eJournals Vox Romanica 72/1

Vox Romanica
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0042-899X
2941-0916
Francke Verlag Tübingen
Es handelt sich um einen Open-Access-Artikel, der unter den Bedingungen der Lizenz CC by 4.0 veröffentlicht wurde.http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/121
2013
721 Kristol De Stefani

An Faems/Virginie Minet-Mahy/Colette van Coolput-Storms (ed.), Les translations d’Ovide au Moyen Âge, Louvain-la-Neuve (Publications de l’Institut d’Études Médiévales) 2011, 294 p.

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2013
Gerardo  Larghi
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Il quarto e ultimo gruppo di lavori è legato al tema «Écrire l’histoire: méthodes et outils de l’historien du XXI e siècle», e da esso emerge nettamente come il mestiere di storico non esaurisca la sua funzione in un passato più o meno realisticamente ricostruito, ma come esso getti i suoi riflessi anche sul presente e in qualche modo costituisca il fondamento epistemologico di molta parte delle scienze umane odierne (nel contempo però traendo linfa vitale da esse). Segnaliamo in tale insieme la ricostruzione che Jean-Pierre Poly opera in Les aïeux d’Aurélius. Liste épiscopale et mémoire du passé, della mentalità con cui nell’XI secolo furono redatte le liste episcopali di Limoges: è l’occasione per lo storico parigino di ripercorrere le tappe della diffusione di alcuni nomi (tra tutti interessante appare il tracciato seguito da Ebolus per raggiungere il Poitou e segnare di sé la stirpe dei signori di Aubusson); la parziale ricomposizione ad opera di François Dolbeau dello scriptorium di Saint-Remy di Reims in Ex dono Hincmari. Livres donnés par Hincmar (845-882) à Saint- Remi de Reims; l’indagine intorno alla storia del canto liturgico in Igor Reznikoff, De la musique «Le chant des Gaules» avant les Carolingiens; il contributo fornito da Charles Vulliez, Les Miracula sancti Maximini de Létald de Micy: prolégomènes à une nouvelle édition, alle inchieste sulla produzione agiografica nell’ambiente monastico ligeriano; e la bella lezione di Guy Lobrichon, L’historien face à l’édition critique: un manuscrit de Berne (Bern, Burgerbibliothek 51), sull’utilità dell’edizione critica la quale «contraint le chercheur à comprendre en profondeur ce qu’il lit» (648), sui meccanismi che presiedettero al «grand effort d’acculturation qui s’est fait jour dans les royaumes francs depuis la fin du VIII e siècle» e il «nouveau mode de communication entre le monde privilégié des savants et les élites carolingiennes» (643). Segnaliamo inoltre l’indagine a largo spettro di Gilbert Dahan, La muraille qui sépare les deux peuples (Éphésiens 2, 14) dans les commentaires médiévaux, che mette a frutto l’analisi semantica per entrare in alcuni tra i meccanismi che guidarono gli esegeti medievali nella loro lettura delle pericopi bibliche. Ruotano intorno all’indagine lessicale gli studi di Daniel G. König, L’Europe des Francs et l’émergence de la France. Le terme «franc» et son évolution sémantique dans la littérature arabo-musulmane médiévale, e di Stéphane Gioanni, Propos sur la «gloire»: lectures politiques du «De gloria» de Cicéron de l’Antiquité à la Renaissance. Da evidenziare infine i contributi di Jean-Loup Lemaître, La place des chroniques dans la Nova bibliotheca du P. Philippe Labbe, sj (1657), e di Bruno Galland, Au service des archives, de l’Ancien Régime à la Révolution: Joseph Nicolas Pavillet, dedicati a due figure di eruditi e archivisti, alle cui oscure fatiche dobbiamo la ventura di poter ancor oggi accedere a numerose e preziose fonti. In sostanza, e al netto del fatto che moltissimi tra i temi trattati nella Miscellanea meriterebbero ad essi soli approfondimenti che lo spazio e il luogo ci impediscono, questi Studi dedicati a Michel Sot rappresentano una bellissima sorpresa, per di più confezionata nella degna cornice di una veste tipografica elegante e curata. Gerardo Larghi ★ An Faems/ Virginie Minet-Mahy/ Colette van Coolput-Storms (ed.), Les translations d’Ovide au Moyen Âge, Louvain-la-Neuve (Publications de l’Institut d’Études Médiévales) 2011, 294 p. Spetta a Ludwig Traube l’onore di aver suggerito la denominazione Aetas ovidiana per quei secoli, a partire dal XII fino al XV, che furono fortemente caratterizzati dalla ricezione, dalla rielaborazione, dallo studio e dal commento dei testi di Publio Ovidio Nasone. Non che ovviamente l’Alto Medioevo sia stato immune dall’influsso esercitato dalle opere del grande poeta latino, ma come ci dice il numero di manoscritti prodotti nelle diverse epoche, nes- 291 Besprechungen - Comptes rendus sun periodo può reggere il confronto, da questo punto di vista, con i secoli bassi dell’età di mezzo. Ovviamente un tale interesse non ha mancato di suscitare l’attenzione dei filologi che da qualche tempo stanno indagando con buona fortuna sugli apporti ovidiani alle letterature romanze. Il volume che qui recensiamo raccoglie, ad esempio, le comunicazioni presentate in occasione della Journée d’études internationale tenutasi il 4 dicembre 2008 presso la Bibliothèque Royale de Belgique e s’inserisce nel quadro di un intenso programma di ricerca su tale argomento, portato avanti lungo tutto il primo decennio di questo secolo ad opera soprattutto di studiosi belgi e francesi, ma nel quale non mancano gli apporti di esponenti di altre scuole filologiche. Il volume si compone di tredici articoli, ed è concluso da un utile elenco dei manoscritti citati, e dalle illustrazioni di taluni codici citati nei contributi ivi raccolti. Apre il libro un’introduzione ad opera di Martine Thiry-Stassin, la quale giustifica, nel quadro degli studi odierni sul tema oggetto dell’incontro, l’argomento prescelto, vale a dire le «translations» di Ovidio nella letteratura mediolatina, in quella medio-neerlandese, francese, e infine l’Ovidio moralizzato. L’oggetto dell’analisi insomma è illuminato da diversi punti di vista, e, in effetti, urge fin da subito riconoscere che i contributi si rivelano tutti, per qualità e varietà, assai utili tanto al filologo quanto allo storico della società e della cultura medievale. Il Medioevo lesse, ovviamente, anzitutto Nasone in latino: non meraviglia pertanto che anche in questo caso i primi due articoli siano dedicati a indagare la ricezione delle opere ovidiane nelle scuole medievali le quali riconobbero in essi soprattutto testi pedagogici, gnomici, paremiologici, e nei circoli culturali e umanistici. Jean-Yves Tilliette dedica così le sue pagine ad Ovide lu par un «antiquaire» médiéval: le commentaire aux Fastes d’Arnoul d’Orléans (3-15). Arnoldo è una figura ben nota non solo agli storici della letteratura latina ma anche a tutti coloro che hanno esaminato il complesso mondo delle scuole ligeoises, vale a dire quei centri culturali che fiorirono lungo le sponde della Loira tra l’XI e il XII secolo e che ebbero tanta influenza sulla nascita e il primo sviluppo della letteratura romanza. Il suo interesse per un’opera di antiquariato religioso e di non facile comprensione come sono i Fasti, il suo averla commentata ai propri studenti, ci conferma che essa fu ben rappresentata negli armarii monastici, ma ci ratifica anche il rapporto utilitaristico che la medio-latinità costruì con qualunque opera latina. L’utilità del commento arnaldiano non si ferma però a questi aspetti che sono tutto sommato noti e che non sono esclusivi di un solo autore. Dalle pagine di Tilliette emerge, infatti, con nettezza che se le scuole aurelianensi, e più in generale quelle francesi, usarono del metodo dell’allegoria per avvicinare qualunque prodotto della latinità classica (ed anche questo è un fatto ben noto), esse però non rinunciarono a comprendere i realia ovidiani, traducendone i contenuti in termini del tutto moderni, con una concezione archeologica che forse oggi fatichiamo a comprendere ma che denota, da parte di chi allora ne usò, una coscienza storica non ordinaria e che presuppone l’esistenza di interessi su cui varrà la pena tornare a riflettere. Affine è anche la ricerca su De l’art d’aimer à l’art d’aimer courtoisement: le Facetus moribus et vita, nella quale Rita Beyers ricostruisce percorsi di studio e analisi delle opere di Ovidio alla luce dei manuali utili a far assumere ai giovani un adeguato comportamento sociale e morale, quali appunto il Facetus: partito per insegnare l’ars amatoria ispirandosi ai precetti ovidiani, l’anonimo autore, secondo quanto emerge dall’indagine della studiosa, terminò fondandosi su una lettura etica del testo latino, allargando il proprio obiettivo fino a pensarsi come un doctor artis vivendi e a «dispenser des conseils pour la vie» (35), dimostrando così che le scuole medievali, nelle quali verosimilmente l’anonimo maestro operò, seppero avvertire la potenzialità insospettabile nascosta nei levigati versi latini. Accanto al commento mot-à-mot e alla riscrittura moraleggiante, i grandi centri intellettuali dell’età di 292 Besprechungen - Comptes rendus mezzo accumularono il sapere ovidiano copiandone i testi e tramandandocene quindi la memoria. Ormai la nostra epoca ha imparato a non guardare più ai manoscritti come a semplici raccoglitori di testi utili di volta in volta quali fonti giuridiche, storiche, letterarie, paleografiche, ma in essi ha riconosciuto i loquaci testimoni di una storia, i portatori d’informazioni che ci raccontano lo svilupparsi dell’umana cultura. Ogni codice per noi è un oggetto individuale da interrogare per comprenderne il ruolo ma anche per trarne tutte le informazioni in merito ai testi che vi si rinvengono. È con questo intento che Michiel Verweij ha scavato nel Cabinet des Manuscrits della Bibliothèque Royale de Belgique alla ricerca di tutti i testimoni di opere ovidiane, presentando poi i risultati del suo lavoro nell’articolo Codices ovidiani bruxellenses. Les manuscrits latins d’Ovide à la Bibliothèque Royale de Belgique (39-69). Dalla sua indagine emerge il fatto che i testi ovidiani furono riprodotti e diffusi soprattutto da due grandi reti. La prima, non inattesa, è quella rappresentata dalle grandi abbazie belghe che tra l’XI e XII secolo, conservarono e trascrissero alcuni tra i testimoni più antichi dei Fasti, delle Metamorfosi e delle Eroidi: tra esse si distingue Gembloux cui dobbiamo alcuni tra i pezzi più pregiati conservati negli odierni armarii di Bruxelles. Un secondo circuito invece è rappresentato dalle librerie private del XIV e XV secolo, legate queste piuttosto alla grande rivoluzione umanistica, e che si rifornirono di testi pescati in Italia, allora il motore non immobile della cultura classica. Il fatto che il convegno abbia avuto luogo in Belgio ha certamente influito sulla scelta di inserire nei lavori anche una sezione dedicata ai prodotti olandesi dell’aetas ovidiana. Per quanto i filologi romanzi tendano a dimenticarlo, sulle rive del Mare del Nord si lesse con passione la letteratura latina e su di essa si seppero innestare non banali riflessioni intellettuali. È questo il caso dell’opera di Dirc Potter, autore dell’ovidiano Der Minnen loep cui dedicano la loro attenzione i contributi di An Faems, Pyramus et Thisbe dans la littérature en moyen néerlandais. Un exemple à suivre? (73-103), e di Willem Pieter Gerritsen, Le praeceptor Amoris et ses disciples médiévaux. La réception de l’Ars Amatoria de Foulques d’Orléans à Dirc Potter (105-18). Steso intorno al 1411-12, quest’ultimo trattato d’amore ci dice molto sulle reti attraverso cui si diffusero le opere del poeta, e anzitutto le interpretazioni dell’Ars Amatoria, tra cui quella di Andrea Cappellano, che affollarono i secoli tra 1200 e 1400, tanto che Gerritsen può a ragione sottolineare come «chaque genre - poésie goliardique, traité sur l’amour, roman courtois, roman didactique et allégorique, doctrine pratique de l’amour - a subi l’influence de l’Ars Amatoria à sa manière» (118). Da parte sua invece la Faems mostra con notevole perizia come nella versione neerlandese il racconto di Piramus e Tisbé sia stato oggetto di notevoli (e consapevoli) adattamenti rispetto all’originale, segno sia della flessibilità della fonte da cui fu tratta la storia, sia della efficacia per i medievalisti di guardare anche verso epoche e regioni talora neglette alla ricerca di testimonianze utili a comprendere lo sguardo con cui le opere latine furono lette e interpretate dal Medio Evo. Anche nel campo degli studi che si riferiscono ai volgarizzamenti d’oïl si può contare su apporti innovativi e belle scoperte. La parte centrale del volume è, infatti, occupata da un quartetto di studi tesi a indagare la fecondità della materia ovidiana nella lingua della Francia settentrionale. Nel primo di essi Tony Hunt, Maître Elie’s De Ovide de arte: translation or adaptation? , si è piegato sul De Ovide de arte, opera di uno sconosciuto maistre Elia, conservata in un manoscritto oggi alla Bibliothèque Nationale di Parigi ms. fr. 19152. Elia nel XII secolo exeunte e nella primissima parte del XIII secolo 1 tradusse e adattò l’intero primo libro e una parte del secondo dell’Ars Amatoria, trasponendo sovente nomi e situazioni dall’antica Roma 293 Besprechungen - Comptes rendus 1 A. M. Finoli, Artes Amandi. Da Maître Elie ad Andra Cappellano, Milano 1969, xv. alla Parigi sua coeva (127), riscrivendo le scene agro-pastorali antico latine in chiave cortese e di psicologia medievale (132): Hunt ne desume che «Elie shows himself to be an intelligent adaptor of his original» e che «he is in fact a skilful translator» (138), oltre che vedere una qualche «little similarity between Elie and his later rivals» Jakes d’Amiens (139). Spunti particolarmente interessanti ci provengono dal contributo D’un manuscrit à l’autre: quelques réflexions sur les éditions de Piramus et Tisbé, nel quale Francine Mora sottopone ad un riesame ecdotico il venerando testo di Piramus e Tisbé, trasmessoci tanto da una tradizione autonoma quanto all’interno dell’Ovide moralisé, e che dunque presenta assai interessanti problemi testuali. Nell’occasione la filologa francese sottopone i versi alla prova delle moderne e difformi pratiche editoriali dimostrando fondamentalmente che ognuna delle metodologie applicabili, dal lachmannismo al neo-lachmannismo, dal bédierismo spinto a quello più moderato, dalla mouvance zumthoriana alla variance di Bernard Cerquiglini, è allo stesso tempo utile ma non sufficiente a risolvere tutti i problemi offerti dalla varia lectio della novella. La ricostruzione testuale richiede diversità di approcci, e per il futuro s’impone dunque ineluttabilmente la necessità che le edizioni si appoggino su indagini adeguate e approfondite di storia dei codici (e dunque di storia della ricezione e lettura del testo in esame), oltre che su una sempre più precisa filologia materiale (156) 2 . Da parte sua l’articolo di Catherine Croizy-Naquet, Usage d’Ovide dans le Roman de Troie de Benoît de Saint-Maure et dans deux de ses mises en prose: Prose 1 et Prose 5, riapre la questione del rapporto tra l’autore delle Metamorfosi e Benoît de Sainte-Maure che è quanto dire la relazione tra l’opera di Nasone e la corte Plantageneta attorno alla metà del XII secolo. La ricercatrice parigina mette bene in luce le implicazioni politiche delle scelte operate dal clers tourengeau sia nell’inserire definitivamente la Storia di Troia all’interno della storia della cristianità (162-66) sia nel porre Ovidio al servizio della morale (166-68). In ultima analisi Ovidio fu rimodellato alla luce della «idéologie de la fin’amor et de la lyrique courtoise» (168). Si sposta più avanti nel tempo invece Virginie Minet-Mahy, Sous le signe de la mutation: les figures ovidiennes d’Eustache Descamps, indagine nella quale la studiosa belga rilegge l’opera di Eustache Deschamps, che intrattenne un rapporto assai enigmatico tanto con il poeta classico quanto con la tradizione più medievale che ne veicolò e interpretò il messaggio. L’ultima sezione del volume, assai corposa, è dedicata all’enciclopedica opera dell’Ovide moralisé che è analizzata sostanzialmente da due punti di vista. Il primo riguarda il rapporto che essa instaurò con alcune opere del XIII secolo francese, il secondo le relazioni tra l’Ovide e le sue fonti. Al primo argomento sono dedicate le pagine di Silvia Huot in merito a Rival voices: rewriting Ovid in the Roman de la Rose and the Ovide moralisé. La filologa anglofona interpone l’opera classica tra la traslazione moraleggiante e il Roman de la Rose, illustrando in tal guisa il nodo ermeneutico interpretativo rappresentato dallo sguardo con cui l’Ovide «targets not only the paganism of Ovid, but also the erotic didacticism of Jean de Meun» (212), offrendo ai suoi lettori una lezione di come si sia potuta trasformare una «potentially dangerous poetry into edifying doctrine. Written in vernacular, the Ovide moralisé offers an alternative to the Rose» (ib.). Specialista della materia, Marylène Possamaï-Pérez invece si dedica all’indagine su Les légendes d’apothéose dans l’Ovide moralisé, nella quale sono ampiamente analizzati e illustrati il significato anagogico, che attraver- 294 Besprechungen - Comptes rendus 2 Dopo la giornata di studi ma prima della pubblicazione degli atti relativi, sono stati editi alcuni studi che trattano del medesimo argomento: si vedano M. Gaggero, «Variantes de rédaction dans la tradition manuscrite du Piramus et Tisbé», Critica del Testo 13 (2010): 67-99, nonché Id., «Il Piramus et Tisbé e la tradizione mediolatina di Ovidio: primi sondaggi», in: A. P. Fuksas (ed.) Parole e temi del romanzo medievale, Roma 2007: 247-79. sa tutta l’opera e ne innerva lo sviluppo, e come la studiosa ripetutamente sottolinea, il fatto che «le translateur prépare l’allégorèse chrétienne en accordant la fable au dogme» (225). Pur nella difficoltà il volgarizzatore persegue con costanza un’operazione tesa tanto verso il «salut de ses lecteurs qui doivent purifier leur chair humaine» quanto verso la «purification des Métamorphoses païennes, converties, tournées vers Dieu par l’interprétation qu’il leur donne» (234). Luca Barbieri si china su Les Héroides dans l’Ovide moralisé: Léandre-Héro, Pâris-Hélène, Jason-Médée, cioè sui materiali, «altri» rispetto alle Metamorfosi, che furono utilizzati dal compilatore per completare e integrare le fonti principali, tanto quelle dovute alla penna del grande poeta latino (le Eroidi in particolare, ma anche l’Ars Amatoria), come le opere storiografiche e mitografiche medievali (236). Un esempio dell’utilità e dei risultati cui simili indagini possono condurre è offerto proprio dalle pagine nelle quali lo studioso italiano analizza le coppie di Leandro-Ero, di Paride ed Elena, di Giasone e Medea. L’ultimo contributo è offerto da Romaine Wolf-Bonvin, Temps de la fable, temps des images: Arachné contre Pallas, aspects iconographiques (XIV e -XV e siècles), nel quale s’indaga l’opera cui è dedicato questo bel volume dal rispetto iconografico e specificamente attraverso le stupende illustrazioni con cui furono raffigurate nei codici tra XIV e XV secolo, le metamorfosi di Aracne. Gerardo Larghi ★ Carlos Alvar/ Constance Carta (ed.), In Limine Romaniae. Chanson de geste et épopée européenne, Berne (Lang) 2012, 568 p. Il cospicuo volume raccoglie i trentuno interventi del XVIII Congresso Internazionale della Société Rencevals (Ginevra, 2009), il primo organizzato in Svizzera da quando la Société è stata fondata nel 1955 (si veda la Présentation di C. Alvar, 1). I temi proposti per il convegno erano quattro: l’epica franco-italiana, l’epica germanica in relazione con quella romanza, la posteriorità epica nel romanzo spagnolo, gli animali nelle chansons de geste (vedi la Présentation, 2). A ciascuno dei quattro temi è dedicata una delle relazioni in seduta plenaria: quella di Jean-Claude Vallecalle, Les chansons de geste franco-italiennes: héritage et réinterpretation d’une tradition littéraire (61-90); quella di Víctor Millet, Carolus and Theodoricus. Romance and Germanic Heroic Poetry: Differences and Points of Contacts (19-38); quella di Matthew Bailey, La evolución de la leyenda cidiana desde la «Historia Roderici» hasta nuestros días (7-18); e, per l’ultimo tema, quella di James Simpson, «Uns vers si mals»: H. R. Giger et les animaux de cour dans la «Chanson de Roland» (39-60). Particolarmente interessante il lungo saggio di Vallecalle sull’epica franco-italiana, argomento che ha attirato in modo definitivo l’attenzione degli studiosi solo a partire dalla seconda metà del ventesimo secolo. Si sa che l’Italia del Nord del XIV secolo vede il fiorire di questa letteratura, soprattutto epica, espressa in una lingua mista, che «est toujours, dans une mesure variable mais nettement perceptible, le lieu d’une rencontre où se conjuguent identité et altérité» (65). Nella maggior parte dei casi gli scrittori franco-italiani riprendono e rivisitano opere già note in lingua d’oïl (per esempio la Chanson de Roland o quella d’Aspremont), ma non mancano, com’è noto, i poemi originali: su tutti spicca l’Entrée d’Espagne, chanson scritta da un Padovano che cela volutamente il proprio nome. Il fatto è, scrive Vallecalle, che gli autori di queste opere «ne peuvent résister à la fascination du modèle d’héroïsme venu de France, qui exalte la maîtrise des contraintes et une aspiration à dépasser les limitations ordinaires de l’humaine condition» (89). Il quadro tracciato dallo studioso è esaustivo, anche sul piano bibliografico; posteriori alla redazione dell’intervento 295 Besprechungen - Comptes rendus