eJournals Vox Romanica 75/1

Vox Romanica
vox
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2941-0916
Francke Verlag Tübingen
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2016
751 Kristol De Stefani

Andrea Giannetti (ed.), Libro dei sette savi di Roma. Versione in prosa F, Alessandria (Edizioni Dell’Orso) 2012, vi + 186 p. (Scrittura e scrittori Serie Miscellanea 25)

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2016
Stefano  Coco
vox7510268
Besprechungen - Comptes rendus 268 ritrovamento importante, che non fu reso noto, ma che a qualcuno fu comunicato, se in due cartoline postali (novembre 1958 e gennaio 1959) Giuseppe Billanovich chiedeva a Franca Brambilla Ageno l’articolo «Iacopone - Gesta» per Italia medioevale e umanistica, atteso «con tanta speranza» (92). Speranza che rimase delusa, e la notizia della fonte si recupera qui. Canova pubblica infine (104-9) una lettera di Brambilla Ageno a Timpanaro del 4 gennaio 1975 (conservata nell’Archivio Sebastiano Timpanaro presso la Scuola Normale Superiore di Pisa); la risposta di Timpanaro del 7 gennaio, e la lettera del 22 novembre dello stesso anno nella quale Timpanaro ringrazia l’autrice per l’invio dell’Edizione critica dei testi volgari e si complimenta per il lavoro «eccellente per il rigore dei principii teorici e metodologici (tale da superare anche il Maas)» (108), con qualche puntuale osservazione (conservate a Brescia, nel costituendo Fondo archivistico Franca Brambilla Ageno). Su alcune formulazioni di Paul Maas nella Textkritik (più la differenza nella definizione di «variante adiafora» tra Avalle e Contini) verteva la corrispondenza del mese di gennaio: i dubbi che la curatrice del manuale di filologia esponeva a Timpanaro sull’accordo dei testimoni (quando siano tre o più) per la ricostruzione del testo di ß, e sulle varianti da accogliere in apparato; e la conferma da parte di Timpanaro della bontà delle soluzioni, teoriche e pratiche, di Brambilla Ageno contro quelle di Maas - verso il quale Timpanaro si mostra assai severo (e non propriamente tenero risulta il suo giudizio su Avalle): sui problemi di critica testuale, e sui rapporti tra i filologi coinvolti nella vicenda, informa lo studio con cui Canova accompagna la pubblicazione della corrispondenza. Domenico De Robertis, «Presentazione dell’edizione critica del Convivio di Dante curata da Franca Brambilla Ageno» (113-27): in Appendice, e prima dell’Indice dei nomi (129-33), il «testo della presentazione» tenuta a Parma nel febbraio 1996, «allora registrato e mai pubblicato dall’Autore ... qui trascritto, con piccoli adattamenti e qualche aggiunta bibliografica» (113 N) da Paolo Bongrani. Non agiografico (come non è agiografico, d’altronde, questo volume che lo contiene), anche se altamente, e dettagliatamente, elogiativo il discorso di De Robertis, dal quale estraiamo un passo che mette in rilievo una questione affascinante: «Non si può escludere questo di Dante, che certe cose le avesse lasciate in sospeso, su certe cose fosse tornato dopo. Bene: non c’è nessun indizio serio che un’eventuale situazione del genere sia la causa della corruzione ... Quindi nessuna speranza di vedere trasparire l’autografo e meglio ancora di penetrare, sia pure per un momento, nell’officina dantesca ... Ma quando l’Ageno, a p. 144 dell’Introduzione, integra la frase ‹La quale cosa anco fare si conviene, ché› (dove fare si conviene, ché manca nell’archetipo) e opera l’integrazione presupponendo un precedente anche invece di anco (da cui il salto: anche - ché), parla dell’‹antigrafo di X›. L’Ageno lo dice senza battere ciglio, ma l’antigrafo di X che cos’è? Non può essere che l’autografo. L’antigrafo vuol dire il testo da cui X copiava e che non è detto debba essere l’archetipo con qualche errore in meno; visto che l’antigrafo non è individuabile altrimenti, a monte di X, cioè dell’archetipo, non c’è che, a una distanza anche abissale, l’autografo ... Può darsi benissimo che all’Ageno battesse il cuore in quel momento, nel dirlo: però non l’ha fatto vedere» (122-23). Maria Antonietta Marogna H Andrea Giannetti (ed.), Libro dei sette savi di Roma. Versione in prosa F, Alessandria (Edizioni Dell’Orso) 2012, vi + 186 p. (Scrittura e scrittori Serie Miscellanea 25) Andrea Giannetti ha pubblicato nel 2014 una benemerita edizione del Libro dei sette savi di Roma, la cui fortuna in Italia è stata piuttosto scarsa. Non mi riferisco già alla materia dei Sette savi, che ha trovato un fertile humus per la sua crescita: qui infatti si è sviluppato Besprechungen - Comptes rendus 269 un intero ramo della ricchissima tradizione europea e mondiale, la cosiddetta versio italica. Penso, invece, alla particolare redazione, un volgarizzamento assai fedele all’originale, tràdita da due manoscritti custoditi in biblioteche fiorentine (donde Giannetti ricava la denominazione versione F), il Gaddi 166 (Biblioteca Laurenziana) e il Palatino 680 (Biblioteca nazionale). Essa, nonostante sia stata il modello utilizzato da Gaston Paris per descrivere un gruppo più ampio di codici francesi attraverso l’etichetta di rédaction A (dal D’Ancona, primo editore), è stata piuttosto trascurata dagli studiosi italiani. Dopo la princeps danconiana, infatti, sono mancate edizioni critiche, eccezion fatta per quella di C. Segre, M. Marti (La prosa del Duecento, Milano 1959), limitata a sole due novelle delle quindici totali. Il testo di Giannetti riproduce interamente il testo del ms. Gaddi (G), sopperendo, nel caso di lacune meccaniche nel testimone base, con le lezioni del Palatino (P). Tale scelta deriva dal fatto che Giannetti sostiene la teoria, che fu già propria di Segre, di descrizione del ms. P dal ms. G.Tuttavia, il ragionamento addotto a tale ipotesi nell’introduzione è inverso a quello che ci si aspetterebbe in base alla dottrina classica. Secondo la teoria, infatti, un descriptus dovrebbe presentare tutti gli errori propri dell’antigrafo più almeno uno proprio. Giannetti invece riscontra «una serie di errori presenti in G che non figurano in P; mentre il fenomeno all’inverso, la presenza cioè di errori esclusivi di P, risulta assai più raro» (19). Tale fenomenologia, tuttavia, secondo Giannetti non si traduce in un indebolimento della teoria della descrizione, ma in una sua conferma. Tutti gli errori riportati, infatti, sono perlopiù lapsus calami o corruttele grafiche facilmente correggibili (abbondano le confusioni tra lettere simili - / o/ e / a/ , / o/ ed / e/ , / u/ e / n/ - ripetizioni o cadute di sillabe, omissioni di verbi servili o di congiunzioni). Inoltre, come Giannetti ben evidenzia «P presenta della varianti degallicizzate», rispetto alle corrispondenti lezioni di G, «a forte caratterizzazione oitanica, considerando che, all’inverso, non registro un solo esempio di gallicismo di P cui corrisponda in G un termine più italico» (21). A riprova di tale interventismo vanno anche aggiunte tutte quelle varianti di P che «sembrano rispondere all’esigenza del suo autore di voler adeguare la lingua al proprio registro espressivo» (22). Ora, trovo singolare che un copista così attento da interpretare e tradurre dei gallicismi, si lasci poi sfuggire le palesi ripetizioni e i banali errori comuni riportati correttamente da Giannetti a p. 19. A dimostrazione positiva della descrizione, successivamente viene addotta la prova di «rilevamenti di errori operati dal copista di P, sotto forma di puntini emendativi posti al di sopra di lezioni, in corrispondenza di ripetizioni in G non rilevate dal suo autore» (23); tuttavia, se tali corruttele derivassero non da G, ma da un antigrafo comune, verrebbe solo confermato l’interventismo del copista di P. Inoltre, tra tali corruttele, viene segnalata la lezione «ebbe si granduolo e ira» corretto sovrascrivendo una / e/ sopra la / u/ ed espungendo / -olo/ in «granduolo» in P, corrispondente a un semplice «ebbe si grande ira» nel ms. G. Secondo Giannetti la genesi dell’errore potrebbe essere uno scambio di carte nella fascicolazione nel ms. G, con anticipazione della c. 42 r° che reca «nebbe sigranduolo esigrande ira»; tuttavia, tale ipotesi è inficiata dalla diversa disposizione delle lezioni all’interno delle due carte (nella c. 12 v° siamo più o meno a metà pagina, nella c. 42 r° a fine pagina) e inoltre mancano anche termini simili precedenti alla lezione che possano lasciar pensare ad un salto nella lettura, a parte il verbo «ebbe». Mi sembra piuttosto che possa aver agito qui la memoria di una precedente trascrizione o quantomeno di una precedente lettura. Giannetti pertanto sostiene non solo che P sia descriptus, ma che sia copiato direttamente da G: infatti, come nel caso precedente, alcune corruttele di P vengono spiegate proprio a partire dalla disposizione grafica delle parole (nel caso dei sauts du même au même) o da alcune «lezioni vergate in modo dubbio» nel manoscritto G. I sauts sono trattati da prassi come errori poligenetici. Tuttavia Giannetti evidenzia come essi si verifichino in P in particolare quando nel ms. G si trovano «lezioni uguali o assai simili tra loro, allineate in verticale su due o più righe consecutive o assai ravvicinate». Tra gli esempi addotti, alcuni sono poco Besprechungen - Comptes rendus 270 1 Segnalo solo una discrepanza, a p. 82 8,3 «Quando fu fatto», mentre nel ms. G (c. 5 r°) leggo «quando illetto fu fatto». convincenti. Poco probante l’allineamento della semplice relativa «cche» (c. 5 v°, ma piuttosto qui suggerirei l’allineamento di «figliuolo»); la posizione iniziale tra le r. 4-5 di c. 7 v° della parola «maestri» non è esatta - la riga 5 riporta la parola per intero, la riga 4 solo «stri» dato che l’inizio della parola è a fine di riga 3 «mae»; corrispondenza non perfetta anche per «torre» all’inizio di riga 15 di c. 20r°, mentre a riga 14 si legge «latorre» unica parola - e questo caso potrebbe suggerire un antigrafo comune, dove entrambi i sostantivi siano uniti in scriptio continua con l’articolo; non sono affatto allineati «figliuole» e «figliuoli», che si trovano addirittura sullo stesso rigo a c. 18 v° (per la precisione «figli» al rigo precedente, «uole» al rigo 8): qui sarebbe stato più spiegabile un saut tra un precedente «figliuolo» del r. 8 e «figliuoli» del r. 9, ma in P il salto avviene proprio dal successivo «figliuole»; anche «ilcinghiale» e «ilcinghiale» di r. 8 e 10 di c. 14v° non sono allineati nel ms., trovandosi il primo in penultima posizione di rigo e il secondo in posizione quasi incipitaria; più precisi invece gli allineamenti segnalati «voi»/ «voi» a c. 44 v°, «ghuarito»/ «ghuarito» a 16 v° e «dissella»/ «dissella» a 24 r°. Non si intende certo affermare che un saut du même au même non possa avvenire tra due termini che non siano perfettamente allineati, tuttavia la prova di Giannetti risulta inficiata, dato che comunque i termini interessati dai sauts segnalati sono piuttosto contigui ed è facile ipotizzare che si sarebbero potuti produrre comunque, anche se P avesse letto da un ms. diverso da G. Vi sono poi «errori, anche sotto forma di lacune, di P, in corrispondenza di lezioni di G poste in interlinea, o anche vergate in modo dubbio o incerto» (23). Veniamo ai casi analizzati. Nel ms. G nel passo «auete si mmutabole quore che una volta volete iluostro figliuolo ...» (sic nella citazione di Giannetti), il verbo della relativa «volete» è vergato in interlinea (c. 48 r°), mentre in P si legge «voleteta» con l’espunzione tramite puntini emendativi della sillaba eccedente. Si potrebbe trattare, come suggerisce lo stesso Giannetti, di un lapsus calami che non credo abbia relazioni con la particolare conformazione del ms. G. Allo stesso modo non vedo come «uide» di P (c. 28 r°) possa essersi generato dal «uertude», scritto per esteso, emendato con una / i/ sopra la / e/ tagliata della sillaba «uer-» che si legge in G (c. 21 r°). Gli altri casi citati da Giannetti mi sembrano o mere varianti grafiche («serata» vs «serrata»; «comegli» vs «come egli»; «tutti ’ cavalieri» vs «tutti i cavalieri»; «erano ’ sette savi» vs «erano i sette savi»; «lonperadore jo il ghuarento» vs «lonperadore e jo il ghuarento») o lezioni non decisive, in quanto potrebbe trattarsi di semplici integrazioni in interlinea del copista di G, non condivise dal copista di P, a partire da un antigrafo comune («vedrete ilpiu gran bollore sispegniera» vs «vedrete che ilpiu gran bollore sispegniera»; «corsono affare suo comandamento» vs «corsono affare il suo comandamento»; «prese lamano lasua propria moglie» vs «prese per lamano lasua propria moglie» - peraltro la lezione di P qui mi sembra una difficilior con la costruzione aproposizionale del genitivo espresso in francese attraverso la declinazione bicasuale) o banalizzazioni («anche» vs «acche»). La questione se P sia descriptus o meno, comunque, non ha grande impatto sul testo. Giannetti accetta alcune delle semplici correzioni di P e soprattutto riporta le sue lezioni in corrispondenza delle lacune meccaniche del codice G. L’edizione del testo manifesta una grande attenzione per la lettura del ms. base, le cui lezioni sono riprodotte fedelmente 1 . L’edizione di Giannetti compie un deciso passo nella direzione del rispetto dei codici, se confrontata con quella ottocentesca di D’Ancona. I punti deboli vanno rintracciati tutti nelle scelte editoriali e non, lo ripeto, nella lettura dei manoscritti. A livello puramente grafico, trovo che sarebbe stato opportuno differenziare il formato delle rubriche da quello del corpo del testo: l’edizione moderna dovrebbe rispecchiare Besprechungen - Comptes rendus 271 in questo caso una scelta «formale» già presente nei testimoni. D’altronde non è certo, sebbene sia probabile, che le rubriche siano state composte dal volgarizzatore. Una differenziazione grafica l’avrebbero meritata anche le porzioni testuali riprodotte a partire da P per le corruzioni del ms. G, come detto in precedenza, specialmente in ragione delle differenze linguistiche che lo stesso editore non manca di annotare passim nella sua introduzione e nelle sue note. Forse frutto di un tentativo di restituire l’interpunzione presente nel ms. G, saltano all’occhio alcune costruzioni assai poco economiche, che complicano di molto la comprensione e tradiscono talora le fonti francesi così pedissequamente seguite dal volgarizzatore. Tra gli interventi interpuntivi che restituiscono letture disagevoli o piuttosto onerose (corsivi miei): a p. 80 5, 2 «Non piaccia a Dio che altri che io sia quello che al vostro figliuolo ... insegni, però ch’i’ ho studiato tutto el tempo mio solo per poter amaestrare altri e massimo li uomini degni ... com’e’ mi pare. E rendo certo sia ell vostro bello figliuolo»; a p. 80 6, 2 «Bel messere, non creda alcuno, per alcuno caso - altri che io -, aprenda e ‘nsegni al vostro figliuolo»; a p. 81 6, 3 «rispuose molto umilmente: ‹A tutti› e’ disse ‹Signori, molta gran mercè›»; a p. 81 6, 3 «molta gran mercè e grado di ciò ch’io v’odo contendere. Insieme di mio pro io non dipartirò punto questa buona compagnia»; a p. 82-3 12, 1 «quello figliuolo ... sarebbe reda dello ’mperio di Roma in quella camera dov’egli erano. Cominciò la ’mperadrice»; a p. 87 18, 3 «Allora, disse il produomo al giardiniere, ch’egli quella branca tagliasse»; a p. 88 21, 10-11 «ed altre male tacce ha egli assai. Il perch’io il fo morire»; a p. 90-91 29, 10 «E hotti creduto, e nonn ho fatto che savio, ma di quello ch’io ho fatto per tuo detto. Niuno, fuor che me medesimo, me ne darà la penitenzia»; a p. 130 121, 1-2 «e disse anche egli una novella, a proposito di un padre che a gran torto gittò un suo figliuolo in mare, perché morisse. Come egli avea voluto fare morire lui»; a p. 131 123, 5 «e sarò si gran signore; che sse io il vorrò sofferire voi sarete fortemente legato, che voi mi vorrete tenere davanti me la tovaglia ...»; a p. 133 128, 4 «Il giovane re venne alla casa di questo Gherardo suo padre. E llà scese»; la congiunzione «e» andrebbe forse intesa come pronome «e’» a p. 85 16, 1 «Allora la ’mperadrice prese il giovane per la mano e, non volendo andare con lei, lo ’mperadore lo pregò ch’andasse»; a p. 88 21, 4 «vidono come i sergenti menvano alla morte il giovane, e ciò pesava loro al quore. E andando allora gli venne il primo de’ sette savi»; viceversa a p. 129 118, 3 «e’» va corretto in «e», specie alla luce dell’interpunzione scelta «il signore venne all’uscia e’ diserrò l’uno appresso all’altro». Tra le costruzioni, invece, che non tengono sufficientemente conto delle fonti francesi, segnalo: a p. 86 17, 1 «‹Ditemi quello di che voi siete cruciatta› ‹È il vostro pensiero, certo meser›» - fr. 2137 «dites moi que vostre pensé et que vous avez»; a p. 94 39, 1 «Di che Ipocras per invidia si pensò, perché questo suo nipote avea troppo adpreso fellonia e male verso di lui» - fr. 2137 «ypocras i pensa a traison et a felonie vers son neveu»; a p. 128 116, 13-14 «‹Dama›, disse il signore ‹dov’è l’anello ch’io vi donai con una ricca pietra? Che n’avete voi a ffare? ›. Diss’ella: ‹Io il guarderò bene›» l’interrogativa viene rivolta dalla dama al signore in fr. 2137 «sire dist la dame que en avez vous à fere? je le garderai moult bien». Talora, invece, l’intervento dell’editore sarebbe stato necessario: a p. 79 4, 1 «perché veramente savi sono signori delli altri uomini» in cui andrà integrata l’elisione dell’articolo determinativo «i»; talora è invece inopportuno a p. 80 6,3 «mi rendo certo voi no’ conoscete me, ed eziandio el bisogno di vostro figliuolo, al quale altri che io non sarebbe perfettamente ato a lui, imperò che in lui ha pervenire alla vostra fine, e ’l vostro imperio», dove l’interpunzione (virgola dopo lui) e l’inserimento del diacritico «h» per marcare il verbo avere «ha» vanno eliminati; a p. 88 21, 4 «andò allo ’mperadore, il qual trovò nella sala del suo palagio, e fàttoli la reverenzia e salutàtolo che Iddio gli desse il buon dì. E llo ’mperadore rispose», dove, a causa del punto, manca il verbo della coordinata; lo stesso dicasi a p. 113 79, 8 «Ma della vostra moglie ch’e’ volle sforzare, si com’ella vi fa credere a gran torto. Se voi per ciò il mettere a morte, ve ne possa intervenire, com’e’ intervenne a uno cittadino ...»; a p. 90 28, Besprechungen - Comptes rendus 272 1 «E così entrò nella sala gridando e a gittare per bocca», non viene integrato il verbo della principale erroneamente omesso nei ms. (ma presente nelle fonti francesi - f. 2137 «conmença»); a p. 91 30, 1 «signore, s’e’ per lo consiglio della tua moglie vuògli», dove il soggetto è di seconda persona, quindi «s’e’» va letto semplicemente «se»; lo stesso vale per «ch’e’» a p. 110 72, 2 «domandò loro consiglio di quello che dovesse fare di Roma ch’e’ sottomettea a vergogna tutte le sue terre» dove il soggetto è Roma; a p. 114 81, 5 viene separata la coordinata dalla subordinata causale «La gazza il vide e conòbbelo. Però ch’egli l’avea alcuna volta fatto noia e disseli». Le note al testo in calce all’edizione forniscono informazioni supplementari, quali passi paralleli, disamine linguistiche o fenomenologie del testo all’interno dei testimoni, oppure chiariscono scelte editoriali. Si tratta di interventi perlopiù puntuali, che necessiterebbero di qualche aggiunta esegetica: ad esempio sarebbe stata auspicabile una nota sul passo di p. 85 16, 2 «ella fece tutte le sue dame e damigelle stare in una camera di lungi, e intra llei e ’l giovane si missono a ssedere sopra uno letto», evidenziando il crudo calco linguistico della costruzione francese «entre + sostantivo», marcatrice del soggetto; allo stesso modo sarebbe stato opportuno spiegare che il cambio di genere a p. 108 68, 3 «Il primo ... il secondo ... il terzo ... la quarta» dipende probabilmente dal processo di traduzione: la fonte francese reca il femminile entraite: il volgarizzatore sceglie invece il maschile «dispetti», ma poi se ne dimentica, ritornando al femminile. Poco convincenti, invece, le glosse in cui si ipotizza un intervento autonomo del volgarizzatore: a p. 89 26, 3 «malvagio» è con ogni probabilità un errore di pre-archetipo, derivante, come già sostenne D’Ancona, da una cattiva lettura di manans, interpretato come malvais. Giannetti (138) non ci crede e pensa ad un intervento del volgarizzatore, volto a connotare il cavaliere; ma la grafia simile e l’assenza di altri interventi di tale natura mi inducono a rimanere sulla tesi danconiana, così come per il caso di «cuoio», a p. 89 27, 7, che per l’editore ottocentesco era cattiva lettura per cors e che per Giannetti è traduzione libera. Mi sembra invece che il Giannetti glossatore contraddica il Giannetti editore a p. 98 47, 4, quando corregge valenti in valetti e afferma nelle note che si tratta di una cattiva lettura del volgarizzatore (quindi risalente all’originale, non all’archetipo). Va citato infine il curioso caso di un difficilmente spiegabile senando (in entrambi i testimoni) nella rubrica del racconto Puteus: «Gli conta d’uno cui la moglie serrò fuori di casa, senando ella caduta in avolterio». Giannetti, come aveva già proposto D’Ancona, corregge in sendo, ma senza una giustificazione linguistica. La mia ipotesi è che la genesi di questo senando possa essere un salto per omioteleuto, del tipo «sonando coprifuco, sendo ella ...». D’altro canto, poco sotto (a 53, 15), G legge «senerà coprifuoco», attestando così una forma senare per sonare, il cui gerundio sarebbe appunto senando. Stefano Coco H Christina Tortora, A comparative grammar of Borgomanerese, New York (Oxford University Press) 2014, xv + 401 p. (Oxford Studies in Comparative Syntax) Il libro di Christina Tortora (= CT/ l’A[utrice]) sul dialetto di Borgomanero è il frutto di una lunga fedeltà allo studio di questa varietà che per alcuni aspetti occupa un posto molto particolare nel quadro dei dialetti italiani settentrionali e delle lingue romanze. Il libro riprende e sviluppa infatti i materiali e i risultati di ricerche iniziate una ventina di anni fa e in parte già rese note in diverse pubblicazioni scaglionate negli anni. Premettiamo che non si tratta né di una grammatica completa né di una grammatica descrittiva del dialetto esaminato, ma prima di tutto di uno studio di linguistica teorica che