eJournals Vox Romanica 75/1

Vox Romanica
vox
0042-899X
2941-0916
Francke Verlag Tübingen
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2016
751 Kristol De Stefani

Christina Tortora, A comparative grammar of Borgomanerese, New York (Oxford University Press) 2014, xv + 401 p. (Oxford Studies in Comparative Syntax)

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2016
Giampaolo Salvi
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Besprechungen - Comptes rendus 272 1 «E così entrò nella sala gridando e a gittare per bocca», non viene integrato il verbo della principale erroneamente omesso nei ms. (ma presente nelle fonti francesi - f. 2137 «conmença»); a p. 91 30, 1 «signore, s’e’ per lo consiglio della tua moglie vuògli», dove il soggetto è di seconda persona, quindi «s’e’» va letto semplicemente «se»; lo stesso vale per «ch’e’» a p. 110 72, 2 «domandò loro consiglio di quello che dovesse fare di Roma ch’e’ sottomettea a vergogna tutte le sue terre» dove il soggetto è Roma; a p. 114 81, 5 viene separata la coordinata dalla subordinata causale «La gazza il vide e conòbbelo. Però ch’egli l’avea alcuna volta fatto noia e disseli». Le note al testo in calce all’edizione forniscono informazioni supplementari, quali passi paralleli, disamine linguistiche o fenomenologie del testo all’interno dei testimoni, oppure chiariscono scelte editoriali. Si tratta di interventi perlopiù puntuali, che necessiterebbero di qualche aggiunta esegetica: ad esempio sarebbe stata auspicabile una nota sul passo di p. 85 16, 2 «ella fece tutte le sue dame e damigelle stare in una camera di lungi, e intra llei e ’l giovane si missono a ssedere sopra uno letto», evidenziando il crudo calco linguistico della costruzione francese «entre + sostantivo», marcatrice del soggetto; allo stesso modo sarebbe stato opportuno spiegare che il cambio di genere a p. 108 68, 3 «Il primo ... il secondo ... il terzo ... la quarta» dipende probabilmente dal processo di traduzione: la fonte francese reca il femminile entraite: il volgarizzatore sceglie invece il maschile «dispetti», ma poi se ne dimentica, ritornando al femminile. Poco convincenti, invece, le glosse in cui si ipotizza un intervento autonomo del volgarizzatore: a p. 89 26, 3 «malvagio» è con ogni probabilità un errore di pre-archetipo, derivante, come già sostenne D’Ancona, da una cattiva lettura di manans, interpretato come malvais. Giannetti (138) non ci crede e pensa ad un intervento del volgarizzatore, volto a connotare il cavaliere; ma la grafia simile e l’assenza di altri interventi di tale natura mi inducono a rimanere sulla tesi danconiana, così come per il caso di «cuoio», a p. 89 27, 7, che per l’editore ottocentesco era cattiva lettura per cors e che per Giannetti è traduzione libera. Mi sembra invece che il Giannetti glossatore contraddica il Giannetti editore a p. 98 47, 4, quando corregge valenti in valetti e afferma nelle note che si tratta di una cattiva lettura del volgarizzatore (quindi risalente all’originale, non all’archetipo). Va citato infine il curioso caso di un difficilmente spiegabile senando (in entrambi i testimoni) nella rubrica del racconto Puteus: «Gli conta d’uno cui la moglie serrò fuori di casa, senando ella caduta in avolterio». Giannetti, come aveva già proposto D’Ancona, corregge in sendo, ma senza una giustificazione linguistica. La mia ipotesi è che la genesi di questo senando possa essere un salto per omioteleuto, del tipo «sonando coprifuco, sendo ella ...». D’altro canto, poco sotto (a 53, 15), G legge «senerà coprifuoco», attestando così una forma senare per sonare, il cui gerundio sarebbe appunto senando. Stefano Coco H Christina Tortora, A comparative grammar of Borgomanerese, New York (Oxford University Press) 2014, xv + 401 p. (Oxford Studies in Comparative Syntax) Il libro di Christina Tortora (= CT/ l’A[utrice]) sul dialetto di Borgomanero è il frutto di una lunga fedeltà allo studio di questa varietà che per alcuni aspetti occupa un posto molto particolare nel quadro dei dialetti italiani settentrionali e delle lingue romanze. Il libro riprende e sviluppa infatti i materiali e i risultati di ricerche iniziate una ventina di anni fa e in parte già rese note in diverse pubblicazioni scaglionate negli anni. Premettiamo che non si tratta né di una grammatica completa né di una grammatica descrittiva del dialetto esaminato, ma prima di tutto di uno studio di linguistica teorica che Besprechungen - Comptes rendus 273 1 La particella locativa preverbale concomitante ngh ‘ci’ compare solo davanti alle forme di «essere» inizianti per vocale, per cui manca con le forme inizianti per consonante: Sarà-gghi un fjö (saràci-un-ragazzo) ‘Ci sarà un ragazzo’, e con le forme non convenientemente ausiliate degli altri verbi: A vegna fo-ghi nienti (espl-viene-fuori-ci-niente) ‘Non esce niente’. Per contro è l’espletivo ghi a sparire se la combinazione di clitici che risulterebbe dalla sua presenza, non è permessa: Ngh eva gnò fo-mu vün (ci-era-venuto-fuori-me.ne-uno) ‘Me ne era uscito uno’, per la non-combinabilità di ghi con mi (contenuto in mu = mi+nu). Anche il piemontese je (cf. subito sotto nel testo) è sottoposto alla medesima restrizione: A l é rivà-je dui regai (espl-cl-è-arrivato-ci-due-regali) ‘Sono arrivati due regali’ vs A l é rivà-me dui regai (espl-cl-è-arrivato-mi-due-regali) ‘Mi sono arrivati due regali’ (L. Burzio, Italian syntax. A government-binding approach, Dordrecht 1986: 124). 2 Cf. anche più oltre per una precisazione. si focalizza su alcuni punti cruciali della sintassi (e in misura minore della morfologia e della fonologia) di questa varietà, fornendone un’analisi formulata e valutata all’interno del quadro teorico della grammatica generativa, in particolare della sua variante cartografica. Lo scopo del libro è quindi non solo quello di documentare e analizzare i fatti linguistici raccolti, ma anche quello di contribuire allo sviluppo della teoria linguistica nel quadro della quale si inserisce. Questa grammatica è comparativa nel senso che i fatti studiati vengono confrontati con i fatti paralleli di altre lingue, prima di tutto con quelli dei dialetti italiani settentrionali e dell’italiano, ma anche con quelli di altre lingue romanze e dell’inglese - questo con lo scopo di dare una risposta più fondata ai problemi teorici sollevati dall’analisi delle costruzioni del dialetto di Borgomanero. I dati provengono da inchieste condotte dall’A sul campo, oltre che dai questionari dell’Atlante Sintattico dell’Italia Settentrionale (impresa fondata presso l’Università di Padova da Paola Benincà e Cecilia Poletto) e da altre fonti pubblicate (atlanti e studi linguistici, letteratura dialettale). Dopo un breve capitolo (Ch. 1: Introduction, 1-4) in cui vengono presentati il background della ricerca e le norme ortografiche utilizzate, si passa (Ch. 2: The syntax and semantics of the weak locative, 5-82) allo studio della costruzione in cui compare la particella clitica ghi ‘ci’, usata apparentemente come un espletivo nelle frasi presentative (o tetiche) del dialetto di Borgomanero non solo con ‘esserci’: Ngh è chi-gghi dü mataj (ci-è-qui-ci-due-ragazzi) ‘Ci sono qui due ragazzi’, ma anche con un gruppo di verbi inaccusativi: Ngh è rivà-gghi na fjola (ci-è-arrivato-ci-una-ragazza) ‘È arrivata una ragazza’ 1 . Questa estensione dell’uso di ‘ci’ è simile a quella che troviamo con il piemontese je, ma se ne differenzia perché si applica a un gruppo più ristretto di verbi: mentre in piemontese si applica a tutti i verbi inaccusativi, nel dialetto di Borgomanero sono interessati solo gli inaccusativi che implicano una meta (quindi «arrivare», «entrare» e «venire» sì, ma «andare», «partire» o «scappare» no). CT spiega questo uso con la presenza nei verbi in questione dell’argomento Meta, di cui il clitico ghi (con il concomitante ngh) sarebbero i riflessi superficiali (tralasciamo qui gli aspetti formali precisi dell’analisi). In questo l’A sviluppa un’intuizione di Paola Benincà, che ha notato come le frasi a soggetto postverbale di tipo presentativo abbiano un’interpretazione ristretta dal contesto (P. Benincà/ G. Salvi, «L’ordine normale degli elementi nella frase semplice», in: L. Renzi/ G. Salvi/ A. Cardinaletti (ed.), Grande grammatica italiana di consultazione, vol. 1, Bologna 2001: 133-43 (138-39)): quando diciamo È arrivato Piero, possiamo non specificare la meta, ma solo se questa coincide con il luogo in cui avviene l’enunciazione (riferimento deittico) 2 o con un luogo saliente nel contesto precedente (riferimento anaforico: Si erano riuniti tutti in giardino quando è arrivato Piero) - possiamo quindi dire Besprechungen - Comptes rendus 274 3 Il riferimento di tipo deittico è introdotto a p. 24 a proposito dei dati del dialetto di Borgomanero, quello anaforico solo a p. 71 a proposito dei dati dell’italiano e poi dell’inglese. Se ho visto bene, questa seconda interpretazione non è stata testata sui dati di Borgomanero. 4 Questo è l’unico caso in cui la collocazione corrisponde a quella dei dialetti piemontesi, che per il resto hanno invece proclisi con i tempi semplici, non possono attaccare il clitico a un avverbio, e nella costruzione fattitiva collocano il clitico con il verbo fattitivo. che queste frasi contengono un argomento Meta implicito, ma recuperabile 3 . Ora, il dialetto di Borgomanero, diversamente dall’italiano, esplicita obbligatoriamente l’argomento Meta attraverso i clitici locativi, che non devono quindi essere considerati degli espletivi, ma (i riflessi superficiali di) un argomento del verbo. Il fatto che ghi compaia anche quando la meta è espressa: Ngh è gnö denti-ghi na segretaria int la stônza (ci-è-venuto-dentro-ci-unasegretaria-in-la-stanza) ‘È entrata una segretaria nella stanza’, dovrà essere considerato (se capisco bene) un caso di reduplicazione clitica, obbligatoria anche con il ghi usato in funzione di oggetto indiretto: La Maria la parla-ghi a l Piero (la-M.-ella-parla-gli-a-il-P.) ‘Maria parla a Piero’. Un’analisi simile (non sviluppata nel testo) è immaginabile anche per le frasi con «esserci», dove «ci» sarà il riflesso superficiale di un argomento locativo (o la sua reduplicazione clitica). La costruzione del dialetto di Borgomanero viene confrontata con quella dell’italiano (43-56), dove l’argomento Meta rimane invisibile, e con quella dell’inglese (56- 82), dove viene invece realizzato da there (There arrived four women). Il capitolo seguente (Ch. 3: Object clitics in simple tense, complex predicate, and imperative clause, 83-191) tratta la posizione dei clitici obliqui, con due appendici dedicate rispettivamente alla combinabilità dei clitici (172-80) e ai cambiamenti fonologici indotti dall’enclisi (180-91). Come si sarà notato in base agli esempi visti finora, nel dialetto di Borgomanero, come in un piccolo gruppo di dialetti contigui, i clitici normalmente classificati come obliqui si collocano in posizione enclitica (con due eccezioni che vedremo più avanti): con i tempi semplici, si collocano dopo il verbo: I porta-la (io-porto-la) ‘La porto’, ma se in posizione immediatamente postverbale c’è un avverbio di una certa classe, si mettono dopo l’avverbio: I porti mi-lla (io-porto-mica-la) ‘Non la porto’; con i tempi composti, si collocano dopo il participio 4 : I o piö vüsta-la (io-ho-più-visto-la) ‘Non l’ho più vista’, ma in presenza di certi avverbi si mettono dopo l’avverbio: I o vüst piö-lla (io-ho-visto-più-la) ‘Non l’ho vista più’; nelle costruzioni con l’infinito, si collocano dopo l’infinito, anche nella costruzione fattitiva: Fé mija ghignè-mmi (fate-mica-ridere-mi) ‘Non fatemi ridere’ (il testo non offre esempi con avverbi). Per spiegare questo sistema di collocazione dei clitici, CT ricostruisce prima di tutto la struttura funzionale della frase attraverso la posizione relativa degli avverbi e determina quindi la posizione che occupano in questa gerarchia il verbo finito, il participio e i clitici. A differenza delle altre lingue romanze, in cui i clitici vanno a mettersi in una posizione adverbale, i clitici obliqui del dialetto di Borgomanero rimangono in una posizione bassa della struttura frasale, tra la posizione dell’avverbio piö ‘più’ e quella dell’avverbio sempri ‘sempre’ - i clitici possono infatti attaccarsi a piö e agli avverbi che lo precedono, come mija ‘mica’ e già, ma non a sempri e agli avverbi che lo seguono, come bej ‘bene’; siccome il verbo finito occupa una posizione che precede tutti questi avverbi, i clitici non si attaccheranno quindi necessariamente al verbo. Riassumendo, abbiamo le seguenti posizioni: verbo finito - mija - già - piö - clitici obliqui - sempri - bej Per il caso dei tempi composti, l’A assume che anche il participio proietti una struttura di tipo frasale, anche se meno ricca di proiezioni funzionali rispetto alle frasi di modo finito: in dipendenza dalla maggiore o minore impermeabilità di questa barriera frasale (anche qui sorvoliamo sui meccanismi formali precisi di questa soluzione), i clitici obliqui dovranno Besprechungen - Comptes rendus 275 5 Abbiamo poi casi di complementi di preposizione che, come in italiano, possono abbandonare il loro dominio: I mötti-ghi l libbru visij (io-metto-ci-il-libro-vicino) ‘Ci metto il libro vicino’, dove il clitico ghi, complemento della preposizione visij ‘vicino’, si sposta nel dominio del verbo. rimanere nella parte subordinata, e quindi dopo il participio, come nel dialetto di Borgomanero o in piemontese, o risaliranno nella parte superiore, attaccandosi all’ausiliare, come nella maggior parte delle lingue romanze. Con l’assunzione di una struttura bifrasale si può spiegare come mai i clitici debbano precedere certi avverbi nelle frasi a tempo semplice, mentre possono seguirli nelle frasi a tempo composto: I môngia-la sempri (io-mangio-la-sempre) ‘La mangio sempre’ vs L Piero l à sempri mangià-llu (il-P.-egli-ha-sempre-mangiato-lo) ‘Piero l’ha sempre mangiato’ - nel primo es. abbiamo una struttura monofrasale, in cui il clitico precede, secondo la regola, l’avverbio sempri; nel secondo es. abbiamo una struttura bifrasale, in cui sempri si trova nella sezione sovraordinata e il clitico in quella subordinata, per cui le loro posizioni non interferiscono; ma l’avverbio può anche stare nella sezione subordinata, e in tal caso seguirà, come da regola, il clitico: Gianni l à mangià-llu sempri (G.-egli-ha-mangiato-lo-sempre) ‘Gianni l’ha mangiato sempre’. Una soluzione analoga è elaborata per le costruzioni con l’infinito. I clitici obliqui trattati finora dipendono dal verbo; come alcuni altri dialetti italiani settentrionali, il dialetto di Borgomanero permette però anche costruzioni in cui il clitico dipende da una preposizione e si colloca all’interno del sintagma preposizionale (Ch. 4: Object clitics and locative prepositions, 192-224). Abbiamo così da una parte casi come I porti denta-la (io-porto-dentro-la) ‘La porto dentro’, dove il clitico è un complemento del verbo, ma si attacca all’avverbio denti ‘dentro’ perché questo occupa nella struttura frasale una posizione tra quella del verbo e quella dei clitici (più precisamente tra quella dell’avverbio già e quella dell’avverbio piö - cf. sopra); e abbiamo dall’altra casi come I mötti l libbru renti-ghi (io-metto-il-libro-vicino-gli) ‘Gli metto il libro vicino’, dove il clitico è il complemento della preposizione renti ‘vicino’: questa costituisce un dominio funzionale indipendente, che il clitico non può abbandonare (come nel caso delle strutture participiali viste sopra) 5 . Questo quadro è però turbato dai casi in cui sia il verbo sia la preposizione hanno un complemento clitico. Ci aspetteremmo che in questi casi i due clitici si attacchino in due domini diversi, ma non è questo che avviene, perché ambedue i clitici si attaccano invece alla preposizione: I mötti renta-ga (io-metto-vicino-gliela) ‘Gliela metto vicino’, nonostante il clitico accusativo, da solo, in quanto complemento del verbo, non potrebbe attaccarsi alla preposizione renti: I möttu-lu renti/ *I mötti rentu-lu (io-metto-lo-vicino/ io metto-vicino-lo) ‘Lo metto vicino’. Questo problema rimane nel testo senza una soluzione soddisfacente. Il capitolo successivo è dedicato ai clitici soggetto (Ch. 5: Subject clitics: 225-307), che CT tratta seguendo la classificazione e le argomentazioni di C. Poletto (The higher functional field. Evidence from Northern Italian dialects, New York 2000, ch. 2), oltre a utilizzare l’ampia letteratura sull’argomento nata negli ultimi trentacinque anni - anche se con vari aggiustamenti. Può stupire di trovare trattati qui anche il clitico ngh ‘ci’ (289-301; cf. anche 29-39) e il clitico s ‘si’ impersonale (301-07), che uno si aspetterebbe forse di vedere classificati come clitici obliqui. Questa posizione non è nuova nella letteratura di ispirazione generativa sull’argomento, ma nel caso del dialetto di Borgomanero trova una giustificazione supplementare: con questa classificazione si possono infatti tenere distinti in maniera semplice i clitici che nella struttura frasale occupano una posizione bassa (postverbale) da quelli che occupano invece una posizione alta (preverbale; il dialetto odierno non ha più l’inversione interrogativa): i primi sono, come nella classificazione tradizionale, quelli obliqui, mentre i secondi vengono unitariamente etichettati dall’A come «clitici soggetto», termine che va quindi inteso nel senso tecnico sviluppato in questo studio di «clitici che occupano Besprechungen - Comptes rendus 276 6 Che nei dialetti dell’Italia nord-orientale il «si» impersonale occupi invece probabilmente una posizione diversa rispetto ai clitici obliqui, si può dedurre dall’alternanza in friulano tra Si la viôt (si-la-vede) e Si viodi-le (si-vede-la) ‘La si vede’ (G. Marchetti, Lineamenti di grammatica friulana, Udine 4 1985: 220). una posizione alta nella struttura frasale». Non si può però escludere (30, 290) che, come in altre lingue romanze, i clitici in posizione alta si dividano in due gruppi (soggetto e obliqui) e occupino posizioni strutturali diverse, e che quindi anche nel dialetto di Borgomanero una parte dei clitici obliqui occupi una posizione alta nella struttura frasale. Nella frase Ngh è rivà-gghi na fjola non avremmo dunque un clitico soggetto (ngh) e un clitico obliquo (ghi), ma un raddoppiamento di clitici obliqui, fenomeno non infrequente nei dialetti piemontesi: Cairo Montenotte A s nun suma andò-s-ne (noi-ce-ne-siamo-andato-ce-ne) ‘Ce ne siamo andati’ (M. Parry, Parluma ’d Còiri. Sociolinguistica e grammatica del dialetto di Cairo Montenotte, Savona 2005: 175; cf. anche gli esempi del dialetto della Valsesia, vicino a quello di Borgomanero, alla N63 di p. 357). Neanche il fatto che ngh non possa ricorrere assieme a un clitico soggetto (eccetto l’espletivo a), ci sembra un argomento sufficiente per classificare ngh come soggetto, perché nelle costruzioni presentative il clitico soggetto è molto spesso assente (oppure è a): Lugano (A) riva i me soci (espl-arriva-i-miei-amici) ‘Arrivano i miei amici’ (S.Vassere, Sintassi formale e dialettologia. I pronomi clitici nel luganese, Milano 1993: 21). Per quanto riguarda il s impersonale, in base ai dati presentati deve trattarsi di una costruzione simile a quella dell’italiano o dei dialetti veneti e friulani, cioè di una vera e propria costruzione impersonale, e non di una specie di passivo, come nelle lingue romanze antiche e in molte varietà moderne. Il fatto stesso che questo s compaia in posizione preverbale, mentre il si propriamente riflessivo compare dopo il verbo, indica che, come in italiano, è certamente avvenuta una scissione tra i due «si». Questo non è tuttavia sufficiente per fare classificare senz’altro il s preverbale come un clitico soggetto - come non lo è in italiano, che non ha clitici soggetto e dove il si impersonale si colloca nel bel mezzo dei clitici obliqui (Ci se ne allontana) 6 . L’ultimo capitolo (Ch. 6: Interrogatives, 308-16) contiene la descrizione di alcuni aspetti interessanti delle strutture interrogative. Il volume è completato da un’appendice che presenta i paradigmi di coniugazione dei verbi regolari, di alcuni verbi irregolari e dei verbi ausiliari (317-29). Infine, dopo la sezione delle note (331-76), seguono la bibliografia (377-88) e gli indici delle lingue (389-90), dei nomi (391-93) e degli argomenti (394-401). In questa presentazione sommaria dei contenuti del libro abbiamo puntato soprattutto sulla illustrazione di alcuni dei fenomeni per i quali il dialetto di Borgomanero occupa un posto molto particolare nel quadro dei dialetti italiani settentrionali. Con questo non abbiamo reso pienamente giustizia a questo volume ricco di fatti e di analisi: CT applica con acutezza i vari aspetti della teoria generativa ai suoi materiali, costruisce accuratamente le sue argomentazioni, proponendo soluzioni non solo adeguate, ma anche innovative dal punto di vista teorico, tiene conto delle possibili obiezioni e, quando necessario, riconosce onestamente le difficoltà e i punti di intoppo. Particolarmente felici mi sembrano le analisi e le ipotesi esplicative dei cap. 2 e 3 sulle costruzioni presentative e sulla collocazione dei clitici obliqui, ma la lista potrebbe facilmente essere allungata. In quanto segue ci concentreremo su alcuni aspetti problematici del libro - non per sminuirne il valore, quanto piuttosto per rispondere alla sfida lanciata dalle tante idee stimolanti che contiene. Problemi di analisi. Come notato a p. 337-38 (N55), l’interpretazione deittico-anaforica legata alla struttura presentativa studiata nel cap. 2 e che serve a giustificare l’analisi proposta, si ha anche con alcuni verbi inergativi - che però non ammettono l’uso di ghi: L à telefunà l Piero/ *Ngh à telefunà-gghi l Piero (egli-ha-telefonato-il-P./ ci-ha-tefonato-ci-il-P.) Besprechungen - Comptes rendus 277 7 A una soluzione fonologica non si oppone neanche il fatto che al posto della vocale assimilata possiamo trovare anche una a (189): Cum i capissa-ti! (come-io-capisco-ti) ‘Come ti capisco! ’ (1sg capissi), perché la riduzione fonetica davanti ai clitici (a sembra essere la vocale non-marcata nel dialetto di Borgomanero) è un fenomeno frequente: cf. Venezia Magne-lo ‘Mangialo’ (imp. magna). ‘Ha telefonato Piero’. Si può quindi pensare che l’interpretazione in questione non sia necessariamente legata a una posizione sintattica, ma piuttosto alla semantica del predicatore e al valore pragmatico della frase (si veda anche l’osservazione a p. 342 (N78), secondo cui in inglese la presenza di there non è necessaria per avere l’interpretazione deittico-anaforica, e quella a p. 344 (N88), secondo cui questa interpretazione non è necessariamente presente con «esserci», nonostante l’analogia strutturale). La caratterizzazione del centro deittico come legato al parlante (73) è senz’altro troppo rigida: come notato a p. 344 (N87), il punto di riferimento può essere anche l’interlocutore - ma non necessariamente solo nelle domande: cf. per es. Mi hanno detto che è arrivata Maria («qui» oppure «da te»). L’assimilazione dell’argomento Meta con l’oggetto indiretto (entrambi espressi dal clitico ghi, 28) si scontra con il fatto che, mentre la reduplicazione dell’oggetto indiretto con il clitico è obbligatoria (cf. sopra), la reduplicazione di un argomento Meta non è possibile al di fuori della frase presentativa: *La Maria l è naci-ghi a la staziôn (la-M.-ella-è-andata-ci-a-lastazione) ‘Maria è andata alla stazione’. La trattazione della posizione dei clitici con i tempi composti non prende in considerazione la posizione di bej o degli avverbi/ preposizioni del tipo di denti. Ma siccome bej (es. (33) a p. 96) e denti (es. (14e) a p. 13) seguono sempre il participio, l’assunzione che le proiezioni funzionali della frase participiale non possano ospitare avverbi (119), dovrà essere modificata (altri problemi relativi a questa ipotesi sono discussi alla N40 di p. 353-54). In questa prospettiva, anche alla possibile posizione post-participiale di sempri andrà forse data una spiegazione diversa da quella esposta a p. 115-16. Che le costruzioni fattitive del dialetto di Borgomanero non siano casi di accusativo con l’infinito si vede non solo dalla posizione postinfinitivale del soggetto semantico (160), ma anche dall’uso dell’oggetto indiretto (es. (154a) a p. 155) o del complemento d’agente (es. (161e) a p. 160) per esprimere il soggetto semantico dei verbi transitivi. La soluzione prospettata per spiegare la posizione dei clitici in piemontese in costruzioni del tipo ‘avrei voluto-lo aprire’ (e costruzioni simili, 160-63 e 166-67), dove il clitico deve abbandonare la frase infinitiva se retto da un semi-ausiliare di modo non-finito (qui il participio di «volere»), non sembra facilmente estendibile a casi come I l avrìa vorsù avèi-la vista prima (io-cl-avrei-voluto-aver-la-vista-prima) ‘Avrei voluto averla vista prima’, dove il clitico, in condizioni simili, resta invece nella frase infinitiva. Mi sembra difficile sostenere che i clitici nelle frasi all’imperativo di tutte le lingue romanze occupino la stessa posizione bassa nella struttura frasale come nel dialetto di Borgomanero (164-65), anche solo alla luce del fatto che, diversamente che a Borgomanero, nelle altre lingue romanze i clitici precedono tutti gli avverbi anche nelle frasi all’imperativo: Leggi-lo già ora, Non toccate-lo mica più. Questo non toglie che l’imperativo abbia proprietà in comune con le forme non-finite del verbo, come mostra acutamente l’A (165-69). Mi sembra anche difficile da accettare che la vocale in tondo in es. come Té tal crumpa-la (tu-tu-compri-la) ‘Tu la compri’ (2sg crumpi) o Maria la crumpu-lu (M.-ella-compra-lo) ‘Maria lo compra’ (3sg crumpa) sia un morfema indipendente (188, anche 190), e non invece quello che sembra, cioè il frutto di un’assimilazione alla vocale seguente 7 . Se questa vocale fosse un morfema indipendente, cancellerebbe il morfema desinenziale, un’ipotesi onerosa, a meno di assumere, come fa CT (185) che morfemi come -i (1sg e 2sg) e -a (3sg) siano in realtà una specie di vocali d’appoggio. A favore di questa soluzione starebbe il fatto che Besprechungen - Comptes rendus 278 8 Quando denti ha funzione circostanziale, occupa in ogni caso una posizione bassa nella struttura frasale, dopo il clitico: I môngia-la denti (io-mangio-la-dentro) ‘La mangio dentro’ (197-98). 9 Da una rielaborazione della parabola del figliol prodigo dello scrittore Piero Velati (https: / / www.youtube.com/ watch? v=ZbF508xDq6w). almeno alcune delle vocali sottoposte alla mutazione possono anche essere soppresse in certi contesti fonosintattici (184). Siccome poi non tutte le vocali atone finali sono sottoposte a questa mutazione (non lo è per es. la -u della 3pl, 183-84), un discrimine morfologico deve in ogni caso essere introdotto. Le nostre attuali conoscenze sulla distribuzione delle desinenze «labili» e di quelle «stabili» non ci permettono tuttavia per ora di decidere tra una soluzione fonologica e una morfologica. A p. 212-13 l’A sostiene che le due frasi: I mötti l libbru denti-ghi (io-metto-il-libro-dentro-ci) ‘Ci metto il libro dentro’ e I mötti l libbru renti-ghi (io-metto-il-libro-vicino-ci) ‘Ci metto il libro vicino’ hanno strutture completamente diverse: nel primo es. la preposizione/ avverbio denti e il clitico ghi sono due costituenti indipendenti, linearmente contigui solo perché occupano due posizioni vicine nella struttura frasale; nel secondo es. il clitico ghi si trova invece nel sintagma preposizionale la cui testa è renti. Con questa soluzione si può mantenere la classificazione di denti come un avverbio con proiezioni funzionali ridotte, che per questo non può ospitare un clitico, ma può per contro occupare una posizione relativamente alta nel sintagma verbale. La soluzione presenta però un aspetto controintuitivo: diversamente dagli esempi visti sopra, come I porti denta-la, dove il clitico la è un complemento del verbo, e denti non ha complementi, in I mötti l libbru denti-ghi il clitico ghi è il complemento di denti - sembra quindi meglio assumere che anche denti possa avere una proiezione funzionale completa, dove regge il suo complemento, esattamente come nel caso di renti. Questa analisi è corroborata dal fatto che il denti usato senza complemento precede nella struttura frasale l’oggetto diretto lessicale (come si vede dagli ess. (12)-(13) a p. 198-99), il denti seguito da ghi dell’es. qui sopra, invece, lo segue 8 . Controintuitiva mi sembra anche l’idea che nell’espressione fè dal mal ‘fare del male’ il sintagma dal mal abbia una struttura funzionale atta a ospitare un clitico - idea avanzata per spiegare la posizione del clitico in j aecch facc dal mal-nu (essi-hanno-fatto-del-male-ci) ‘Ci hanno fatto del male’ (209). In genere si tenderebbe piuttosto a pensare che nelle espressioni di tipo idiomatico avvenga una specie di incorporazione di elementi nominali nel verbo, con la formazione di un verbo composto. In questo spirito sembrerebbe più adatta un’analisi che prevede la salita dell’oggetto diretto in una posizione che precede quella del clitico. Si noti che questo uso deve essere più diffuso di quanto non appaia dallo studio di CT: per es. L vureva bej-ghi a i sö mataj (egli-voleva-bene-gli-a-i-suoi-ragazzi) ‘Voleva bene ai suoi figli’ 9 , dove bej, che normalmente segue i clitici (cf. sopra), nel caso dell’espressione ‘voler bene’ li precede (come nel dialetto di Trecate - cf. es. (46) a p. 101). Questioni minori. Dato il carattere dello studio, l’A non dedica molta attenzione ai problemi di classificazione dialettale (e cade a volte in qualche imprecisione, per es. quando fa riferimento ai dialetti italiani settentrionali nel loro complesso come dialetti «gallo-italici», 225). Non sarebbe tuttavia guastata una breve discussione della posizione del dialetto di Borgomanero e dei dialetti vicini come dialetti lombardi fortemente influenzati dal piemontese - anche perché in prospettiva è forse proprio questa loro posizione che potrebbe contribuire a spiegare storicamente le caratteristiche eccentriche di queste varietà. Le forme njauci/ vjauci (239) vanno analizzate etimologicamente come ni/ vi+auci (noi/ voi+altri), non come njau/ vjau+ci (njau/ vjau saranno invece abbreviazioni della forma completa). Besprechungen - Comptes rendus 279 10 L’es. è riportato in forma sbagliata - abbiamo corretto in base alla descrizione di F. Lurà (cit.). Che ngh non possa derivare da *hince (292), si può dimostrare anche in base alla fonetica storica: ci aspetteremmo infatti una consonante palatale, come nelle forme meridionali citate nel testo. L’interpretazione che vede negli es. (21) a p. 312-13 dei casi di soggetti enclitici (376, N2), è sicuramente corretta (le forme proclitiche ed enclitiche dei pronomi soggetto sono infatti normalmente diverse). Ho trovato in generale un po’ eccessiva l’attenzione prestata da CT alle grafie usate nei testi di letteratura dialettale o dagli informatori, spesso discusse molto in dettaglio. Ma cf. anche le giudiziose osservazioni a p. 296. Struttura. La struttura dell’opera, mi sembra di capire, riflette un po’ l’evoluzione della ricerca dell’A: si parte dalla costruzione presentativa, che aveva già costituito l’oggetto della sua tesi di dottorato nel 1997 e di varie pubblicazioni successive, per passare ai clitici obliqui, anche questi oggetto di diversi articoli, per passare infine alla trattazione dei clitici soggetto. Forse sarebbe stato meglio cominciare con i clitici, e con questi fornire lo sfondo su cui trattare poi il caso particolare della costruzione presentativa - una comprensione del funzionamento dei clitici è infatti necessaria per capire il funzionamento della costruzione presentativa, mentre non è vero l’inverso. Il capitolo sui clitici soggetto è strutturato intorno alla classificazione di C. Poletto (cit.): vengono prima presentati i diversi tipi di clitici individuati in quel lavoro, poi CT si chiede come i clitici del dialetto di Borgomanero possano essere inseriti nelle diverse caselle di questa classificazione. La discussione è sempre chiara e illuminante, ma un’organizzazione dei dati di tipo induttivo (dai fenomeni alle categorie astratte) avrebbe senz’altro facilitato il compito del lettore nel farsi un’idea complessiva del sistema. Dati. I dati del dialetto del Mendrisiotto (300-301) non sono corretti: gh si attacca alle forme di «avere» solo quando questo non è ausiliare (F. Lurà, Il dialetto del Mendrisiotto. Descrizione sincronica e diacronica e confronto con l’italiano, Mendriso/ Chiasso 1987: 165), per cui si avrà: u curüü tütt ul dì (ho-corso-tutto-il-giorno), senza gh (*gh’u), e l’es. (146b) Al gh’eva dii 10 (egli-gh-aveva-detto) può significare solo ‘Gli aveva detto’, con gh = ‘gli’. Inoltre nelle forme con siniziale dell’imperfetto di «essere», la snon è mai omissibile e non è quindi in distribuzione complementare con altri clitici: Ma séva fai maa (mi-ero-fatto-male); l’es. (148) contiene una forma di 3. pers., che non ha mai sin nessun contesto, e quindi non è rilevante. Non mi è chiaro perché il participio di nè ‘andare’ non sia sempre accordato con il soggetto nelle costruzioni con soggetto preverbale: cf. gli es. (39) a p. 22 con gli es. (81) a p. 39; e in quelle con soggetto postverbale, ma non-presentative (e quindi con soggetto clitico accordato con il soggetto postverbale): cf. l’es. (62b) a p. 32 con l’es. (45) a p. 24. La trascrizione non è sempre coerente: per es. in (16b) a p. 15 troviamo crasö per crassö, in (126b) a p. 137 pudò per pudö e purte per purtè, in (197f) a p. 182 tucci per tücci o in (101b) a p. 281 lesji per lesgi. In (145a) a p. 148 d è da leggere dev. La grafia dell’es. rumeno (171) a p. 168 non è stata controllata. L’es. (226a) a p. 65 è in realtà grammaticale, come riconosciuto alla n. 45 (336-37). Nell’es. (184) a p. 177 si dovrà leggere voler-mi-ce-ne. Questioni redazionali. L’A ha evidentemente riutilizzato per una parte del suo lavoro materiali precedenti, la cui omogeneizzazione formale non è però riuscita al cento per cento: nella bibliografia per es. una parte degli autori sono citati con il nome di battesimo completo, una parte con il nome abbreviato; una parte dei titoli in italiano sono citati con la maiuscolazione all’inglese, un’altra secondo il sistema italiano corretto; i rimandi bibliografici non sono sempre stati adattati al nuovo contesto e in caso di pubblicazioni dello stesso anno a volte Besprechungen - Comptes rendus 280 manca la lettera (a, b ...) necessaria all’identificazione; uno stesso lavoro è citato da due sedi diverse; la numerazione degli esempi o il testo stesso non sono sempre stati adattati; a p. 69 cinque righe sono ripetute pari pari. Qualche svista può causare problemi di comprensione: a p. 88 «partitive-accusative» sta per «dative-partitive»; alla N6 di p. 348 si parla di «French pas», ma sarebbe stato più corretto dire «Valdôtain pa», come alla N47 (355), perché la differenza notata è visibile solo in valdostano; alla N36 di p. 352 si parla di proclisi con i tempi composti in galego-portoghese, ma si dovrà intendere che i clitici si attaccano all’ausiliare e non al participio; alla N7 di p. 364-65 al posto di «Lugano» leggi «Cosseria» e al posto di «Cosseria» leggi «Carcare»; alla N28 di p. 368 «third-person plural» è da correggere in «third-person singular»; a p. 387, sotto Wanner 1983, al posto di «Martinotti» leggi «Martinoni». Conclusione. Lo studio di Christina Tortora è un libro che vale la pena di leggere. Chi si occupa di sintassi teorica, ci troverà problemi e soluzioni stimolanti, chi si occupa di sintassi delle lingue romanze o dei dialetti italiani settentrionali, ci troverà una grande quantità di dati finora poco o per niente documentati, ma anche chi si occupa di morfologia o fonologia troverà dati (e analisi) di grande interesse. Vale la pena leggerlo anche perché è un libro pieno di questioni aperte - non solo perché si può, come sempre, non essere d’accordo con le soluzioni proposte dall’A, ma soprattutto perché è CT stessa a segnalare quali sono i punti in cui la sua analisi può o deve essere migliorata, o quali sono i dati che mancano per decidere una questione. Un libro insomma che fa avanzare la ricerca. Giampaolo Salvi Raetoromania Paul Videsott/ Rut Bernardi/ Chiara Marcocci, Bibliografia ladina. Bibliografie des ladinischen Schrifttums. Bibliografia degli scritti in ladino, Bozen-Bolzano (University Press) 2014, 198 p. (Scripta Ladina Brixinensia 4) Paul Videsott hat eine lange Erfahrung in der Arbeit an Bibliographien. Es sei nur an seine 2011 erschienene Rätoromanische Bibliographie erinnert, die inzwischen für die Rätoromanistik unverzichtbar ist (cf. VRom. 73: 317 s.). Die Bibliografia ladina, die er zusammen mit Rut Bernardi und Chiara Marcocci erarbeitet hat, ist dem Schrifttum des Dolomitenladinischen gewidmet. Der erste Band enthält die schriftlichen Zeugnisse von den Anfängen bis 1945. Ein zweiter Band, der die folgende Zeit umfassen wird, ist geplant. Die Bibliographie stellt ein nützliches Instrument für die Forschung zum Dolomitenladinischen dar. Sie ergänzt die 2013 erschienene Geschichte der ladinischen Literatur von Rut Bernardi und Paul Videsott (cf. VRom. 73: 318-21). Die eigentliche Bibliographie (29-151) wird von einer Einleitung (16-28) und verschiedenen Indizes (152-98) umrahmt. Ricarda Liver H Sabine Heinemann/ Luca Melchior (ed.), Manuale di linguistica friulana, Berlin (De Gruyter) 2015, ix + 607 p. (Manuals of Romance Linguistics 3) Il Manuale di linguistica friulana curato da Sabine Heinemann e Luca Melchior è il terzo volume della collana Manuals of Romance Linguistics, diretta da Günter Holtus e Fernando Sánchez Miret, collana che si propone di fornire, in una sessantina di volumi, un aggiornamento e un ampliamento delle due grosse enciclopedie di linguistica romanza