cha. Come già segnalato nel paragrafo 1.1., la grafia ca nel Libro de la destructione de Troya è nettamente meno 54 16 Si noti invece che negli stessi quindici Libri di LDT si riscontrano solo 2 completive rette dal verbo vedere e introdotte da che (LDT 2, 57, 38 e LDT 4, 72, 3). La subordinazione completiva a verbo finito nel Libro de la destructione de Troya frequente: si tratta di 24 casi su 137 (il 17,5 %). La grafia ca è più frequente nei primi Libri piuttosto che negli ultimi: 14 occorrenze su 24 si trovano nei primi dodici Libri, solo 3 tra i Libri XV e XXV, e le restanti 7 occorrenze sono distribuite nei Libri XXVI-XXXVII. L’alternanza delle grafia ca/ cha in dipendenza dai principali sei predicati di cui abbiamo discusso più sopra rispecchia quasi sempre il rapporto tra le due grafie: vedere governa ad esempio 4 completive introdotte da ca e 14 da cha (la variante ca compare dunque nel 22,2 % dei casi), sapere regge 2 frasi con ca e 16 con cha (ca ricorre dunque nell’11 % delle occorrenze), dire seleziona 3 volte ca e 32 cha (ca compare dunque nell’8,6 % dei casi); il verbo conoscere, invece, seleziona sei volte ca e sei volte cha. In senso stretto tuttavia, nessuna di queste differenze è statisticamente rilevante. 2.2 I rapporti con la fonte Una questione centrale concerne invece il rapporto testuale che intercorre tra il Libro de la destructione de Troya e la sua fonte latina. Come abbiamo accennato in 1.2. e come hanno dimostrato i lavori di De Blasi 1979 e 1980, il testo del volgarizzamento segue con tutta probabilità quello di un manoscritto appartenente ad un ramo della diffusione dei codici che non è stato preso in considerazione da Griffin nella sua edizione della Historia destructionis Troiae. È dunque evidente che le nostre riflessioni saranno per alcuni aspetti inevitabilmente provvisorie: potranno essere confermate solo attraverso il confronto con un testo latino che tenga conto anche del ramo della tradizione manoscritta da cui discende il codice che ha probabilmente utilizzato l’anonimo estensore del volgarizzamento napoletano. Tuttavia, vi sono alcuni aspetti che vengono chiaramente alla luce dal confronto tra il testo del Libro de la destructione de Troya e quello dell’edizione di Griffin. La prima questione concerne il rapporto tra le strutture completive nel testo latino e le corrispondenti costruzioni nella versione romanza. Completive Completive Completive introdotte da introdotte da introdotte da c(h)a che + indicativo che AcI 8 / 24 17 / 54 33 / 126 AcI (con modifiche testuali) 3 / 24 1 / 54 1 / 126 Quod + indicativo 2 / 24 9 / 54 10 / 126 Quod + congiuntivo 0 4 / 54 9 / 126 Ut 1 / 24 4 / 54 25 / 126 Ne 0 1 / 54 2 / 126 Altre congiunzioni 3 / 24 2 / 54 2 / 126 Nessuna completiva corrispondente 7 / 24 16 / 54 43 / 126 Tabella 5 55 Paolo Greco Dalla Tabella 5 emergono alcune interessanti caratteristiche. In primo luogo, nel testo di HDT si riscontra una totale assenza di completive introdotte da quia. Per quanto riguarda invece più direttamente i rapporti tra la fonte latina e il Libro de la destructione de Troya, le completive che in HDT sono introdotte da ut e da quod e il congiuntivo sono quasi sempre realizzate, nel testo napoletano, da una completiva introdotta da che (spesso, ma non sempre, al congiuntivo). Anche le completive all’indicativo introdotte da quod sono quasi sempre rese nel testo napoletano attraverso subordinate introdotte da che. Le frasi con c(h)a si trovano invece più frequentemente come traduzioni di subordinate introdotte da congiunzioni poco usuali in latino (come nisi o qualiter in funzione completiva), oppure quando il testo napoletano diverge più nettamente da quello latino e la completiva è il frutto di una rielaborazione testuale abbastanza netta, o ancora quando in HDT c’è un AcI, ed in particolar modo quando il traduttore napoletano varia la struttura del periodo al punto che la completiva introdotta da c(h)a corrisponde solo parzialmente all’AcI della fonte 17 . Si confrontino a questo proposito gli esempi (4) e (5) con i brani presentati in (6) e (7): nei primi evidenziamo un AcI che viene reso nel volgarizzamento napoletano con una completiva con che; nei secondi mostriamo invece una costruzione infinitiva cui corrisponde nel Libro de la destructione de Troya una frase introdotta da cha: (4) Dic ergo regi tuo nos de sua terra recedere (HDT, 2, 13) 18 . (5) Dicate a vostro signore che nuy sì nne partirrimo da la sua terra (LDT, 2, 55, 7). (6) Licet dictus Dares fuerit professus ea vera fuisse, et ideo de eis obmissum est in hac parte (HDT, 21, 171). (7) Ben che quillo Darecte per lo fermo lo testifica inde li libri suoy cha fo cossì commo illo dice, et inperzò in questa ystoria non se nde parla plu de questa materia (LDT, 21, 192, 24). Come si vede, entrambe le traduzioni sono piuttosto fedeli al testo di partenza; tuttavia, il brano presentato in (7) evidenzia delle trasformazioni, sia pur di piccola entità, rispetto all’originale latino. Il passo mostrato in (5), al contrario, rappresenta una traduzione pressoché letterale dell’esempio (4). Dunque, sia pur nel quadro di una chiara aderenza al testo latino, il brano in (7) mostra una maggiore libertà nella traduzione. Questa caratteristica, tipica dei casi in cui nel volgarizzamento si riscontra la variante c(h)a, è particolarmente evidente in esempi come 56 17 Si noti che solo 3 completive introdotte da c(h)a su 24 (il 12,5 %) corrispondono ad una subordinata introdotta da ut, ne o quod; al contrario il 33,3 % delle completive all’indicativo introdotte da che rappresenta una traduzione di frasi introdotte da queste congiunzioni (la percentuale sale poi al 36,5 % se si prendono in considerazione anche le completive introdotte da che al congiuntivo). 18 Il sistema di riferimento ai passi citati da HDT rimanda prima al Libro e poi alla pagina in cui si trova la struttura evidenziata. La subordinazione completiva a verbo finito nel Libro de la destructione de Troya quello presentato in (9), in cui il volgarizzatore ha profondamente modificato la sintassi della fonte. Il confronto tra le traduzioni mostrate in (7) e soprattutto in (5) e l’esempio (9) ci permette di sottolineare la libertà con cui spesso il volgarizzatore napoletano si relaziona al testo latino. L’analisi di (9) e degli esempi che lo seguono mette in risalto anche le abilità narrative del volgarizzatore napoletano. (8) Cuius socios narravit Ovidius Circem, Solis filiam, in volucres transformasse, in Calabriam a Dyomede delatas (HDT, 2, 12). (9) Li compagnuni de quisto Dyomedes, secundo che pone e narra Ovidio lo poeta fabulosamente inde li suoy libri, una che se clamao Circes, la quale dice cha fo figlya de lo sole, sì ll’avesse facta retornare in aucelle et reportate in Calabria per Dyomedes (LDT, 2, 54, 5). Il confronto tra (8) e (9) rende manifesta una profonda trasformazione della sintassi del periodo: nel passaggio dal testo latino a quello napoletano si può facilmente riscontrare una tendenza verso una maggiore chiarezza sintattica; il brano risulta «più esplicito» sintatticamente, meno sintetico nella progressione informativa. Il passo del volgarizzamento è più ampio e disteso, le informazioni date dall’oggettivo e «scientifico» racconto della Historia destructionis Troiae sono state amplificate e commentate. Gli esempi proposti in (10) e (11) mostrano invece un caso di trasformazione «intermedia», in cui la struttura del testo latino, pur sensibilmente modificata, non viene del tutto stravolta. (10) Sane deceperunt te Apollinis frivola responsa, a quo te dicis suscepisse mandatum ut tuos paternos lares desereres et tuos in tanta acerbitate penates et ut sic tuis specialiter hostibus adhereres (HDT, 19, 165). (11) Certamente me pare cha te aveno gabato le false resposte de quillo Appollonio, da lo quale se dice cha recipisti mandato che devisse abandonare, inde la citate toa, la toa propria maysone e devissete dare tutto in cuorpo e spirito a li tuoy speciali nemici, chi non pensano altro nocte e iuorno se no de destruyre li tuoy amici e li tuoy citadini (LDT, 19, 187, 5). Il confronto tra gli esempi (10) e (11) mette in evidenza alcune caratteristiche tipiche del metodo di traduzione adoperato dall’anonimo autore. Il brano in napoletano infatti, pur vicino nel significato a quello in latino, risulta molto più orientato in senso narrativo. Dal punto di vista sintattico, nel passo presentato in (11) si ritrovano due completive introdotte da cha ed una da che. Inizieremo la nostra analisi dalla seconda completiva introdotta da cha: la prima differenza riguarda il verbo reggente dicis, che in (11) è reso con un impersonale se dice. Si tratta di una caratteristica piuttosto comune nel quadro delle abitudini di traduzione dell’anonimo autore del Libro de la destructione de Troya: molto spesso, anche quando la versione in napoletano rispecchia abbastanza fedelmente il testo della fonte, non mancano microvariazioni sintattiche operate dal traduttore per adattare alla propria sintassi il testo latino di partenza. 57 Paolo Greco A parte questa completiva introdotta da cha, tutto il brano è pieno di amplificazioni rispetto al testo originale, ed il gusto per la narrazione del volgarizzatore napoletano risulta evidente. In particolare, la completiva introdotta da ut, trasformata in una subordinata introdotta da che nel testo napoletano, è molto più lunga e complessa nell’opera romanza, in cui compare anche una frase relativa del tutto assente nel testo latino. La prima delle due completive con cha nel brano in (11) è una subordinata che ci permette di evidenziare un meccanismo testuale di traduzione dal latino molto comune nella versione napoletana: spesso nel Libro de la destructione de Troya si trovano delle frasi di trapasso del tipo me pare, è il vero, facto fo, concludese, canosco bene che sono del tutto assenti nel testo latino, il quale in questi casi generalmente contiene soltanto la frase che nell’opera napoletana funziona da completiva. La locuzione me pare cha, appunto, non è presente nella Historia destructionis Troiae. Si confrontino a questo proposito anche gli esempi seguenti: (12) Nulla spes ergo est revera tam fallax quam ea que in mulieribus residet et procedit ab eis (HDT, 19, 164). (13) Concludese perzò che nulla speranza èy a lo mundo tanto fallace quanto chella che procede da le femene (LDT, 19, 185, 17). A volte poi l’introduzione della completiva nel Libro de la destructione de Troya ha una funzione chiarificatrice rispetto al testo latino, il quale in alcuni casi risulta parco di informazioni: (14) Troyani vero quasi devicti campum deserunt, civitatem intrant, in quam corpus Hectoris mortuum, Grecis non resistentibus, detulerunt (HDT, 21, 175). (15) Li Troyani, sapendo cha era muorto Hector, commo ad huomini sconficti, abandonaro lo campo et intraronde a la citate ove portaro lo cuorpo de Hector muorto, senza nullo impiedico nén resistentia de li Grieci (LDT, 21, 197, 30). In questo caso, l’introduzione della completiva è funzionale ad una maggiore chiarezza testuale, coerentemente con l’inclinazione di tutto il periodo, che risulta, rispetto al testo latino, sintatticamente e semanticamente più esplicito. Infine, desideriamo discutere uno dei casi in cui l’introduzione nel volgarizzamento napoletano di una subordinata completiva assente nella fonte è dettata da un diverso legame instaurato tra i periodi nella ristrutturazione sintattica avvenuta con il passaggio al testo romanzo: (16) Multo dolore deprimitur et torquetur funditus . . . Nec est qui ex caris eius eum valeat consolari (HDT, 19, 163). (17) Tutto se trangossava e dolea fortemente plangendo e sospirando che nullo de li soy lo potea consolare (LDT, 19, 184, 8). 58 La subordinazione completiva a verbo finito nel Libro de la destructione de Troya In (16) i due aspetti, quello della sofferenza e quello dell’assenza di possibili consolazioni, sono sintatticamente separati; al contrario, in (17) vengono sintatticamente legati proprio dalla completiva. Dalla discussione di questi esempi risulta chiaro che sarebbe necessario uno studio più ampio incentrato esclusivamente sulle modalità con cui è stata effettuata la traduzione del volgarizzamento napoletano. Tuttavia, in assenza di una nuova edizione della Historia destructionis Troiae che prenda in considerazione il ramo dei manoscritti da cui dipende probabilmente la traduzione napoletana, le basi di un tale studio rischierebbero di non essere sufficientemente solide. In ogni caso, una serie di tendenze emerse dal confronto ci permettono di affermare che, se la variante maggioritaria che ha sostituito nella traduzione in napoletano quasi tutte le completive che in HDT erano introdotte da ut e da quod, il complementatore c(h)a risulta invece utilizzato soprattutto quando nell’edizione di Griffin si ritrovano AcI o congiunzioni subordinative più rare in latino come nisi o qualiter. In particolar modo, poi, l’uso di c(h)a sembra essere più frequente nei casi in cui il traduttore si allontana dal testo della Historia destructionis Troiae. In altre parole, il complementatore c(h)a sostanzialmente tende ad occorrere quando l’anonimo autore del Libro de la destructione de Troya modifica sensibilmente il testo latino. 2.3 La «coda Ceffi» Una delle maggiori peculiarità della storia compositiva del Libro de la destructione de Troya è rappresentata dal fatto che, a partire dal XXXII Libro in poi, nel manoscritto P (quello che presenta una lingua più marcatamente «napoletana») si osserva una cesura: il testo diventa un’attenta traduzione in napoletano del volgarizzamento fiorentino della Historia destructionis Troiae operato da Filippo Ceffi. Il testo «originale» del Libro de la destructione de Troya è invece tramandato da O, dotato di una patina linguistica meno marcatamente napoletana. Come era lecito aspettarsi data la sua forma linguistica, il testo di O contiene soltanto due occorrenze di frasi completive con c(h)a 19 . (18) E Thelagone, audendo la interrogaccione de Ulixe, ademmandò semelemente de quilli che erano intorno chi era illo chi lo ademmandava; e foli decto ca era Ulixe (LDT, 37, 312, 3, ms. O). (19) Allora Ulixe, auduto ca era suo figliolo procreato de Circe lisignollo, e con grande debeletate de lo corpo suo, ne la quale era, commandaole con rocte parole che se devesse abstenire da quillo planto e dolore (LDT, 37, 312, 13, ms. O). 59 19 Purtroppo non possiamo conoscere quali siano le tendenze d’uso del complementatore c(h)a nel resto del manoscritto O poiché l’edizione presentata in LDT è basata sostanzialmente sul testo di P. Si noti inoltre che, come mostrano gli esempi (18) e (19), entrambe le occorrenze presentano la variante grafica ca. Paolo Greco Nei capitoli finali del testo tramandato da P, invece, le completive introdotte da c(h)a sono del tutto assenti. Questa caratteristica è tanto più singolare in quanto l’autore della «coda Ceffi» opera con acuta consapevolezza linguistica, ed il risultato della traduzione dal fiorentino in napoletano è di ottima qualità: come segnala De Blasi 1980: 76-78, le trasformazioni di tipo fonetico, morfologico, sintattico e lessicale sono numerosissime e accurate, e sono poche le «sviste» in cui le caratteristiche linguistiche del fiorentino non vengono adeguatamente adattate al napoletano. Tuttavia, si riscontra una totale assenza delle completive introdotte da c(h)a. L’autore della «coda Ceffi» (forse da identificarsi con lo stesso copista di P) 20 ha integrato il testo (mutilo) che aveva davanti con la traduzione in napoletano del volgarizzamento fiorentino della Historia destructionis Troiae. L’operazione è caratterizzata da una forte continuità stilistica e linguistica con la prima parte del Libro de la destructione de Troya (De Blasi 1979: 134 e 1980: 81), a dispetto della netta differenza nella selezione degli introduttori delle subordinate completive. Proprio questa divergenza rispetto alla prima sezione del testo rende necessaria, a nostro avviso, una riflessione sullo statuto linguistico del complementatore c(h)a. La mancanza di completive introdotte da questa congiunzione in un testo che presenta una lingua marcatamente napoletana non si può spiegare del tutto nei termini di un uso linguistico proprio dell’autore. Né si può a nostro modo di vedere ricondurre il fenomeno a motivazioni per così dire diastratiche. Se infatti la congiunzione c(h)a nei testi del Trecento sembra rappresentare un elemento caratterizzato in senso locale (e il testo della «coda Ceffi» è chiaramente marcato in questa direzione), la sua connotazione come «popolare» appare più problematica 21 . L’assenza di completive introdotte da c(h)a nella sezione finale del Libro de la destructione de Troya ci spinge piuttosto ad avanzare l’ipotesi che questo subordinatore rappresentasse non solo una variante minoritaria e in un certo senso «non necessaria», ma anche un elemento il cui uso era in qualche modo legato a fenomeni posti sotto il livello di consapevolezza 22 . Quest’ultimo aspetto potrebbe infatti spiegare bene anche la tendenza, che abbiamo evidenziato nel paragrafo precedente, circa l’uso del complementatore 60 20 Si vedano le notazioni di De Blasi in LDT: 15. 21 Come abbiamo sottolineato in 1.2., l’uso di c(h)a come complementatore si ritrova effettivamente solo in alcuni testi antichi in napoletano, ed in particolar modo in quelli caratterizzati da una lingua più marcatamente napoletana. La questione della «popolarità» di questo fenomeno è invece, a nostro avviso, meno chiara. D’altronde, la stessa attribuzione del Libro de la destructione de Troya ad una tipologia testuale di tipo basso o popolare ci sembra problematica e comunque discutibile (non si dimentichi che, ad esempio, D’Achille 1990: 45 inserisce il nostro testo tra le opere dotate di uno stile medio; nella classificazione operata da D’Achille 1990, il «punteggio» raggiunto dal Libro de la destructione de Troya pone per altro questo volgarizzamento al limite del livello delle scritture di tono elevato). Ci riserviamo in ogni caso di ritornare su questo aspetto in altra sede. 22 Sulla delicata questione della consapevolezza linguistica e sui fenomeni che ad essa possono essere ricollegati si veda Sornicola 2002. La subordinazione completiva a verbo finito nel Libro de la destructione de Troya c(h)a soprattutto nelle occasioni in cui l’anonimo volgarizzatore sembra essersi allontanato più sensibilmente dalla fonte latina: le completive con c(h)a compaiono in particolar modo quando il testo che si ritrova nel manoscritto P è più libero e si differenzia maggiormente da quello latino, presentando strutture o intere frasi assenti nella Historia destructionis Troiae. In quest’ottica risulta dunque del tutto «normale» l’assenza di completive introdotte da c(h)a nella «coda Ceffi», poiché la traduzione del volgarizzamento fiorentino che si ritrova nel testimone P è molto più letterale e legata al testo della fonte di quanto non sia la versione napoletana dei primi trentuno libri della Historia destructionis Troiae tradita dallo stesso manoscritto P. Nella nostra interpretazione, dunque, l’uso del complementatore c(h)a, variante che sembra poter essere sostituita in ogni contesto strutturale dal più diffuso che, rappresenterebbe un fenomeno marcato in senso locale e forse sotto il livello di consapevolezza; un fenomeno, dunque, che compare soprattutto quando chi scrive è più libero. Da questo punto di vista, risulta quindi chiaro che un’operazione meno indipendente, e al contempo profondamente consapevole, come la traduzione letterale dal fiorentino al napoletano possa essere stata portata avanti in maniera perfetta e coerente per fenomeni di tipo lessicale o morfologico, ma non presenti nessuna completiva introdotta da c(h)a. 3. Conclusioni In questa ricerca ci siamo soffermati su alcuni aspetti sintattici e stilistici (o, in alcuni casi, a metà strada tra sintassi e stilistica) che sembrano entrare in gioco nella selezione del complementatore che o c(h)a all’interno del Libro de la destructione de Troya. In particolare abbiamo evidenziato che la variante c(h)a tende ad essere governata da un ristretto numero di predicati, mentre le completive con che sono rette da una maggior varietà di verbi; inoltre, abbiamo anche sottolineato che spesso le subordinate introdotte da c(h)a dipendono da verbi al gerundio, tanto che alcune espressioni come vedendo c(h)a o pensando c(h)a risultano quasi formulari. Attraverso uno studio dei rapporti tra il testo del Libro de la destuctione de Troya e quello della sua fonte latina, abbiamo poi avuto modo di mostrare che le completive introdotte da c(h)a occorrono soprattutto quando l’estensore del volgarizzamento napoletano si discosta maggiormente dalla Historia destructionis Troiae, e dunque nei casi in cui è stato più libero di costruire il proprio testo allontanandosi da quello latino. Riteniamo che tanto questo aspetto, quanto quello della formulaicità di certe locuzioni che contengono la congiunzione c(h)a rappresentino dei sintomi di uno statuto piuttosto peculiare di questa variante: ci sembra plausibile che l’uso del complementatore c(h)a costituisca un tratto fortemente connotato in senso locale ed al contempo posto al di sotto della soglia di consapevolezza dell’autore. 61 Paolo Greco Questa ipotesi è a nostro avviso avvalorata anche dall’assenza di completive introdotte da c(h)a nella cosiddetta «coda Ceffi» del manoscritto P del Libro de la destructione de Troya. In questa sezione dell’opera la traduzione si fa infatti più fedele alla fonte, e la maggiore vicinanza tra il testo di partenza e quello di arrivo, unita alla rinuncia a molte libertà compositive, ha come contraltare proprio l’assenza di completive introdotte da c(h)a. In questo quadro non sarebbe dunque un caso il fatto che il complementatore c(h)a si ritrovi spesso in locuzioni fisse e soprattutto nei contesti in cui il testo napoletano risulta più lontano e più libero dalla fonte. Napoli Paolo Greco Bibliografia Calabrese,A. 1993: «The sentential complementation of Salentino: a study of a language without infinitival clauses», in: A. Belletti (ed.), Syntactic Theory and the Dialects of Italy, Torino: 28- 98 D’Achille, P. 1990: Sintassi del parlato e tradizione scritta della lingua italiana. Analisi di testi dalle origini al secolo XVIII, Roma De Blasi, N. 1979: «Il rifacimento napoletano trecentesco della Historia destructionis Troiae. I. Rapporti con la tradizione latina e con i volgarizzamenti conosciuti», Medioevo Romanzo 6: 98-134 De Blasi, N. 1980: «Il rifacimento napoletano trecentesco della Historia destructionis Troiae. II. 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Percorsi della dialettologia percezionale all’alba del nuovo millennio. Atti del Convegno Internazionale (Bardonecchia 25-27 maggio 2000), Torino: 213-45 62