Vox Romanica
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Francke Verlag Tübingen
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Kristol De StefaniRoberta Cella, La documentazione Gallerani-Fini nell’archivio di stato di Gent (1304- 1309), Firenze (SISMEL – Edizioni del Galluzzo) 2009, xiii + 407 p. (Memoria scripturarum 4)
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Sergio Lubello
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très bien dans la Pharsale: il se peut qu’il y ait ici l’influence de la pensée de Marsile de Padoue (1275-1342), surtout de son œuvre majeure, le Defensor pacis, terminée en 1324. Les œuvres de Nicolas de Vérone sont sans doute d’inspiration épique, et pourtant elles ont également des caractéristiques qui appartiennent à la littérature édifiante et didactique. Dans la Pharsale, la Prise et la Passion, le poète semble «exalter des qualités plus stoïciennes que chrétiennes» (589). C. Lelong souligne, par exemple, que dans le cas de la mort du héros, l’épopée ancienne insistait sur le passage de l’humain au divin: la mort était la porte vers la sainteté; dans le nouveau poème franco-italien, au contraire, le héros reste humain, et le poète «s’intéresse davantage à l’attitude de l’homme face à son trépas qu’à son éventuel devenir» (590). Pendant sa vie, le héros ne s’occupe plus des moyens de devenir saint, mais des moyens de bien mourir. Le chevalier n’est plus un martyr. En conclusion on peut affirmer que «l’originalité des poèmes de Nicolas de Vérone réside dans cette coexistence d’une littérature propre à exalter les valeurs guerrières et d’une construction rhétorique mettant en œuvre des schémas moreaux» (591). La bibliographie est riche et en général bien informée; toutefois on y trouve des lacunes surprenantes. Pour la Chanson de Roland d’Oxford, l’auteure n’utilise pas l’édition de C. Segre qui est le point de repère pour tous ceux qui s’occupent de l’épopée; pour la Chanson de Roland franco-italienne, C. Lelong ne cite pas l’édition publiée par C. Beretta (Pavie 1995) qui pourtant est très importante; dans les pages du volume et dans la bibliographie elle cite plusieurs fois les travaux fondamentaux d’A. Limentani à propos de l’Entrée d’Espagne, mais oublie que ces essais ont été réunis dans le livre, publié de manière posthume, L’«Entrée d’Espagne» e i signori d’Italia, par M. Infurna et F. Zambon (Padoue 1992). À propos de l’Entrée on pouvait rappeler que l’édition de Thomas a été réimprimée (Florence 2007); en revanche, C. Lelong ne pouvait ajouter à la bibliographie de l’Entrée le volume de M. Infurna, sorti trop récemment: il s’agit d’un choix de la deuxième partie du poème avec une traduction italienne et un commentaire (Anonimo padovano, L’Entrée d’Espagne. Rolando da Pamplona all’Oriente, Rome 2011) 1 . Pour le Trésor de Brunet Latin, elle utilise encore l’édition vieillie de Carmody au lieu de celle de Beltrami, Squillacioti, Torri e Vatteroni (Turin 2007). Pour les œuvres de Dante, la bibliographie de C. Lelong est également inadéquate: par exemple, pour le De vulgari eloquentia elle cite l’édition de Marigo 1938, et non pas celle publiée par Mengaldo 1968, tandis que les vers de la Comédie sont cités curieusement d’après l’édition de Chiari, et non pas d’après l’édition critique de Petrocchi, comme on le fait normalement. Paolo Gresti ★ Roberta Cella, La documentazione Gallerani-Fini nell’archivio di stato di Gent (1304- 1309), Firenze (SISMEL - Edizioni del Galluzzo) 2009, xiii + 407 p. (Memoria scripturarum 4) È ben noto da tempo il ruolo centrale che i mercanti scrittori hanno svolto nella cultura volgare in Italia: all’ambiente mercantile è riconducibile una gamma quanto mai variegata di produzioni scritte, dalle pratiche di mercatura, libri di conti e vacchette di crediti a tipi di scrittura privata, come libri di memorie e di famiglia. I mercanti e banchieri toscani, fiorentini in testa, sono noti agli studiosi di storia della lingua dai benemeriti studi di Alfredo 270 Besprechungen - Comptes rendus 1 La parution d’un traduction italienne complète de l’Entrée d’Espagne réalisée par M. Infurna et moi-même est imminente. Schiaffini e Arrigo Castellani, né è inutile ricordare che un libro di conti di banchieri è il più antico testo noto di Firenze, anno 1211. La Toscana, ancorché detenga il primato, non è certo la sola regione di cui si possono rinvenire carte di attività commerciali e di affari: basti ricordare i documenti veneziani rintracciabili nel bacino del Mediterraneo, fino alle sedi coloniali di Ragusa e Cipro, o quelli genovesi conservati lungo la rotta degli scambi fino ai centri di mare della Provenza. Delle molte scritture pratiche che ci sono rimaste, testimoni di attività che arrivavano ben oltre le Alpi da una parte, e in tutto il Mediterraneo dall’altra, meno conosciute e in parte inesplorate sono le carte di compagnie toscane depositate in città dell’Europa occidentale, come quelle pubblicate nell’ultimo lavoro postumo di Arrigo Castellani 1 (le lettere della compagnia lucchese dei Ricciardi, conservate presso il Public Record Office [adesso chiamato The National Archives] di Kew, Londra), e a cui si aggiungono ora quelle del fondo di Gent, nelle Fiandre, perlustrato a fondo e studiato magistralmente da R. Cella: il materiale volgare conservato a Gent, datato dal gennaio 1304 all’agosto 1309, costituisce il più nutrito e organico fondo mercantile italiano anteriore a quello di Prato di Francesco Datini, che è finora il più importante, non solo per la consistenza (circa 125’000 lettere inviate all’azienda negli anni 1363-1422 da corrispondenti di più di trenta paesi). Il lavoro qui in esame fornisce un quadro ricco e dettagliato sulle vicende di una compagnia toscana nei primi del ’300 e uno spaccato di vita commerciale, confermando peraltro l’acribia filologica dell’autrice, nota per studi fondamentali sui prestiti galloromanzi nell’italiano delle origini 2 . Il fondo documentario è conservato presso il Rijksarchief di Gent, nelle Fiandre ed è relativo alla compagnia senese dei Gallerani, attiva a Parigi, a Londra, a Cambrai e presso la Corte pontificia, e con interessi nelle Fiandre grazie al socio Tommaso Fini, detto Massìno, divenuto recheveur souverain et especiael («ricevitore comitale») tra il 1306 e il 1309. Il volume si apre con una breve storia del fondo, che nasce da una confisca, nel 1309, quando Bartolomeo e Tommaso Fini vengono arrestati con l’accusa di malversazione: tra le carte sequestrate c’erano sia le carte riguardanti l’ufficio del Fini, quanto i documenti della compagnia Gallerani, di cui Fini era stato socio fino all’agosto 1308. È molto probabile che senza quella confisca il materiale non sarebbe stato conservato, certamente non nella mole attuale; pertanto anche questo fondo, conservato in modo del tutto preterintenzionale e per ragioni di natura extraeconomica, non smentisce le importanti riflessioni di Arlinghaus sulla scarsa conservazione della documentazione contabile italiana duecentesca e sulla sua crescita esponenziale a partire dalla metà del ’300 3 . La ricostruzione della conservazione delle carte e dei libri arriva fino all’importante lavoro di Bigwood e Grunzweig degli anni 1960 4 : da qui prendono le mosse le ricerche dell’autrice che, perlustrando il fondo durante vari soggiorni a Gent a partire dal 2003, ha potuto rinvenire materiale proveniente da quella confisca, tutto in italiano, sfuggito allo studio e a una classificazione sistematica, e non di modesta consistenza: tre grossi faldoni, 271 Besprechungen - Comptes rendus 1 Lettere dei Ricciardi di Lucca ai loro compagni in Inghilterra (1295-1303), edizione e glossario a cura di A. Castellani, Introduzione, commenti, indici a cura di I. Del Punta, Roma 2005. 2 Per tutti il corposo volume del 2003, obbligatorio negli studi sull’influsso galloromanzo nell’italiano antico: R. Cella, I gallicismi nei testi dell’italiano antico (dalle origini alla fine del sec. XIV), Firenze. 3 F. J. Arlinghaus, Zwischen Notiz und Bilanz. Zur Eigendynamik des Schriftgebrauchs in der kaufmännischen Buchführung am Beispiel der Datini/ di Berto-Handelsgesellschaft in Avignon (1367-1373), Frankfurt 2000: 100-02. 4 G. Bigwood, Les livres des comptes des Gallerani, Ouvrage revu, mis au point, complété et publié par A. Grunzweig, Bruxelles 1961-62. impolverati e abbandonati, a cui poi si è aggiunto un quarto. Di fatto, da vicissitudini per certi versi sfortunate, dalla confisca allo stato di abbandono del fondo, è venuta alla luce, dopo l’attento e meticoloso lavoro di disseppellimento, riordino e catalogazione dei materiali da parte di R. Cella, una sorta di «Pompei documentaria medievale» (8), tanto più che tra i materiali confiscati finirono anche non pochi fogli di appunti, poco rilevanti a fini giuridici, ma preziosi nella ricostruzione delle attività della compagnia e nella caratterizzazione linguistica dei testi. Il dato quantitativo - varie decine di fascicoli e di fogli sciolti, in gran parte in volgare senese, raccolti in quattro faldoni d’archivio - non è di poco conto, considerando l’altezza cronologica, il primo decennio del Trecento. Giusto per capirne la portata, alcuni dati comparativi forniti dall’autrice mettono in risalto la documentazione di provenienza fiorentina come decisamente più cospicua (9), mentre per Siena si dispone entro il 1300 solo di una ventina di testi pratici, a cui si aggiungono entro il 1360 altri sedici testi editi 5 : il fondo Gallerani-Fini per un lasso di tempo di pochi anni conserva ben 29 distinte unità librarie (30 se si aggiunge un pezzo in francese), 36 annotazioni contabili di varia natura, più vari biglietti di servizio interfogliati ai pezzi principali (46). Al dato quantitativo va poi associata la valutazione qualitativa dei reperti: i testi pratici toscani anteriori al primo Trecento, provenienti da più archivi, costituiscono nell’insieme un corpo frammentario, disomogeneo e irrelato, mentre nel caso del fondo di Gent si tratta di materiale di una sola compagnia, il che consente «di analizzare almeno in parte il complesso sistema di rapporti contabili tra filiali sviluppato dalle compagnie toscane, per un’altezza cronologica reputata aurorale nella storia della finanza moderna» (9): bisogna aspettare, si è detto, la fine del ’300 (le carte Datini), per disporre di un fondo degno di rilievo. Ma torniamo all’efficace immagine di Pompei che la studiosa adopera nel disegnare l’importanza del fondo nella storia degli studi linguistici e dell’economia: si tratta, in effetti, di un’intera città sommersa, caratterizzata dalla ricca varietà tipologica della documentazione, che va dalle carte notarili in latino (oltre 200, di cui l’autrice non si è occupata), ai libri e alle annotazioni contabili in volgare, alle quietanze di pagamento in francese e in toscano, alle lettere private, fino a quegli appunti avventizi e disordinati che di rado sopravvivono, destinati, come è facile immaginare, all’uso estemporaneo e di cui il mercante stesso facilmente si disfa. Un ulteriore elemento che sottolinea la peculiarità del materiale e caso unico nella fase più antica della storia delle compagnie toscane, è la conservazione di due quaderni dell’entrata e dell’uscita in sequenza, entrambi funzionali alla tenuta del grande libro della filiale, che si è eccezionalmente conservato quasi per intero (11). La mole, quindi, e l’ampia latitudine testuale del fondo Gallerani-Fini permettono di compiere ricerche approfondite sulla lingua e sulla formularità del linguaggio, sui tecnicismi usati nei differenti tipi testuali, ma anche sulla storia della tecnica di registrazione delle operazioni. Per una prospettiva d’insieme risultano d’ausilio le varie tabelle che consentono di non smarrirsi nelle particolareggiate annotazioni della descrizione del fondo. Per esempio, la suddivisione funzionale che l’autrice propone degli 80 testi in volgare senese, in assenza di un modello precedente da seguire, fondata cioè sulla funzione assolta dai singoli pezzi nel sistema scrittorio della compagnia, si evince bene dalla prima tabella (11): 7 lettere, 29 libri di conto, 36 annotazioni contabili, 4 scritture non contabili (intese come l’insieme delle annotazioni prive di valore contabile), 4 attergati; tra le lettere, inoltre, se ne segnalano tre scritte da Nîmes, in Provenza, che trattano temi del tutto privati, che nulla hanno a che fare con la compagnia (12). La suddivisione tipologica adottata risulta, come giustifica l’autrice, equilibrata, non essendo troppo larga né eccessivamente stretta, anche se resta non sempre facile il discrimi- 272 Besprechungen - Comptes rendus 5 Altri tre testi, conservati all’Archivio di stato di Siena (Conventi 1734), saranno editi prossimamente a cura dell’autrice (9). ne tra libro di conto e annotazione contabile (la tipologia meno esplorata nel suo insieme) tanto per ragioni strutturali (la somiglianza), quanto per ragioni accidentali (la frammentarietà del materiale e la dispersione fisica di parti riconducibili a un solo pezzo). Pertanto la studiosa ha considerato libri di conto «tutte le sequenze di carte, sia fascicolare sia sciolte, che, indipendentemente dalla loro consistenza quantitativa, mostrassero una qualche caratteristica libraria» (una qualche forma, cioè, di fascicolazione) (14), mentre non ha ritenuto discriminanti tra forme librarie e non librarie altri caratteri, come l’accuratezza progettuale, trattandosi ovviamente di redattori diversi; i casi dubbi vengono fatti rientrare tra le annotazioni. Ci sono, inoltre, ampi ragguagli sulle scritture librarie, in particolare quelle che costituiscono il fulcro della memoria mercantile (15-17). Assumendo un altro punto di vista, quello dei luoghi delle attività, si può seguire un monitoraggio delle varie sedi, filiale per filiale (21-40): a Parigi spetta il primo posto con 32 pezzi; per la filiale di Londra, in cui risulta centrale l’attività di Biagio Aldobrandini, i 27 pezzi sono i più antichi documenti volgari italiani scritti in Inghilterra ad oggi noti; per le Fiandre, in cui si distingue l’attività di Tommaso Fini fino alla rottura con la compagnia Gallerani (28), i 14 pezzi conservati sono i più antichi documenti italiani scritti in quella regione e di cui ad oggi si abbia notizia; infine ci sono 4 pezzi scritti in Italia, che però non costituiscono un gruppo unitario (40). Non mancano, inoltre, note tecniche sulla storia della ragioneria e delle pratiche contabili: un bel paragrafo (40-58) è dedicato, per es., alla storia della partita doppia, metodo applicato da tempo nei registri dei mercanti italiani e la cui presenza è stata segnalata da Castellani già in un libro mastro fiorentino degli anni 1296-1305 (il Libro del dare e dell’avere di Renieri Fini de’ Benzi e fratelli da Figline alle fiere di Sciampagna) 6 . Denso di indicazioni minuziose e puntuali, il secondo capitolo, Descrizione analitica della documentazione Gallerani-Fini (59-177), presenta i testi secondo il modello di suddivisione tipologica adottato (lettere, libri contabili, annotazioni contabili, scritture non contabili e attergati), disponendoli cronologicamente all’interno di ogni sezione (i pezzi estesi in un lasso di tempo più ampio sono inseriti sulla prima data, mentre i pezzi non databili sono raccolti in coda). Una scelta di 12 testi è pubblicata nel terzo capitolo (179-362), secondo criteri di edizione conservativi come si richiede, da ben collaudata tradizione di studi, per questo genere di testi; la scelta dell’autrice si è indirizzata verso quei testi che documentano tipologie funzionali poco o per nulla note (179), come il consuntivo dei contanti di cassa, le registrazioni ausiliarie, la lettera di cambio, ecc. E veniamo alla sezione linguistica che precede l’edizione. Il materiale volgare conservato (datato dal gennaio 1304 all’agosto 1309) attiene al periodo cruciale del passaggio del volgare senese dalla sua forma più arcaica a quella trecentesca e costituisce la più ampia documentazione di natura pratica almeno per tutto il secolo. Il senese di fine Duecento e inizio Trecento è ben noto e schematizzato da Castellani in una griglia di tratti caratterizzanti qui confermata 7 . Nel breve spoglio linguistico non viene dato rilievo agli scriventi, perché tra loro poco difformi, fatta eccezione per qualche comportamento individuale che viene trattato a sé. Come è prevedibile, i tratti linguistici più «eccentrici» e per noi almeno più salienti, dato che il senese è pressoché rispondente al tipo coevo, sono quelli che riflettono condizionamenti e influssi del francese: le scritture mercantili sono costituzionalmente esposte alle lingue dei destinatari, sono luogo privilegiato di interferenza linguistica in quanto contatto tra scriventi e destinatari che possono non condividere lo stesso codice linguistico e perciò ten- 273 Besprechungen - Comptes rendus 6 A. Castellani (ed.), Nuovi testi fiorentini del Dugento, Firenze 1952, vol. 1, 8-9. 7 A. Castellani, Grammatica storica della lingua italiana. 1. Introduzione, Bologna 2000: 350-62. dono ad assorbire facilmente elementi allogeni, mescolando tratti di varia provenienza, a volte trovando nell’ibridismo stesso una modalità di comunicazione. Per dare l’idea del plurilinguismo tipico mercantile, nella fattispecie le tracce per così dire galloromanze, raduniamo, estrapolandoli dallo spoglio, alcuni tratti significativi. Nella fonetica: en per in (6 occorrenze); un caso isolato di caduta dell’occlusiva intervocalica, esmaliaore ‘smaltatore’ dal fr.ant. esmailleeur già del XIII sec.; il passaggio di -b+r alla fricativa (dilivro, livro, ecc.), verosimile influsso delle forme francesi omologhe; la palatalizzazione dell’occlusiva velare davanti a vocale centrale in cianbra, ciamino, ciandeliere; qualche fenomeno ovviamente ammette una duplice spiegazione, come la doppia di abbate, peraltro etimologica, che può essere un tratto toscano occidentale oppure modellato sul francese abbé. Nella morfologia: l’articolo determinativo maschile singolare le (le frere, le gendre, le fiz); la serie dei possessivi sa, son/ som ‘sua, suo’; le preposizioni articolate du e au. Qualche traccia è rilevabile anche nella sintassi: il genitivo preposizionale secondo il modello dell’obliquo assoluto francese, che però non è sconosciuto al toscano antico (la fama Giachetto); probabile influsso francese è anche l’uso del partitivo in lavorare di q(u)ele tere, fare di chalote. Il lessico è certamente l’ambito più «mobile», non tanto o non solo per i tecnicismi tipici della Fachprache - siamo in quella fase aurorale degli italianismi finanziari che si diffondono in molte piazze d’Europa monopolizzate da mercanti e banchieri italiani - quanto e soprattutto perché rientra in quell’italiano «di là dalle Alpi» (197) nato nella pratica mercantile ed estintosi con il declino delle compagnie commerciali toscane. Il fondo di Gent è dovizioso di molte voci di prestito come corbiglione ‘cestello’, giotta/ giota ‘zuppa di verdura’, ognone ‘cipolla’, soleri ‘scarpe’, vinagro ‘aceto’; a tale proposito, mette conto segnalare che l’autrice ha in preparazione uno studio complessivo sui prestiti documentati dai testi mercantili toscani scritti in Francia, Provenza, Inghilterra e Fiandre fino al 1350 (197). Nei casi di forme peregrine o di hapax, si può apprezzare la lunga esperienza dell’autrice alla redazione del Tesoro della lingua italiana delle origini (TLIO), come si evince spesso dalla documentazione allegata: la forma attone ‘ottone’ (187) ha un unico riscontro nei Documenti orvietani del 1339; lanio (196), glossato con punto interrogativo ‘di lana? ’, trova conforto negli Statuti senesi, 1301-1303; rinvia al TLIO la voce tonello (198) ‘unità di misura per liquidi in uso nelle Fiandre’ e ‘recipiente per olio e vino’, dal fr.ant. tonel. Nel gruppo di testi più compattamente senese c’è solo qualche infrazione rispetto al tipo descritto da Castellani: spicca, tra le altre, vuova, forma tipica del toscano occidentale. A sé, invece, è trattata la lingua di Ranieri (nei testi VII-IX), in quanto manifesta un ibridismo toscano tutto particolare (tratti senesi condivisi con altre varietà toscane, tratti non senesi, tratti solo toscano-occidentali e forme assenti nei testi documentari toscani) che R. Cella spiega con una plausibile ipotesi: Ranieri probabilmente non era originario di Siena, ma della Toscana occidentale e comunque di una zona anafonetica. Tra gli utilissimi indici che completano il volume, quello degli antroponimi e toponimi è interessante per avere la percezione dell’orizzonte geografico e dello spazio linguistico della documentazione, e rivela peraltro anche la discreta sicurezza della lingua nelle varie italianizzazioni dei nomi (cambragio-cambrai). Qualche piccola chiosa: - (197) bretene s.f. ‘rèdine’ forse dall’aated. Brittil: il LEI (fascicolo VII dei Germanismi, in stampa, considera la forma (s. germ. *brig ila) con influsso di rèdine e allega le forme fiorentine di poco successive: brèttine f.pl. ‘rèdini’ della prima metà sec xiv, in Giovanni Villani, e brectine, del 1390ca. nel Pataffio, con un singolare riscontro moderno, appartato, nell’area triestina e istriana, brèdine; - (197) gialentina ‘gelatina per pesci e carni’ mostra l’interferenza del fr.ant. galentine già del 1223: nel TLIO, s.v. galantina, si registra un’unica attestazione, fiorentina del 1311-13, 274 Besprechungen - Comptes rendus galentina (lat.mediev. galatina, forse attraverso francese galantina) dal Liber mercatorum edito da Sapori 8 ; la forma autoctona gelatina è già nel fiorentino di fine ’200 (Registro di Entrata e Uscita di Santa Maria di Cafaggio, 1286-1290); - (197) tàrtara f. ‘pasta farcita’, con il derivato tartette, da connettere al fr.ant. tartre (variante di tarte) anche se della forma diminutiva non si trova attestazione nel francese: la formazione alterativa delle parole, specie diminutiva, è molto frequente nella formazione dei nomi di cucina; questa del libro Gallerani potrebbe essere la prima attestazione, ibrida, franco-italiana; - (198) pocce pl. (ma di incerta lettura) prestito dal fr. poche f. ‘sacco di tela per cereali’ (in tale accezione dal 1352): nel LEI (Germanismi, fasc. VI), s.v. francone ant. *pokka ‘sacco, borsa’, si riporta l’attestazione più antica, fior.a. pocca ‘balla di lana; unità di misura della lana’ del 1291 (LetteraConsiglioCerchi, Nuovi testi Castellani 2,594); il FEW segnala come base probabile romanza della diffusione del germanismo, il francese del nord, il piccardo poke, del 1275-76, che farebbe pensare peraltro alla zona dei commerci con le Fiandre. Ritorniamo, per concludere, alla scrittura mercantile nel quadro della produzione volgare. Il fondo studiato e pubblicato parzialmente da Roberta Cella, proprio perché quantitativamente cospicuo e qualitativamente variegato, consente un’analisi di vario tipo di quella scrittura mercantile che in varie occasioni Ignazio Baldelli - con riferimento alle lettere di mercanti e banchieri fiorentini e senesi - ha caratterizzato per la sua sintassi agile e per lo stile rapido, concreto, vivo della presenza del parlato; del resto, come già aveva notato Boncompagno da Signa: «Mercatores in suis epistolis verborum ornatum non requirunt, quia fere omnes et singuli per idiomata propria seu vulgaria vel corruptum latinum ad invicem sibi scribunt et rescribunt» (I mercanti nelle loro lettere non cercano l’ornato della forma perché quasi tutti, e ognuno di essi, si scambiano continuamente lettere fra di loro attraverso le loro lingue e i loro volgari o un latino corrotto) 9 . In molti casi, i testi mercantili, per l’attitudine alla registrazione del/ nel tempo, sconfinano nell’annotazione privata: alcuni libri di conto tra Duee Trecento lasciano ravvisare punti di passaggio dalla mera registrazione delle cifre alla segnalazione degli avvenimenti, quindi dai fatti commerciali a quelli privati; a ragione Angelo Cicchetti e Raul Mordenti si sono più volte soffermati sul carattere pratico e utilitario del libro di famiglia. Anche dal Fondo Gallerani-Fini R. Cella ci regala un’altra primizia, portando alla luce un trittico di lettere spedite nell’arco di un mese da Ranieri al figlio Pietro (testi VI, VIII e IX), primo esempio di missive legate in sequenza, non attinenti a questioni della compagnia, ma private: queste lettere, pur non rivelando certamente una cultura scrittoria matura, denotano una certa abilità di costruzione del racconto in cui le vicende sono organizzate in blocchi narrativi e in una lingua «viva e spigliata, a tratti brillanti, intessuta di espressioni e modi di dire colloquiali ma mai logori né banali». Siamo a un passo dal libro di memorie, a cui la pratica di scrittura dei mercanti, variegata e versatile, si conferma contigua. Sergio Lubello ★ 275 Besprechungen - Comptes rendus 8 A. Sapori, La compagnia dei Frescobaldi in Inghilterra, Firenze 1947: 85-136. 9 L’osservazione e la citazione sono tratte da A. Stussi, «Il mercante medievale e la storia della lingua italiana» (1973), in Id., Studi e documenti di storia della lingua e dei dialetti italiani, Bologna 1982: 70.
